The Project Gutenberg eBook of Il busto d'oro : romanzo

This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.

Title: Il busto d'oro : romanzo

Author: Girolamo Clemente Tomei

Release date: April 4, 2025 [eBook #75787]

Language: Italian

Original publication: Milano: Ventaglio, 1904

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL BUSTO D'ORO : ROMANZO ***

IL BUSTO D’ORO


G. CLEMENTE TOMEI

(CARLES BRYAN)

Il Busto d’Oro

ROMANZO

MILANO
Casa Editrice del «Ventaglio»
Via Piatti, 4


Lodi, Tip. Operaia 1904



INDICE


[3]

CAPITOLO I. La negativa inattesa — Due tipi opposti — Hulda la Bella

— Dunque? chiese il giovane, un po’ concitato — che ne dice?

— Senti, figliuol mio, che ben posso dirti tale, questa volta no, non ti accontento. Ho deciso per tutto un cambiamento; per tutto un nuovo ordine di cose... È la mia età... la mia età che lo vuole. I sessanta sono giunti (parevano una volta così lontani!) e da qualche giorno, anzi, se ne sono andati...

— E permetterà, uno speculatore come lei, un capitalista della sua forza, che si facciano avanti gli altri? Che [4] siano gli altri a fare il giuoco di tutte quelle azioni? Ma signor Webb, ci pensi, è una speculazione di un guadagno certo, certissimo; sarà la nuova, una delle linee ferroviarie più produttive dell’America del Nord...

— Figliuolo, voglio tornartelo a dire, per ora basta. Ho lavorato, lo sanno tutti, per oltre quarant’anni. Ho diritto a riposarmi. Non si riposa, anche vivendo in mezzo agli agi, quando si devono aver pensieri fissi di somme impiegate a destra ed a sinistra, quando si deve vivere col pover’a me! di vedersi da un momento all’altro ridotti... sai? ridotti come prima, con un mondo di idee, con le mani vuote... Ma allora, prima, intendi? c’erano la energia e la giovinezza e la forza davanti; c’era tutto da guadagnare, oggi, a questa età, ho mutato pensiero. C’è tutto da perdere...

— Io non arrivo a capire questo cambiamento... Io non mi so spiegare come un uomo della sua tempra oggi... abbia timore.

[5]

— Sicuro, sono debolezze dell’età. Ora, io, e tu con me, finchè vorrai e con buon interesse (io non lesino le percentuali), dobbiamo adoperarci a conservare ciò che abbiamo saputo acquistarci...

— Quand’è così — insistette il giovane spiacente, ma energico in atto — quando è così, presti a me la somma e farò io in mio nome...

— E non è lo stesso? E se tu perdi? Da un pezzo a questa parte, non si fanno, per quel che vedo dagli altri, che speculazioni pazze, rovinose... Rispondi, e se tu perdi? Colui che perde, realmente, non sono sempre io? Godi in pace la vita tu che lo puoi... Il denaro è un’utopia...

— Un’utopia? Un’utopia, già, ora che avete i milioni, e non potrete negare che qualcheduno non lo abbiate fatto con il mio aiuto...

— E ne fosti ricompensato — rispose un po’ secco il vecchio.

Evaristo Grinfieri si morse le labbra. Capì subito che non avrebbe dovuto lasciarsi sfuggire una frase come quella.

[6]

Se il ricchissimo Francis Webb gli negava poche migliaia di dollari perchè si interessasse alla costruzione d’una nuova linea ferroviaria, aveva, o meglio poteva avere tutte le ragioni, cominciando da quella che i suoi denari poteva spendere, o rischiare, secondo che gli talentasse.

— Ebbene — disse poi Evaristo Grinfieri, come se un nuovo e diverso pensiero fosse entrato a padroneggiarne la mente e ad attutire tutti gli altri — ebbene, non ne parliamo più... Ciò che io prima volevo per lei è la prova del mio attaccamento alla casa; ciò che dopo volevo per me è il desiderio di fare... di fare anch’io, modestamente cominciando, qualche cosa nel mondo degli affari... Mi sento di giorno in giorno aumentare addosso la febbre, la smania del lavoro... Non per il denaro, ma per fare, per mostrare di saper fare...

— Illusioni! Illusioni! — disse il vecchio con un risolino che terrorizzò quasi Evaristo.

[7]

— A trent’anni? Dopo di aver vissuto con lei?

— Illusioni! Illusioni!

Successe un momento di silenzio assoluto.

Webb guardava il soffitto dell’ampio studio, battendo le unghie sui bracciuoli della poltrona, Evaristo Grinfieri, deluso nelle sue speranze di affarista nato che voleva o per sè o per altrui prodursi, facevasi violenza per nascondere il suo tremito di rabbia.

***

Vi hanno momenti che mutano tutta una vita e decidono un avvenire.

Momenti in cui si prendono delle risoluzioni che prima, alla persona stessa, sarebbero parse follia.

Queste risoluzioni sono la scintilla che si sprigiona dall’urto di due contrasti.

Evaristo Grinfieri, rimasto solo, dopo che il vecchio lo aveva lasciato in modo brusco e brontolando, sogni sogni, Evaristo Grinfieri, ritto, percosse [8] il suo tavolo d’un formidabile pugno, quasi a conferma, ad assentimento, a sanzione dell’idea che gli vibrò allora nel cervello.

Un’idea luminosa e mostruosa insieme, un’idea da genio e da cattivo soggetto, e disse sbarrando gli occhi:

— Sì, ho bisogno di un milione, e devo trovarlo!

Poi sedette, socchiuse gli occhi e pensò.

Molti mezzi, molti espedienti gli passarono traverso la mente per giungere ad avere una tale somma; nessuno peraltro era quello che riunisse tutte le condizioni da lui desiderate.

Una forte richiesta di denaro, da parte sua, avrebbe potuto far nascere perfino dei sospetti intorno al banchiere di cui egli era il factotum, l’occhio destro, e da ciò in ultima analisi venendosi a chiarire le cose, a lui sarebbe toccata la peggio e sarebbero sorti nuovi ostacoli a raggiungere il suo intento d’aver nelle mani un milione.

[9]

A quel natural genio della speculazione s’affacciava ora tremenda la realtà.

Egli non se ne sgomentò; si fermò anzi a guardarla in silenzio... Poi, come ritornando, con maggior convincimento sopra una deliberazione già presa concluse:

— Il milione ci vuole. Deve uscire...

Un riso infernale gli illuminò la faccia, dandole una espressione sinistra come non aveva mai, mai avuto.

Il genio della speculazione s’era accostato di un altro piede all’abisso.

Egli intimamente aveva risolto, dove gli si offrisse l’occasione, di venire anche a patti con i mezzi.

Come un rifiuto trasmutò da un momento all’altro un’anima, di quelle che sono fatte per essere sempre eccessive, così nel bene che nel male?

***

Intanto il banchiere Webb da anni [10] ed anni ligio ad abitudini che la stessa ricchezza non aveva cambiato, neanche nei particolari minimi, era uscito, preciso nell’ora come sempre, e come sempre si era diretto allo studio del signor Isaiah Wood, un ricco negoziante in generi coloniali, per andare con lui a colazione.

L’amicizia di Wood rimontava alla bellezza di venticinque anni, ed era stata sempre uguale ed inalterata, perchè lavorando commercialmente in rami diversi, veniva esclusa ogni possibile rivalità nelle speculazioni.

Isaiah Wood aveva una terribile massima tutta sua, in fatto di commercio, e non pareva neanche un negoziante della giornata. Ma alla pratica inesorabile di quella massima diceva con sicurezza, di dovere la sua fortuna, di parecchi milioni: quei quattro soldi appena necessarii per vivere, come propriamente o meglio impropriamente egli aggiungeva con superba modestia.

Qual’era la massima di Isaiah Wood? Era questa:

[11]

— Mai, e poi mai, cambiali. Mai e poi mai azioni.

Ed era invecchiato fedele a questa legge impostasi, arricchendo di giorno in giorno.

Tutto il contrario di ciò che era stato sempre Webb, ardito, audace, temerario; speculatore più che commerciante, giuocatore accanito più che speculatore.

E tutti e due dandosi per venticinque anni reciprocamente torto, avevano acciuffata la fortuna.

I due diversi sistemi di lavorare il denaro, avevano fatto sì, che inalterata si conservasse e prolungasse l’amicizia tra i due uomini d’affari, che reciprocamente conoscevano il loro principio.

Eran venuti su, come si suol dire, dal nulla, partendo da poli opposti e trovandosi nella fulgida bonaccia di un comune equatore.

Entrarono come di consueto assieme nella grande trattoria di Cosmus Thily, anch’egli un nuovo arricchito.

[12]

La trattoria di Thily, era il ritrovo speciale, caratteristico, di ogni tipo di grandi affaristi e più veramente, direm così, di quelli di un tic e di una genialità speciale, e che, pure mutando fortuna avevano serbato antiche abitudini di modestia, crescendo in loro soltanto, in ragione diretta degli anni, l’accanimento al lavoro.

Lavoro ininterrotto di cupidigia, spesso ingiustificata ed incosciente, d’insidia verso l’altrui capitale.

A colazione Francis Webb e Isaiah Wood s’informarono reciprocamente e con assai disinteresse del movimento bancario, agricolo, ferroviario del giorno innanzi, facevano previsioni, tiravano oroscopi, sentenziavano, sotto l’ispirazione della loro esperienza, e si premunivano per i casi che potessero o interessare, o toccarli indirettamente o di rimbalzo.

Ma nel giorno del quale noi trattiamo, dopo i discorsi in linea generale, assaporando la frutta del comune ed abbondante dessert, Webb prese a dire:

[13]

— Tu, Wood, conosci bene il mio Evaristo Grinfieri, non è vero?

— Se lo conosco?! Da quando era giovanetto, che dico? fanciullo.

— Sicuro... Egli restò senza i genitori; suo padre era al mio servizio, un uomo fidatissimo, ed io, che non avevo allora figli, lo allevai, come fosse stato mio...

— E non hai a pentirtene.

— Ah, per questo no, no!

— E devi aggiungere, siamo giusti, che ti ha aiutato, perchè... perchè...

— Ma non lo nego, anzi! È intelligente, intelligentissimo. Ha proprio il bernoccolo dell’affare.

— Già. Lo vede da lontano, quando gli altri non lo vedono ancora, lo misura, lo valuta, lo affretta, e quando l’affare non c’è... e sta qui l’abilità, lo crea. E tu devi volergli un gran bene...

— Non dico di no, — rispose un po’ seccamente Webb. — Però...

— Però?! fece protendendosi alquanto il grosso Isaiah Wood — però?!

[14]

— Stamattina, per la prima volta in tanto tempo ci siamo... ci siamo un poco urtati!...

— Il motivo?

— Ecco... Egli ha tutti i giorni un nuovo progetto...

— ... e questo non è male...

— ... no, ma alla mia, alla nostra età... bisogna andare adagio... Io sono stato ardito, io ne ho avuto del fegato, e tu lo sai, Wood: dopo un’impresa, l’altra; ma oggi... oggi voglio conservare e riposare... Oggi voglio lavorare a mantenere, non più ad accrescere il mio capitale, quindi, non debbo avere il cuore agitato da timore di danni. Una volta stava bene rischiare... allora c’era anche poco da perdere; oggi, non si sa mai, potrei perdere molto. Si fallisce da per tutto e con troppa frequenza, è un momento a veder diroccare il proprio castello. Basta, adesso, basta! Non ti pare, Wood?

Isaiah Wood, che aveva smesso di mangiare, accese lentamente uno zigaro, [15] standosi con la testa alquanto bassa, come volesse guardare nel piatto che aveva spinto leggermente da sè; ma il fatto si era che, quando egli assumeva quel fare di raccoglimento un po’ goffo, una nuova macchinazione gli agitava i pensieri.

Stette alquanto così e poi levando il capo in atto risoluto chiese, con aria indifferente:

— E che voleva farti concludere il tuo... diavolo suggeritore?

— Oh, niente di male per questo, ma sempre una nuova fatica, sempre muova carne che si mette al fuoco.

— Sentiamo... parla...

— Egli intendeva che diventassi azionista, se ne tratterà forse in pubblico fra qualche giorno, del nuovo tronco ferroviario dell’Est. E fin qui, poco male... Ma dovevo acquistare azioni, per più di un quarto... Il massimo possibile, di quello che si stabilirebbe dalla società, dovevo a mie spese costruire sul fiume, che la linea attraverserebbe, un [16] ponte colossale, più acquistare da quel centro, pel raggio di quaranta chilometri, tutto il terreno intorno. Ma ti pare?! Ti pare che io sia venuto al mondo adesso? Ti pare che io debba cimentarmi, con i capelli grigi, a simili prove? Caro mio, è venuto il tempo in cui approvo pienamente il tuo consiglio. Nè cambiali, nè azioni. Intendo di vivere tranquillo una buona volta.

Isaiah Wood corrugò lo grosse sopracciglia setolose e poi, tacito e quasi meccanicamente, riempì di vino il bicchiere dell’amico.

Era sempre stato così da anni. L’ultimo della bottiglia toccava sempre a Webb, che beveva un po’ più di Wood.

— Non ti pare ch’io abbia ragione? — insistè spettando la risposta Webb.

— Ed Evaristo Grinfieri (ora capisco la cagione del dissidio... momentaneo) avrà insistito perchè tu, ti lanciassi a capo fitto nella impresa, non è vero?

— Sì, ha insistito e come! ha detto qualche parola che non avrebbe dovuto dire... E poi, indovina?

[17]

— C’è dell’altro?

— Ma sicuro! La trovata finale — fece Webb, restando un momento con gli occhi sbarrati ed a bocca aperta, e scoprendo gli enormi canini. — Indovina? Indovina?... Voleva che, non facendo io la cosa, perchè dissi risoluto di no, voleva che gli dessi il capitale onde farla per proprio conto... Qui poi, mi si oscurarono gli occhi... Ma se perdi, non son sempre io colui che ci rimette? Se perdi, chi mi rifà del danno?

— Ed insisteva, scommetterei, per avere i denari?

— Sicuro che insisteva. Egli, Evaristo Grinfieri, reputa l’impresa solida e lucrosa. Ne è infatuato, ne ha come una fede, che dico?... una visione sicura...

— Mi sarebbe piaciuto vederlo insistere — disse con tono canzonatorio Wood guardando di sottecchi e in modo sospettoso il vecchio amico...

— Insisteva! — ripetè ancora Webb.

Qui cessò la conversazione.

I due commercianti sembravano concentrati [18] in se stessi, e con un volto che indicava chiaramente un’intima soddisfazione dell’animo.

Pareva che quei due uomini fossero usciti vittoriosi entrambi dal conflitto di quella conversazione.

Che cosa si era operato, o meglio che si andava operando in loro?

È quel che vedremo in appresso.

Per ora dobbiamo occuparci di Hulda, la donna strana, dalla meravigliosa bellezza superba e fatale, la donna che avrà lunga parte in questo racconto.

Essere umano e misterioso, amata e detestata, invidiata e infelice, idealizzata e spregevole, angelo e demonio.

[19]

CAPITOLO II. L’amante amata — La cameriera giudiziosa — Il cognato Wood

Hulda usciva dal bagno in quell’ora, che la grande maggioranza dei cittadini aveva già vissuta e, starei per dire, sofferta, e nel lavoro e nel travaglio dell’anima, la prima metà del giorno.

Ella sentiva con singolare squisitezza la voluttà del bagno freddo, epperò indugiava con infinita compiacenza nella vasca marmorea, che ne accoglieva le belle membra di pario egualmente.

Ora, tutta avvolta in niveo accappatoio di bambagina candidissima, si sentiva non senza voluttà ricercata per ogni fibra da un serpeggiare rapidissimo [20] di freddo, mentre le guance, siccome di rosa in fiore, s’accendevano di un incarnato sempre più vermiglio.

La crocchia ricchissima dei capelli neri e lucidi contornava, fin quasi oltre la nuca, la testa espressiva e fiera, illuminata da due pupille fulgide assai, ma incerte un poco, anche quando si affissavano su lo specchio per ammirare la bellezza di quella figura sotto ogni aspetto degna di essere ammirata. Solo la bocca, tanto bella nel sorriso, aveva un che di sdegnoso nella immobilità, nel silenzio e dava, starei per dire, l’idea che in quel giovine corpo vibrasse un’anima già vecchia, già esperiente e già affannata.

Con tutto ciò Hulda era bella. E glielo dicevan tutti coloro che potevano aver la fortuna di avvicinarla, e più di tutti lo sapeva lei, che alla sua bellezza doveva tanti dolori in una vita tutta di menzogne e senza amore...

Quando Hulda con l’aiuto della cameriera fu completamente vestita, passò [21] in un piccolo gabinetto da studio e congedò quasi la sua donna, Bess, dicendole:

— Preparami la colazione.

Si accostò al piccolo scrittoio sul quale stava la corrispondenza del mattino. Molti giornali ed una lettera.

Buttò nel cestino i giornali, senza neppure aprirli, poi schiuse lentamente la lettera, come una persona che dal carattere, abbia indovinato quello che dovrà leggere.

«Cara Hulda,

«Per sabato sera ti aspetto, e tu non mancherai, al solito posto.

«Ti avverto pure che sono senza denaro. Senza denaro il tuo amore, capisci? Questo mandamelo subito. Mi bisogna per questa sera. Un saluto.

«La persona che tu sai».

— Sempre così! — esclamò fremendo di indignazione. Sempre denaro! Denaro sempre, non vede, non conosce che denaro. E dire che non posso sottrarmi a quell’uomo. Dire che anche lontana mi soggioga, mi ha tra i suoi [22] artigli... Che fatalità è stata la mia! Del resto, se era destino che dovesse andare così, facciamo buon viso ad avversa fortuna, fin che c’è chi provvede... fin che ci sei tu, che non sai nulla di nulla...

Proferendo queste parole, alzò gli occhi, quasi supplichevoli, ad un gran ritratto che le stava dinanzi... seguitando, dirò così, a parlare con esso.

Era, quel ritratto, di un uomo giovine, con un’aria intelligente e pensosa, severa assai più che ne’ ritratti abitualmente non si vegga.

Gli occhi avevano una espressione scandagliatrice e imperativa, e le narici, leggermente tumide, parevan rilevare nell’individuo, facile agli scatti, la pena, il soffrimento di quel minuto di posa, lo spasimo di quella condanna istantanea.

Quest’uomo giovane, del quale adesso abbiamo dato rapidamente uno schizzo, non è altri che Evaristo Grinfieri.

Hulda ne era l’amante ed egli avrebbe giurato, pure sapendo le prime [23] vicende di lei, che da quando si erano conosciuti ed egli faceva prodigalmente tutte le spese, avrebbe giurato, dico, su quella fedeltà i cui giorni, i cui mesi, i cui anni, sarebbero stati annoverati dal durare della piccola fortuna che poneva Hulda in grado di vivere con signorile indipendenza... e per lui solo.

— Tutta tua, tutta e per sempre — avea detto tante volte Hulda ad Evaristo.

Ed egli, richiamandola alla realtà, con un sorriso le rispondeva:

— Per sempre, no. Finchè ti potrò dar del denaro, se credi, sì...

Ma in fondo in fondo, lo scettico amava, e quella sua frase non era che un piccolo tributo che egli pagava alla propria vanità d’uomo che voglia parere esperto in cotesta specie d’adattamenti, di combinazioni e d’amori.

Con quello che sapeva di Hulda, Evaristo credeva di saper tutto, mentre invece non era che al principio, e quel principio ormai si andava in lui annebbiando, quella memoria si andava col [24] tempo affievolendo, e gli rendeva l’immagine di un cielo tempestoso che si rischiari man mano e si sgombri e si faccia di zaffiro intorno al sole.

Un principio, un lontano principio d’amore sorgeva nell’animo d’Evaristo.

Una di quelle passioni che non dovrebbero essere, dove si ponesse mente a ben collocare l’amore, ma che sono pur troppo e ci regalano i drammi della storia quotidiana.

Anche Hulda, benchè straziata dal rimorso d’una, dirò, nuova coscienza che s’era formata in lei, cominciava a sentire una singolare predilezione per Evaristo, e provava nel vederlo un senso di tenerezza, non provata quasi nemmeno per colui che era stato il primo a parlare d’amore.

— Povero Evaristo! Se lo sapesse... Se tu lo sapessi, caro... Eppure è così... Io devo essere anche di quell’altro e tu non ne sai nulla, ed egli è il vampiro del mio... del tuo danaro...

Così dicendo pose un valore di [25] parecchi dollari in una busta. Scrisse l’indirizzo, poi chiamò:

— Bess! Bess!

— Eccomi.

— Vai alla posta.

Bess guardò bene la padrona di cui sapeva ogni cosa più intima.

— Siamo alle solite, non è vero? Mi pare che le richieste non si facciano troppo attendere.

Hulda si strinse nelle spalle, come per dire:

— Lo sai pure chi è. Come posso negare?

***

Hulda entrò nel piccolo tinello dove tutto era già disposto per la colazione.

Sedette, stette un momento pensosa, poi agitò la bella testa come per iscacciare pensieri molesti e cominciò a prendere il cibo, squisito, servitole con la massima eleganza d’argenteria e di cristalli.

Quando la fida Bess fu di ritorno [26] dall’avere inviata la lettera per la sua destinazione, entrò nel tinello, con quella confidenza che a lei sola in casa era permessa e sedette sur un piccolo divano rimpetto alla padrona.

— Buon appetito...

— Grazie... Dopo tutto, ho appetito veramente.

Il significato di quel dopo tutto non isfuggì punto a Bess. Esso voleva dire molte cose, e tacendole in apparenza, dava loro un significato, più complesso e più triste.

Mangiare, divertirsi, pensar solo a gustare con intensità il presente, malgrado la vita che essa doveva condurre, malgrado le probabilità di una immediata rovina, malgrado il lontano ancora, ma inesorabile spettro della vecchiaia misera e desolata.

Sì, dopo tutto e malgrado tutto, finchè durava la provvidenza, per lei impersonata in Evaristo, godere, godere godere!

— E non c’è proprio mezzo di finirla?

[27]

— Con Guy Stein?

— È impossibile. Sarebbe lo stesso che volersi trovare un giorno o l’altro con una pugnalata in petto. È terribile, lo sai, ed è perfino ammirabile, ma io, te lo confesso, o mia Bess, io che lo detesto, qui, ora con te; io, vedi, quando gli son vicina, mi sento come schiava, mi sento come lui, e peggio. Egli possiede tutte le mie facoltà, tutte le mie forze, io non so resistere, non vincolarmi, sento che in me passa tutta la sua anima infame, maledetta!... Sento tutto questo, capisci? eppure... Che strazio, che strazio il mio...

— E quando siete con Evaristo, che cosa vi dice il cuore? Come fate ad essere la schiava di uno per forza e la volontaria amante dell’altro? Come fate, Hulda?

— Quando sono al fianco di Evaristo, mi sento un angelo, qualche cosa mi dice qui, dentro nel cuore, che con lui potrei ritrovare quella prima felicità, della quale mi è rimasto come un ricordo... Io sono un’altra allora!

[28]

Vedi che stranezza? Se io mi specchio, e lui mi è vicino, mi sembro più bella...

— Eppure, così, non potete continuare... Ci vuole della prudenza e tanta, mia signora. E se un giorno, un malaugurato giorno, Evaristo Grinfieri venisse a scoprir tutto?

— Non sarà poi tanto facile...

— So bene; la città è grande, è immensa; egli poi non sospetta per nulla; ma sapete voi che cosa possa riserbarvi il caso? Sono accadute tante, tante di quelle dolorosissime cose, che nessuno mai sospettava, che parevano impossibili, che si dicevano, anzi, impossibili. Eppure? Io sono vecchia, ho assistito nella mia vita a molti di questi scherzi.

— Bess, proprio adesso? Proprio adesso vuoi farmi pensare a un mondo di cose? Ma insomma come vuoi che faccia io? e rimase muta in atto desolato.

Successe un lungo silenzio.

Nè la padrona, nè la cameriera ardivano [29] romperlo, bene pensando che nuove parole disgustevoli e inutili si sarebbero dette, per amareggiarsi inutilmente a vicenda.

Bess si alzò e si allontanò con un viso più triste e più rassegnato del solito; Hulda scosse nuovamente la bella testa ed accese una sigaretta dicendo a se stessa:

— Dopo tutto affliggermi per mali che non sono ancora accaduti?... Ma via, tutto ciò è da sciocchi!

Da la picciola rosea bocca usciva a ondate, a nuvolette, a cirri tenuissimi il fumo della sigaretta fragrante... velando un poco l’ambiente che Hulda guardava ad occhi socchiusi... compiacendosi tutta ne la voluttà di quel momento in cui non sentiva lo stimolo di nessun desiderio, e si reputava felice, o quasi. O quasi, perchè a volte, involontariamente, sorgeva a turbar la quiete dell’anima uno sfilare di memorie affliggenti. Il passato non muore.

[30]

***

Bess frattanto, nella propria cameretta, andava pensando con un sincero accoramento alla situazione di Hulda, povera per se stessa, e indecisa, irresoluta fra Guy Stein e Grinfieri, due amanti così diversi, e pure così degni di riguardi e di studio. Due tipi opposti, così egualmente capaci di far del male alla padrona. Quel male, in qualunque modo, sarebbe stato anche il suo, e forse in parte molto maggiore.

Bess presso la cinquantina, dopo una vita agitatissima e povera, tutta sola, sentiva ormai il bisogno di un po’ di pace, e il bisogno d’un pane sicuro pel domani.

Così, quietamente avrebbe voluto trascorrere la vita, prestandosi come esperta e prudentissima cameriera presso Hulda, col carattere della quale il suo combaciava perfettamente, più che pei caratteri, per le circostanze che li avevano livellati.

[31]

***

Wood, quell’Isaiah Wood, che i lettori conoscono e che parlò così lungamente a tavola con Webb, si stava spogliando, per andare a letto, come da anni, nelle prime ore della sera.

Per lui la vita della notte non esisteva. Esisteva quella del giorno, tutto intero, perchè s’alzava a primissima mattina.

Anzi, si meravigliava, sinceramente, al pensiero che ci fossero delle persone che andavano a perdere il tempo in teatro, e a rovinarsi lo stomaco nei caffè.

— Dev’essere gente che non lavora, perchè non capisce il piacere del riposo.

Così sentenziava il grosso, il quasi elefantesco Wood, quando lo interrogavano del perchè non si lasciasse mai vedere in alcun luogo di ritrovo e di divertimento.

Ma a quella dell’andare a letto presto — essere nottambulo — diceva [32] lui, si aggiungeva un’altra abitudine, quella di volere in camera il cognato, ogni sera e, spogliandosi e facendosi aiutare, parlar d’affari seco lui: concertare l’ultimo piano, pigliare le ultime disposizioni pel dì susseguente.

Ma questa volta la conversazione fu dissimile dalle altre.

Bulghery, il cognato, una specie di nano, dovette, mentre lo svestiva come un’ordinanza militare sveste il suo superiore, dovette udire cose strabilianti.

— Io diventerò uno degli azionisti più interessati, nel nuovo tronco ferroviario dell’Est. Io gitterò un gran ponte sul fiume, io acquisterò intorno ad esso l’area per edificarvi una nuova città. La chiameremo Wood.

— Come, tu?! — chiese il cognato piccolissimo, sgranando gli occhietti cilestri, tu, così positivo, così compassato, così alieno da ogni operazione che non fosse tua, esclusivamente tua, ora ti impegni... ti rinfranchi, ti...

— Caro mio, tu lo sai. Sono tanti [33] anni che fo sempre alla rovescia del mio amico Webb, perchè dovrei cessare adesso? Pensa che io ho molta stima di Grinfieri e Grinfieri insisteva... insisteva, capisci?

Il nano, con i calzoni sospesi del gigante che lo nascondevano tutto, rispose sinceramente:

— Non ne capisco nulla... — e si strinse nelle spalle già strette.

Wood, salendo sul letto, il cui elastico s’inclinava e crocchiava sotto quel pachiderma umano, diede in uno scroscio colossale di risa. Spalancò la bocca mostrando i due lunghi canini, affilati più che quelli di Webb, e così poggiato su le braccia tese e su le gambe ripiegate, rendeva l’imagine d’un bue, con la testa di foca...

— Spiegami, spiegami, — insistè premuroso il minuscolo cognato — ma quegli rise ancora facendo sobbalzare il letto sotto le scosse della pinguedine enorme.

[34]

················

Così si chiuse il primo giorno di questo romanzo nel quale ai personaggi già noti, altri ne succederanno per quella legge tanto umana, tanto naturale che dice:

— Da cosa nasce cosa.

[35]

CAPITOLO III. Ancora una bottiglia — Sotto il fanale rosso — La carrozza misteriosa

Evaristo, in una delle sere seguenti, congedò un poco più per tempo i tre amici che aveva accolto a pranzo in sua casa.

Erano tutte persone di confidenza, di molta confidenza, per cui, senza tanti ambagi potè dir loro, mescendo il vino dell’ultima bottiglia:

— Dopo questo, amici carissimi, avrete l’amabilità di andarvene. Debbo concertare qualche cosa, ma di giorno, sapete pure, nel gran va e vieni, in quel flusso e riflusso di casa Webb, non ho un momento di quiete...

[36]

— Perfettamente! Non vogliamo sciupare l’amicizia per questo... tanto più che io sono aspettato...

— Il solito, quello delle immancabili avventure amorose...

— Quello che infilza i cuori di tutte le dame che incontra...

— Voi parlate per invidia...

— Non ci perdiamo in chiacchiere. Accettato il licenziamento dell’amico Evaristo e... buona notte...

— Fermi là! Fermi là! Ad un patto... I licenziamenti si pagano... Metto una condizione: Un’altra bottiglia...

— Accettato! — gridò Evaristo — e poi... che il diavolo vi conduca!

Un vecchio servo, portò una egualmente vecchia bottiglia che i quattro amici vuotarono subito; indi, salutato l’ospite con vigorose strette di mano, lo lasciarono.

Rimasto, Evaristo diede una scorsa a qualche foglio del giorno, ma poi cessò dalla lettura, quasi infastidito. Aveva un leggero dolor di capo, o meglio, sentiva [37] una leggiera spossatezza nel cervello.

Da più giorni vegliava e pensava molto. Un lavorìo denso e inusitato.

Decise di uscire, di andare a prendere dell’aria fresca.

Quando fu in istrada si fermò un istante a considerare:

— Se fo la solita via, incontro i soliti amici, quindi le solite noie.

Perciò, tagliando per un piccolo corso laterale s’internò in una via lunghissima che metteva ad uno dei quartieri più lontani dal centro e dove non certo avrebbe avuto gli incontri che quella sera gli premeva d’evitare.

Camminò, camminò molto, lentamente, tutto inteso ai propri pensieri che non cessarono di martellargli nelle tempia.

Di giorno in giorno si sviluppavano in lui sempre più quelle mire di ambiziosa grandezza commerciale, che tanto tempo aveva portate con sè assopite e come morte, e solo nella concezione sfruttandole a beneficio di quel Webb che [38] alla di lui genialità negli affari doveva i due terzi della colossale fortuna.

A un certo punto, si sentì battere su di una spalla. Si volse e vide un signore che a primo tratto non gli riuscì di riconoscere.

— Come? — chiese l’altro — non mi rammenti?

— Ah, sicuro! Cosmus Wite.

— Manco male...

— E dimmi, come stai? È da qualche anno che non ci vediamo più...

— Già; un po’ gli affari, un po’ questa città sterminata... sai, ognuno resta preso in quella data cerchia abituale.

— Si diventa schiavi senza volerlo, senza saperlo... ci si crede padroni di tutto il mondo, e si è circoscritti...

— Tu poi... ne ho piacere... perchè le cose si sanno, vivi in una sfera alta, elettissima, in mezzo all’aristocrazia dell’oro, dove, a me, non ancora sono schiuse le porte.... di qui una certa difficoltà di incontrarci... Stasera è stato proprio il caso...

[39]

— Ed io in verità, lo benedico, sono proprio contento di averti trovato... M’è perfino svanito quel po’ di malore di capo che avevo prima... si direbbe che tu m’hai dato una scossa al sangue...

— È stato un incontro salutare... dunque? Ma, d’ora innanzi, se le cose andranno come si spera, avremo occasione di vederci più spesso... Anch’io entrerò nel vostro mondo...

— Davvero?

— Sicuro... Lascerò la piccola casa Trebisdach, dove sono due anni e...

-E?... — fece con interesse Evaristo...

L’altro mutando tono e con una certa solennità continuò:

— Possibile che tu non sappia nulla di ciò che si sta macchinando nel vostro mondo? La cosa non è ancora ufficiale, ma lo diverrà fra poco... ed io entrerò al servizio...

— Di chi?!

— Ma sai, che mi pare impossibile che tu non ne sappia nulla?...

— Servizio di chi?

[40]

— Di Wood! L’amico di Webb! Il grande negoziante di coloniali...

— Di quel... di quell’uomo così grosso con un cervello tanto piccolo? Una testa da semplice compra e vendi?

— Caro mio, se tu lo giudichi così, t’inganni... Basterebbe il suo progetto per capire che mente sia quella...

— Ma davvero?

— Sì, sì, non lo mettere neanche in dubbio... Chi mi ha detto le cose e mi ha presentato a Wood è l’uomo che di Wood sa tutto, l’uomo per cui Wood non ha segreti, il cognato del quale io debbo... a suo tempo... sposare la figliuola...

— È strano, ti confesso che Wood non l’ho mai reputato una cima... E si può sapere di che si tratta, si può vedere la luce di questa idea luminosa?

— A te lo dico, perchè sono certo, che Webb, l’immenso, l’avveduto Webb è impossibile non sia della partita... Voi altri due siete fiutatori per eccellenza. Ecco dunque: Poichè si deve [41] costruire un nuovo tronco ferroviario quello dell’Est, Wood sarà uno dei maggiori azionisti. Dove la ferrovia traverserà il fiume, farà costruire subito un ponte grandioso a sue spese, e comprerà pure tutt’intorno al ponte una vasta area circolare della quale il mezzo del ponte sarà geometricamente il centro; perchè, guarda come ragiona diritto, e tu lo dicevi ottuso!... è umanamente impossibile che laggiù non si debba depositare del carbone, non vi debbano essere dei guardiani, non vi sia una piccola stazione, delle osterie, dei contadini, insomma è impossibile che in breve non vi sorga una città, specialmente quando si vuole che vi sorga. Che te ne pare?

— Mi pare — rispose l’altro senza entusiasmo e frenandosi a stento — mi pare una idea abbastanza buona, se riuscirà...

— E perchè non dovrebbe riuscire?

— Per una ragione semplicissima. Si rompono più progetti che cose fatte.

[42]

Dopo questo dialogo che il lettore immaginerà quale effetto abbia avuto sull’animo di Evaristo, i due amici si lasciarono con vicendevole promessa di rivedersi in quel gigantesco affare delle Ferrovie dell’Est, quella speculazione che agiterebbe tante colossali fortune per crearne di nuove. Come di selci che più sono percosse più mandan scintille.

***

Ripresa la via Evaristo Grinfieri diede intorno un’occhiata con una certa attenzione.

Era la prima volta che gli avveniva di attraversare quei grandi sudici quartieri, che s’andavano via via spopolando di passanti e dove i rumori della vita si spegnevano nelle prime ore della sera, e le finestre andavano scomparendo nel buio.

Seguitò con una certa curiosità crescente, come un esploratore al quale si affaccino cose degne di nota, perchè pure in quel silenzio, in quell’apparente [43] abbandono, nulla mancava per lo spirito dell’osservatore. E questa funzione si compieva in lui contemporaneamente, anzi dirò, su lo sfondo dell’altra, che egli sintetizzava con questa frase soltanto:

— La mia idea! La mia idea!

Eran passate le dieci.

A un certo punto del suo procedere, Evaristo si avvide che alla sua sinistra mancavano le case, mentre a destra si prolungavano ancora buon tratto. Un piccolo lume rosso splendeva in fondo in fondo.

Si indirizzò verso di esso, certo di trovare uno di quei bugigattoli, dove fino a tarda ora i soliti si trattengono a gustare le ultime bibite, gli ultimi liquori, dove si chiude la giornata coll’istupidirsi piano piano, di volta in volta, preparando la via a mali che altrimenti non sarebbero.

Evaristo non s’ingannò. Si trattava proprio di una delle solite mèscite, piccola e lurida e ammorbata di fumo.

Sedevano a giuocare ed a bere pochi avventori.

[44]

Evaristo si pose ad un piccolo tavolo che stava al di fuori e chiese un bicchierino di cognac, più che per altro, per avere il pretesto di riposarsi alquanto.

D’una fila di caseggiati bassi e neri, quello era degli ultimi e giratone l’angolo, si passava in un vicolo non tanto stretto, ma quasi buio. Dal cominciamento di questo, fra due spigoli di case, smussati in basso, e ergentesi ai lati d’una perenne pozzanghera enorme s’intravvedeva quanto dovesse avere di sudicio, di uggioso, di sinistro nel giorno, di pien meriggio il vicolo.

Non un rumore veniva da esso nella tardità dell’ora assopito, pure se ne indovinavano quelli del giorno, emessi da operai e macchinarii in fondachi oscuri; di riottosi venditori ambulanti s’indovinavano le voci, e le chiacchiere delle molte donne sudicie, scarmigliate e il gridìo dei fanciulli scalzi, mocciosi, insolenti.

Si capiva che internandosi nel vicolo [45] e nelle diramazioni, tra le casette luride e grommose di fastidiosa muffa, si entrava in uno di quei labirinti, dove trova posto, s’annida e germoglia ogni rifiuto umano, ogni vizio, ogni miseria...

Adesso, orientandosi a poco a poco, Evaristo ricordava d’averne udito parlare, e più volte, di quel famigerato quartiere che cominciava lì, proprio lì; s’allargava in piazzette, si prolungava in chiassuoli, si diramava e ramificava in vicoletti e cortili dove i rilievi e le immondizie non avevano a temere della scopa, nè certi esseri umani del sole, che vi penetrava a stento, traverso i tetti che si richiudevano per vicinanza sul capo e dove tanto meno penetravano i delegati e gli agenti di polizia.

Ogni grande città ha inesorabilmente qualcuno di cosifatti quartieri; dove si vive una vita così diversa dal restante della città, vita così tipica, così feconda di oscene emozioni. Dove la morale è così diversa, il criterio o troppo limitato o troppo grande ed asservito al [46] male, dove tutto si ignora, e dove una turba di accidiosi e famelici s’inchina a pochi scaltri e violenti che se ne contendono il dominio e impongono loro il tributo.

La miseria che regna in codesti strani riparti di umanità avvilita, tutto spiega e tutto perdona e ammette tutto.

Così di pensiero in pensiero Evaristo vedeva vivere quella vita, per quanto ne aveva udito a parlare, per quanto ne aveva letto e per quanto la fantasia lo aiutasse a ricostruire quello che poteva chiamarsi il tenebroso regno del fattaccio, la miniera inesauribile della cronaca.

Di là obbedendo a certe norme, a certe leggi, a certe terribili e in apparenza disarmate gerarchie, esseri abbietti e mostruosi, nella notte si lanciavano sulla città, come lupi affamati, peggio, come fiere umane a raccogliere la loro parte di bottino, a far versare e a versare, occorrendo, la loro parte di sangue; ad ubbriacarsi nella notte stessa brindando [47] all’esito, oppure ad entrare ammanettati nel carcere, per uscirne più tristi.

Certe scene selvaggie di violenza e di rapina si colorivano ora in modo originale e marcato nella sua mente; certe confusioni e certi amori gli apparivano come l’espressione più logica e più naturale dell’ambiente specialissimo, fatto di losche energie, in losche figure.

················

Una vettura chiusa che s’avvicinava, una delle comuni vetture da nolo, troncò di netto il filo di tutte quelle immaginazioni nella testa di Evaristo.

Il cocchiere che s’accorse di lui, facendo avanzare la carrozza al passo, deviò alquanto allargando il raggio del giro, ben dentro nell’ombra, poi fermò il cavallo.

Discese una donna in abito di popolana, di giovane popolana, piuttosto alta di statura, e svelta insieme e circospetta attraversò la penombra.

Gli occhi di Evaristo non si staccavano [48] da quella figura, le cui linee e il passo ed il portamento non gli parevano nuovi.

L’insieme di quella donna gli ricordava perfettamente Hulda. Anzi pareva che fosse passata Hulda in dimessi panni, forse nella povertà d’una volta.

Secondo Evaristo, secondo l’uomo che amava, pareva lei, ma era assolutamente impossibile che lo fosse, perchè nel viso, per quanto avesse con ogni attenzione guardato, stante la semi-oscurità e la fretta della passante, non aveva potuto raffigurarla.

Il cocchiere intanto aveva fatta girare la carrozza fermandola con le ruote quasi a sfiorare il marciapiede sul quale stava al suo tavolino Evaristo e proprio davanti a lui.

Qui discese per bere un bicchierino di gin, ma fattosi accosto il fanaletto rosso, con uno scatto improvviso fermatosi davanti ad Evaristo e togliendosi con gran rispetto la tuba cerata, chiese con curiosa premura:

[49]

— Lei qui, signor Grinfieri?

— Precisamente, ti fa meraviglia, caro il mio Numero 13?

— Dirò... — fece l’altro crollando le spalle — è un strada questa dove signori ne passano di rado...

— Prima di tutto io non sono un signore. Per essere tale, occorre almeno almeno... un milione... poi... — questa sera ho voluto levarmi un po’ dalle solite strade che mi annoiano... siedi, non fare complimenti, siedi qui accanto a me e... ordina tutto quello che più ti aggrada.

Il cocchiere, senza neppure ringraziare Evaristo, al padrone che aspettava, ordinò del gin.

— Qua — praticano pochi signori, vada per signori come dici tu, parlò Evaristo, ma perciò appunto, non vi si dovrebbero neanche vedere carrozze; come mai ti trovi qui? Se devo dirti la verità...

— Si figuri, non mi offenderò mai...

— Se devo dirti la verità, mi sembra [50] che questa sera tu ti sia prestato, con la tua ricompensa bene inteso, ad un qualche colloquio... sai? come devo dire?... E mi pare inoltre che tu aspetti. Aspetti la quaglia di ritorno.

— Ecco — rispose l’altro, con una certa solennità — io sono cocchiere, lo sono da trenta anni e lo faccio onoratamente... Lei deve sapere che...

Prima di andar innanzi con questo dialogo che ha molta importanza nel nostro racconto, noi dobbiamo spiegare chiaramente al lettore le ragioni, per cui fra il cocchiere del N. 13 ed Evaristo Grinfieri, esisteva motivo di tanta famigliarità.

Sarà breve l’iudugio, per ritornare al dialogo, il più presto possibile.

***

Un giorno, e proprio tre anni prima di quanto narrammo, Evaristo gettandosi a precipizio per le scale pensava:

— Trovassi subito una vettura! Pochi minuti che io debba cercarla e... [51] non arrivo più in tempo a stringere il contratto.

Appena nel portone vide passare una vettura, la stessa che ora aveva dinanzi, il N. 13.

Quel 13 veramente non gli piaceva, se non che non lui comandava, ma la fretta, la premura, l’ansia di giungere, in quel momento.

Ogni ubbia, ogni superstizione anche convenzionale tacque, diede l’indirizzo, saltò nella carrozza, ordinando di sferzare e il cocchiere sferzò e via...

Via con la massima celerità che poteva sviluppare il cavallo forte, snello, giovine ancora.

Giunse in tempo. Nessuno lo aveva preceduto, e quell’arrivo opportuno gli aveva permesso di concludere un affare il cui benefizio ammontava a dodicimila dollari.

Quando il cocchiere al ritorno si vide porre in mano due monete d’oro, guardò il suo signore meravigliato in volto. L’altro gli sorrise tutto raggiante.

[52]

— Grazie, disse il cocchiere; ma non seppe trattenersi dall’aggiungere: Signore, lei non ha per la testa l’idea, voleva dire la sciocchezza del numero 13?..

— Io? Tutt’altro!

— Lei è proprio un signore di spirito... Se sapesse quanto danno mi ha già fatto questo numero 13! Ho perfino deciso di mutar padrona per mutar numero. C’è della gente che si spaventa del numero 13, anche nella libera America.

— Sono imbecilli, caro mio, e imbecilli al mondo ce ne saranno sempre...

Ma non tutti dicono così, non tutti hanno il suo buon senso, signore...

— Del resto; rimani con la tua vettura, nè ti sgomentare del tuo numero. Io ho anzi una... simpatia pel numero 13 e, poichè spesso mi occorre la vettura, ti darò la preferenza. Tu rimani fermo, non troppo distante dalla mia abitazione? Sai dove mi hai tolto? Ebbene. Ogni volta che mi occorrerà la vettura, ti manderò a chiamare. Sarà spesso.

[53]

Da quel giorno Evaristo ed il cocchiere N. 13, come lo chiamava lui, si videro assai di frequente, e questo spieghi l’immediata confidenza del dialogo...

***

— Che cosa devo sapere?!

— Che noi, nella nostra professione, non dobbiamo cercare tanti motivi, tanti perchè. Noi siamo per la persona che ci ha noleggiati...

— Già... già...

— Lei certo, ha visto scendere quella donna... perchè non si può negare, ma che so io di costei?

— Portami di qui, fin là, ed io obbedisco, ecco tutto.

— Sì che tu non sapresti dare...

— Nessuna indicazione, per esempio... dov’è salita in vettura?

— Che cosa?...

— Questo non posso dirlo... o almeno, posso dire per la strada che sarebbe non dir niente.

— Dove la riporterai? Lo sai già?

[54]

— Sinceramente lo so, ma non posso dirlo... perchè non si sa mai...

— Bevi un altro calicino, via, questo è gin di quello veramente buono. Mi verrebbe la voglia di farti compagnia se non avessi già bevuto del cognac...

— È buono il gin, perchè hanno visto lei... È furbo il padrone... Pei signori c’è la roba buona...

— Dunque (io mi ci diverto un mondo a questi discorsi) dunque dicevamo?

— Dicevamo che il cocchiere, deve avere un giudizio. Egli ha in mano l’onore di una persona, specie con queste vetture chiuse... e... se tutte le volte che lo interrogano dovesse parlare... povero mondo!... Si finirebbe per credere, davvero sa? che al mondo non ci siano più donne oneste...

Capita alle volte, di portare certe signore... certe dame... e poi fanno fermare... e poi salgono certi tipi... Ecco, se io ho deciso di non prendere moglie è appunto per questo... perchè faccio il cocchiere e so di che si tratta...

[55]

— Dunque non si può sapere chi sia quella donna? Perbacco, ma non temere di scoprire, di mettere in piazza una gran dama, come dici tu, quella è una donna del popolo qualunque...

— Quella è... Via, non mi faccia commettere uno sproposito; quella vestita così... è una signora.

— Ma che signora? Tu scherzi... scherzi perchè sai che ti voglio bene e che ci conosciamo da tre anni!

— Come? vuole che io non lo sappia? Ho detto una signora ed è una signora veramente.

L’insistenza di Ben — tale il nome del cocchiere — cominciò a destare la curiosità di Evaristo che finì a poco a poco per impensierirsi.

Ma fu per breve durata; un nuovo raziocinio cancellò tutto dalla sua testa, fin l’ombra del dubbio, del sospetto, ed egli si disse recisamente:

— Lei? Hulda? È impossibile, assolutamente impossibile. Delle somiglianze? Ce ne son tante! E poi, Hulda [56] è diventata troppo signora, si è troppo ringentilita, per certe cose... Senza contare che non veste a quel modo... Essa, a qualunque ora, si presenta sempre elegantissima. È una qualche popolana che fa uno strappo, ed il cocchiere ne fa una signora per diventare un essere di una certa importanza nella situazione... Furbo, il povero diavolo...

Evaristo versò il terzo bicchierino di gin, poi sorridendo chiese:

— Il nome... sarà impossibile saperlo...

— Quello non lo so nemmeno io...

— Ed abita molto lontano? — domandò ancora Evaristo, per non chieder chiaro e tondo «dove?»

Il cocchiere, grinzoso, e con gli occhietti lustri, lo guardò in un certo modo, come a dirgli:

— Vuol farla a me?

— Non lo posso dire, dove abita la signora. Non lo devo dire. Noi dobbiamo essere prudenti... Mi rincresce di non poter compiacere un signore [57] come lei, un cliente nobilissimo, ma si metta nei miei panni...

— Dunque si tratta veramente di una dama?

— Sì, di una dama.

— Che pagherà salato... anche...

— Ne viene di conseguenza.

— Ha marito, o è una... vedova, una giovane vedova...

— Ecco, in quella faccenda lì, non ho mai potuto veder chiaro. Noi, da cassetto, non si sa altro con precisione, se non quello che avviene dentro... quanto al resto...

— Non ne sai nulla... — aggiunse con studiata indifferenza Evaristo...

— Nulla, con sicurezza, ma da quanto ho potuto capire, la signora, questo lo si può dire, deve avere uno... uno dei soliti imbecilli...

— Che?...

— Che pagano... Essi pensano all’alloggio, al vitto, al teatro, alla villeggiatura, a tutto insomma, e le belle donnine si divertono con qualchedun [58] altro... Noi cocchieri le sappiamo queste cose e se dovessimo far pettini si saprebbe dove pigliare le corna.

— E questa tua dama è proprio una di quelle?

— O di quelle o di queste, io non so e non sostengo. Certo è una bella donna, giovane, sana e quando le viene il capriccio, capirà, non vi pensa tanto sopra.

— E ne ha spesso dei capricci?

— Veramente, io vorrei che ne avesse tutt’i giorni, ma non c’è male. Lei e quella signora sono i miei migliori clienti. Uno di giorno l’altra di notte.

— Non ti verrebbe la voglia di... unirci nella stessa vettura? — fece scherzando Evaristo.

— Ah, quanto a questo no! A meno che non vengano a noleggiarmi insieme.

— Ciò che sarà un po’ difficile. Qualche volta mi permetto di scherzare, ma a quest’ora, intendiamoci, perchè di giorno sono troppo occupato...

[59]

— A maneggiar denari...

— Sì, Giuseppe, è vero e ne maneggio tanti, tanti... Gli è che me ne restano ben pochi attaccati alle mani.

— E di quei pochi vorrei averne io la metà. Non vivrei a cassetto a fare... un po’ di tutto...

— E la signora si reca sempre da questa parte?

— Con me, sì...

— A poco a poco, signore, lei mi sta confessando... Io non devo dir nulla. Ogni professione (la chiamava professione) ha i suoi particolari segreti. Certo, che a venire da queste parti, di notte in carrozza, e vestita così dimessamente come un’operaia del cotonificio, il suo uomo, l’uomo pel quale nutre seriamente passione deve essere...

— Deve essere?!

— Alla via che fa o Guy Stein o Bill Oward. Sono loro due che comandano là dentro — e levò la mano accennando alla parte del vicolo.

— Sono due tipi ben conosciuti...

[60]

Sono due tipi capaci di tutto e sempre in guerra fra loro. Essi sono i re del quartiere.

— Lo conosci bene quel quartiere?

— Io? abbastanza, ma non creda che, specie a certe persone, sia molto facile traversarlo. Tanto più se sono ben vestite. Lì dentro guai a’ signori.

— La cosa comincia a diventare interessante, ha proprio del romanzo, senza contare che deve essere un bel tipo la tua signora che ama dei soggetti criminali, degli uomini che si possono disputare il primato in quel quartiere. Gente questa che si può dire non ha più scrupoli...

— Scrupoli?!

— Gente che va a rubare, che sa dare la sua brava coltellata, e che non si fa mai beccare dalla polizia. La polizia sta alla larga più che può dal loro quartiere. Non vi ficca il naso, perchè sa che passerebbe un brutto quarto d’ora...

Evaristo ritornava a sentirsi agitato da un sinistro presentimento. Egli si [61] studiava di cacciarlo e il presentimento lo riafferrava con una specie di novella tenacità.

— E sa ciò che rende più sicuri costoro e li fa più arditi? È questo. In fondo in fondo, al lato opposto, il quartiere ha come una scappatoia sul mare. Quante cose, sul mare, son diventate un mistero! I giornali alle volte dicono, ma il mare tace. Fo il cocchiere da trent’anni, si figuri se non ne ho vedute ed udite delle belle!

Tutto quanto Evaristo aveva appreso era più che sufficiente per destare in lui dei timori, delle inquietudini.

Ben, nella sua stessa furberia, parlava ingenuamente e diceva delle frasi delle quali non misurava certo la portata e l’atrocità.

— Apposta — disse a un tratto il giovane — io ho bisogno di vedere la tua sconosciuta. Vederla assai da vicina.

— E parlarle?

— Se occorresse.

— E vorrebbe fare tutto ciò quando ella sarà di ritorno?

[62]

— Sicuro.

— Non glielo consiglio.

— Potrebbe essere pericoloso. Pericoloso per tutti e due. Certi capricci alle volte si pagano più che non valgano. Se qualcuno di quelli là che non scherzano la scortasse in distanza? Se dal buio la seguisse con l’occhio fino che fosse in carrozza? Io non mi fido per me e per lei...

— E allora? Studia tu il modo. Rischiarati le idee. Dicendo questo gli pose fra mano una moneta d’oro...

— Non per il dono — rispose l’altro mettendo la moneta in un borsellino a reticella metallica — ma perchè lei è una persona perbene alla quale si fa volentieri un favore...

— Parla — disse non senza agitazione Evaristo e si versò il secondo bicchierino di Cognac — Prima che giunga, parla.

[63]

CAPITOLO IV. L’assalto alla vettura — La signora misteriosa — I pensieri di Bess

— Lei si allontani di qui, tornando su la via già fatta. Io resto ad aspettare la signora, poi partirò... Dove la strada fa angolo, metterò il cavallo al passo...

Due degli avventori che avevano bevuto e giuocato fino a quel momento uscirono, dando prima un’occhiata circospetta all’ingiro e passando innanzi ai due che interloquivano squadrandoli con attenzione...

Come si furono allontanati di alcuni passi, Ben accostando la sua alla testa [64] di Evaristo e ponendo l’indice attraverso la bocca, disse sottovoce:

— Due agenti di polizia travestiti. Io li conosco lo stesso.

— C’è il pericolo di rivederci all’angolo?

— No; essi non fanno quella via. Ritornano per di là, vedrà.

I due, che presero a camminare con qualche sollecitudine, scomparvero al lato opposto, nel buio...

— Dicevi dunque?

— Il cavallo al passo... Lei verrà vicino alla carrozza in fretta e, certo che la vettura sia vuota, mentre mi grida un indirizzo, aprirà svelto lo sportello, introducendosi.

Io griderò di scendere, ma, se la dama accetta compagnia... frusterò il cavallo, se no, prenderò le parti della signora, e intanto lei l’avrà veduta, udita... si sarà tolta la curiosità... In questo io non c’entro! È come un’aggressione e posso far la vittima anch’io... Siamo intesi?

[65]

— Intesi...

— Se la donna però non volesse profittare per aver compagnia, non insista, se ne vada... se ne vada, ha capito?

— Me ne andrò — rispose l’altro per contentare il suo interlocutore.

Non lui, in tal caso, ma la situazione doveva decidere.

Dopo questo, che ormai si faceva tardi, pagato il conto, Evaristo Grinfieri si allontanò, giusta le indicazioni ricevute dal cocchiere...

***

Tutto quello che prima gli era parso impossibile, tanto l’amore per Hulda cominciava ad acciecarlo, adesso gli diventava quasi naturale e tormentoso, esasperandolo.

Amando una donna come quella, perchè non avrebbe potuto toccargli un fatto simile?

Se egli manteneva quella donna, se quella donna riguardava in lui un padrone, come non avrebbe potuto odiarlo, [66] sotto la menzogna di tanti sorrisi, di tante carezze, e, odiandolo, per tacita vendetta tradirlo?

Tradirlo con uno che fosse la sua simpatia, la sua vera, unica, vivissima simpatia, l’amante del cuore?

Forse i denari che spendeva gli davano diritto alla fedeltà?

Nel turbine di questi pensieri sentiva sempre più aperta la ferita di vedersi tradito e di pagare egli stesso il tradimento.

Ma come mai — si domandava — sono stato sì cieco e tranquillo sul conto di lei? Sapeva dunque far proprio le cose a modo Hulda? Possedeva tutte intere le male arti e padroneggiava così abilmente i suoi complici, da non venir tradita mai?

Tutt’a un tratto, in quella tempesta, si accendeva un bagliore di speranza.

— E se io mi ingannassi? Se io, fin’ora, non avessi fatto che giudizi temerarii, se non avessi fatto altro che calunniarla con l’anima?

[67]

Ma sì, sono io colui che ha torto. Perchè Hulda dovrebbe agire così con me? Le ho mai fatto del male? La ho non assecondata in qualche cosa? Quale dei suoi capricci può dire che non mi sia stato legge? E poi non sono io giovane, vigoroso? Non sono simpatico, non mi so rendere obbligante? E all’occorrenza non sono energico ed ardito come piace alla donna? Ah, no, non può essere. È un inganno il mio, una allucinazione, un pessimo sogno. Non è Hulda. È un’altra, un’altra...

Udì il rumore della carrozza che si avvicinava. Sentì pulsare il cuore con violenza e quasi sotto i piedi spalancarsi il terreno... Quale tremenda emozione quella così terribile incertezza!

La carrozza si udiva sempre più distintamente, anzi la vide avanzarsi nell’ombra della via quasi oscura... Avanzarsi lentamente... giusta l’intesa.

Aspettò qualche secondo ancora, con l’animo sospeso su di un abisso, poi al momento opportuno, si precipitò sullo [68] sportello gridando al cocchiere, indovinate? L’indirizzo della dama che gli dava tanto spasimo.....

Un grido di terrore rispose alla sua voce.

Evaristo afferrò la donna pei polsi e le gridò in faccia, a sua volta, ancora sorpreso dopo tutto quello che aveva pensato:

— Hulda? Tu?!

— Signore, esca! La vettura è occupata! — vociava a sua volta Ben da cassetto. — Signore, prego... Ma questo è un tradimento!...

Il cocchiere si precipitò da cassetto, mise la testa dentro...

— Signore, scusi... prego...

— La signora permette — rispose Evaristo contenendosi a stento.

— Non è vero, signora?

Hulda con un filo di voce rispose, sporgendo un poco la testa...

— Si.

— Contenta lei, contento tutto il mondo — ribattè il fiaccheraio facendo [69] di cappello e risalì al suo posto lieto e orgoglioso che la commedia fosse riuscita a perfezione.

Era merito suo e pel quale non tarderebbe avere presto un’altra mancia.

Impugnò le redini, diede una scossa su la groppa e prese la via pensando:

— Hanno proprio del buon tempo questi signori.

Il cavallo si pose al trotto sonoro per la via lunga e solitaria.

Seguirono a tutto questo alcuni interminabili minuti di silenzio angoscioso; dopo il quale Evaristo, voltosi a Hulda, interrogò:

— Dunque?... Parla!

Confusa, annichilita, Hulda non si mosse, nè proferì parola. Sentiva un malessere novo farle gruppo alla gola. Una forza misteriosa che la costringeva suo malgrado alla immobilità.

Evaristo attese invano qualche secondo, poi, come pazzo, le urlò nell’orecchio:

— Parla!!!

[70]

Hulda, con uno scatto improvviso, gli buttò le braccia al collo...

Al rapido martellare del core sentiva spezzarsi il petto; la violenza del sussulto e il terrore angoscioso che l’invadeva le avevan preclusa la parola, e gli occhi che non davano lagrime parevano quelli di chi si svegli su l’orlo di un abisso.

— Parla, maledetta!! — urlò ancora Evaristo, e la scosse brutalmente per un braccio.

Hulda, come fulminata, gli cadde con la testa su le ginocchia e allora... solo allora pianse.

Com’era lunga quella via e come ne’ due animi aumentava l’angoscia di indole diversa per diversa cagione, ma egualmente profonda, man mano che la vettura inoltrava nel cuore della città, dove da per tutto ancora brillavano lumi e ferveva la vita.

Ferveva la vita, come di giorno, ma sospinta in quell’ora dalla spensieratezza del riposo dei più, dalla ricerca [71] della conversazione, del sollazzo, del piacere...

Sfilavano davanti allo sportello vetrine sfolgoranti, che vi mettevano a tratti, rapidi e quasi direi, ingiuriosi bagliori...

Altre carrozze aumentavano il movimento e il rumore, e passanti e trams e venditori si succedevano con vicenda continua, con l’animazione delle grandissime città, dove si vive sempre ed ove, in apparenza, si direbbe non siano possibili la tregua, il riposo.

New York è così?

***

Bess, la cameriera, attendeva la padrona leggendo e per nulla preoccupata, relativamente, da che non era scorsa l’ora in cui doveva far ritorno Hulda, la quale non si decideva mai ad andare per l’ultima volta e ritornare, con una rottura completa di quel legame.

Era questa la consolazione che un po’ per cuore, un po’ per egoismo, e [72] certo più per questo, la vecchia cameriera si attendeva dalla giovine e non ancora bene esperta padrona.

E degli esempi glie ne aveva portati, e accaduti a persone che essa conosceva e di cui sapeva come si suol dire vita e miracoli.

Sperava sempre, con infinito desiderio, che un bel giorno si decidesse, mandasse al diavolo quell’uomo ignobile in tutto e così vile nella sua forza e nella sua potenza di cattivo soggetto da chiederle sempre denari, denari sempre.

E di quelle richieste anche lei sentiva il contraccolpo, chè troppe volte, prima che finisse il mese, la signora restava senza denaro, e Bess avanzava parecchie mesate.

Quando invece, con un po’ di giudizio, con un po’ di regola, solo levandosi da dosso la tirannia di Guystein, potevano benissimo, ognuna a suo modo e secondo l’età, essere due signore.

Bess non era stata previdente in [73] gioventù, che ricordando gli anni trascorsi aveva a rimproverarsi le stesse cose che ora rimproverava alla sua padrona, adesso si preoccupava dell’avvenire con un sacro terrore.

Essa infatti aveva pensato a diventare sotto colore di cameriera, la guardiana, la tutrice di Hulda, diventando, per custodirla e salvaguardarla, l’alleata di Evaristo, di quello che con signorile larghezza pensava al mantenimento.

Come mai si doveva essere sempre in debito con i fornitori?

Come mai continuare a vivere così spensieratamente? Come mai non pensare che gli anni passano, che la bellezza sfiorisce?

Certo alla signora tutti facevano buon viso e buon credito, perchè la sapevano fortemente appoggiata, ma se avessero potuto penetrare che da un momento all’altro tutto ciò poteva diventare un passato, che cosa sarebbe avvenuto di loro?

La serva, quella dei lavori grossi, [74] ancor giovane, avrebbe potuto collocarsi e pensare per tempo a sè stessa, la padrona, ancor bella, scendere un altro gradino verso l’abbiezione, ma lei, lei che non aveva più nè gioventù, nè bellezza, nè forza?

Dio, che miseria! Dio che rovina!

Quando si ingolfava in questi pensieri, le veniva una gran voglia di fare una cosa, non bella certo, ma utile, e dopo tutto di interesse comune.

Toccava a lei aver giudizio se non lo aveva la padrona. Non c’è anche un proverbio che dice: chi ha più giudizio l’adoperi?

Era un piano prestabilito da un pezzo e sempre rimandato di giorno in giorno, nell’attesa che Hulda pigliasse energicamente la decisione di piantare quell’altro, quel mal soggetto, che invece di dar denaro alle donne, dalle donne lo voleva.

Quel cosaccio senza amore e senza scrupoli, ignorante, volgare, manesco e ladro senza pregiudizio del resto, a seconda del caso.

[75]

E la decisione in cui Bess era intensionata di venire, consisteva nel mettere, con garbo e secondo il momento, Evaristo a capo della situazione.

Se non altro, scoprendosi il tutto, non sarebbe stata complice, e data quella prova di attaccamento al signore, egli avrebbe potuto collocarla, con poteri di sorveglianza presso di un’altra, perchè certo, al saper della cosa, sarebbe stato rotto l’incantesimo e spezzata la catena.

Dapprima quella idea le ripugnava, ma poi a poco poco tenendosela nel cervello e studiandola e rivolgendola spesso, vi si era adattata e finiva per trovar buone ragioni a giustificarla.

Interrottamente leggicchiò ancora un poco, indi rimise il libro sul tavolo, chè udì avvicinarsi al portone la carrozza.

Allora, tolto il lume, andò all’uscio, l’aperse ed attese.

Allo scalpiccio che udì sulle scale s’accorse che erano in due persone a salire e pensò che, come tante volte accadeva, l’avesse accompagnata l’altro [76] che ne profittava talvolta per darsi il lusso ed il gusto di sedere ad una tavola riccamente imbandita e pigliare una buona satolla e magari la più sconcia ubbriacatura.

Una volta ad uno di quei desserts, Hulda ebbe un tremendo schiaffo, ma non si ribellò. Stein sarebbe stato capace di troncarle un braccio e di buttarglielo in faccia. E lei di quella brutalità pareva quasi orgogliosa.

All’angolo dell’ultima scala in fondo al pianerottolo Bess ebbe la terribile sorpresa che temeva da tanto, ma che non s’aspettava quella sera.

Dopo Hulda, che saliva faticosamente, a testa china e tutta rossa di pianto, vide apparire l’aristocratica e rigida figura di Evaristo.

Capì tutto Bess e sentì vacillare le gambe. La tremula mano reggeva a stento il lume. Ella si fece da lato, salutando appena col capo, e i due entrarono in silenzio.

Entrarono, come abitualmente, in [77] quel salottino che era studietto e gabinetto di lavoro per Hulda.

Qui, come se avesse fin’ora dubitato de’ suoi occhi e delle sue orecchie e di tutte le dolorose impressioni che aveva subito l’anima sua, Evaristo fissò ancora lungamente e muto Hulda, anche in quel costume di popolana, bella, forse anche più bella.

— Hai ragione, mormorò sommessamente Hulda, hai ragione, fa di me quel che tu vuoi... Ammazzami...

— Signora, siate falsa e ingrata, quanto volete, siate voi, quanto più vi aggrada, ma non vi rendete ridicola. Ammazzarvi?! E perchè? Con qual diritto? Non lo farei, non lo penserei nemmeno se foste mia moglie, figuratevi poi, per una donna che in fin dei conti è libera... libera del fatto suo...

— No! No! Evaristo...

L’altro, come se quelle parole non lo riguardassero, con una calma, tremenda più di qualunque collera, con una calma superiore ad ogni scatto, continuò:

[78]

— Certo, io non debbo darvi più a lungo il fastidio della mia compagnia. Ma che colpa ho io se... lo confesso... vi ho amato? Sapevate far tanto bene che era impossibile non... adorarvi... perchè, vedete come son sincero? io vi ho adorato... Voi, senza amarmi, pure sempre tanto buona, m’avete sopportato finora, non avete avuto il coraggio di dirmi: vattene...

Ora che so tutto, è a me che tocca di contentarvi, è un doveroso ricambio di gentilezza e null’altro. Sarete così libera... potrete disporre di voi... come avete fatto fino a tutt’oggi.

Hulda, abbandonata sopra un lato del divano, voleva piangere, ma ormai non aveva più lagrime e lo strazio di quelle parole fredde, incisive, la toccava più che nel cuore, nel cervello.

Ora pensava seriamente e suo malgrado, lei che aveva sempre pensato così mal volontieri e di sfuggita.

Il contegno d’Evaristo non era nè studiato, nè dell’occasione, ma pur troppo [79] rappresentava la genuina espressione del suo carattere in un momento consimile.

Era così. Quella era proprio l’espressione sincera del suo sentire e del suo giudicare.

Diventava freddo, compassato, riflessivo e... sarcastico. La mirabile lucidità mentale, che seguiva ad ogni suo motto o ad ogni colpo improvviso, gli permetteva di riflettere e, col massimo sangue freddo e quasi dentro i termini della cortesia, di martirizzare la sua vittima o vincere l’avversario.

— E prima di tutto, continuò guardandosi la mano ben fatta, un po’ rossa e nervosa, non dovete neanche per questa notte avere presso di voi la mia imagine. Essa vi turberebbe anche nel sonno, o signora, come certo vi turbò in passato...

Si fece su l’uscio e chiamò:

— Bess!

— Eccomi, signore.

— Favorite di togliere dalla cornice il mio ritratto.

[80]

Bess cominciò ad obbedire senza rispondere. Tutto ciò era il meglio che si potesse fare, mentre nel suo interno, per la inevitabile tempesta che si scatenerebbe, andava ripetendo:

— Ah, se avessi parlato! se avessi parlato! Ora non rovinerei assieme a quella stupida di Hulda. I miei consigli! I miei consigli! — E tratteneva a stento i sospiri che le volevano erompere dal cuore angustiato dalla perdita del suo dolce sogno di egoismo.

Come Bess fu pronta, non seppe resistere alla volontà di intromettersi e facendo timido atto verso Evaristo, con la fotografia, disse:

— Vo ad avvolgerla in una carta... se proprio ha deciso di portarla via... ma non lo credo ancora, mi pare impossibile, signore, che lei voglia, che lei... si calmi... fu un errore, sono inesperienze... È tanto giovane... Io poi devo obbedire...

— Più a me, che a lei — interruppe Evaristo... [81] — Ah, questo sì, pur troppo, ha ragione...

— Dunque, se ho ragione, Bess, fate silenzio...

— Signore...

— Il ritratto non lo porto con me... Ho pensato bene... di non portarlo...

Fu un baleno di sollievo per le due donne... Ciò poteva significare un mutamento di idee...

— Perchè portarlo meco? fece ancora con voce quasi dolce. Non ho con me l’originale?

In queste parole, prese lentamente la fotografia e la stracciò...

Sotto le mani febbrili, ma sicure, il cartoncino parve mandare un lamento, un suono di strazio. Con la sua immagine, Evaristo sapeva di stracciare in quel punto due cuori.

Evaristo si volse lentamente a Hulda che restava alla sua destra. Le si volse di fronte, con una solennità semplice e inesorabile:

— Signora, poichè nulla di quanto [82] è qua dentro vi appartiene, non vi sarà difficile consegnarmi libero l’appartamento per la sera di domani. Siamo intesi.

Dopo queste parole s’avviò per uscire.

Allora, come fossero state spinte da una comune precedente impresa, le due donne si precipitarono su lui.

Hulda ponendogli la destra al collo, Bess prendendolo per la mano.

— No, non te ne andare così; non te ne andare, perdonami, supplicava l’una...

— Pietà di noi, signore, non ci abbandoni! Non ci lasci così! Sia buono!

— Hai ragione, ma perdonami, diceva a gran voce Hulda. Fui cattiva, fui infame... eppure se tu sapessi... se tu sapessi tutto! Non è tutta mia la colpa!

— L’ascolti, le ha sempre voluto bene questa povera ragazza... creda....

Così le due donne tentavano di smuovere Evaristo dal proposito di cui avrebbero dovuto sentire i crudi effetti [83] l’indomani; ma egli si svincolò da loro, sordo ad ogni preghiera, ad ogni lamento, aperse l’uscio e partì.

Prima di scendere, con solennità che diede l’ultimo sgomento alle due donne, ripetè ancora:

— Siamo intesi. Domani.

***

Ciò che Evaristo non si aspettava di trovare in istrada, avendolo licenziato, fu Ben.

Ben tranquillamente a cassetto davanti al portone, aveva l’aria dell’uomo che attenda per ordine ricevuto.

— Come? Tu qui?

— Signore, aspettavo.

— Chi te lo aveva comandato?

— Nessuno.

— Dunque, perchè sei qui?

— Perchè....

— Sentiamo.

— Perchè... scusi sa, immaginavo bene che non sarebbe rimasto sopra.

— Già... anche tu immaginavi che non sarei rimasto?

[84]

— Capirà, signore, è da un pezzo che fo il cocchiere, sono uno dei più vecchi della piazza... E certe cose si giudicano dall’odore, si respirano nell’aria.

— Poichè hai avuto tanto buono senso, ecco... approfitto.

E salendo diede l’ordine:

— A casa mia.

Adesso era vuoto quel posto accanto a sè. Adesso non lo occupava più la donna che aveva disconosciuto così vilmente un amore, che malgrado il di lei passato poteva diventare il legame della sua vita, e con quello avere una riabilitazione.

Si è infelici e disonorati finchè non si trovi un’anima superiore che ami e perdoni.

Amarissime riflessioni attraversavano la mente di Evaristo.

Ora più che prima gli davano un fastidio stizzoso gli sprazzi di luce che tratto tratto rischiaravano l’interno della vettura, quando questa passava dinanzi [85] ai grandi caffè dove brillava una luce intensa come di giorno, per l’elettricità, che vi profondeva il suo bianco e freddo raggio meraviglioso.

Senza volerlo, senza, si può dire, avvedersene, Evaristo, s’era rincantucciato proprio a destra, sul lato poco prima occupato da Hulda, la quale vi aveva lasciato un poco di quel profumo che sempre emanava dalla sua persona, che nel bagno, tutti i giorni prodigava a intere boccette la favorita e dispendiosa essenza.

Di essa rimaneva ora un sottile profumo di rosa.

Evaristo lo aspirava con una amara voluttà di rimpianto.

***

— L’avevo o non l’avevo detto io, che un giorno saremmo arrivati a questo punto?

Tali furono le prime parole che con aria disperata insieme e rabbiosa mosse la cameriera a Hulda.

[86]

Questa, sempre rossa in viso, ma senza più lagrime, non rispose.

Colla testa china ascoltò i rimproveri via via sempre più acerbi della vecchia Bess, finchè non ne fu sazia, finchè non ne fu infastidita; poi la interruppe bruscamente gridandole:

— Basta! Dico di smettere! Ormai quello ch’è stato è stato.

— Quello che è stato è stato? Ma a lei non pare che sia avvenuta proprio qualche cosa di grave, d’irrimediabile? Non si è persuasa ancora della rovina in cui siamo piombate?

— Rovina, rovina dici?

— Sì!

— Perchè? Per quei quattro soldi?... Ne troveremo degli altri; no, non mi voglio affliggere, anzi mi pento di aver pianto... Infine sono sempre bella e fresca, ho appena ventitre anni. Degli amanti ce ne sono degli altri al mondo...

— Degli altri, come quello?

— Via! al diavolo tutte le malinconie. — Per l’ultima sera che son padrona [87] di casa, obbediscimi. Porta del cognac.

Bess obbedì, brontolando. Hulda la lasciò dire, perchè capiva che, povera donna, non aveva tutti i torti e aveva parlato nel comune interesse.

Ma mentre essa beveva lentamente il liquore, affettando fiduciosa sicurezza nella nuova situazione che le si sarebbe schiusa, qualunque fosse stata, l’altra ricominciò:

— Sloggiare sarebbe nulla, se non ci fossero debiti, tanti debiti da pagare. Anche a questo io pensavo.

— Tu hai un gran talento, una gran testa; tu pensi a tutto...

— Ma come non capire che se ora tutti ci fanno credito, e non ci molestano gran che i creditori, il motivo è che fra noi e loro c’è il signor Evaristo? Non lo sapete, che se domani, se adesso sapessero a che punto sono le cose, farebbero già la processione per le scale?

— Insomma, non mi devi seccare...

[88]

— Non vi seccherò, ma voi dovete ascoltarmi. Può essere che vi riesca ancora a smuovere Evaristo dal suo proposito.

— Smuoverlo? Io? Ma ormai, se ben lo potessi non lo farei più... Dopo tutto sono giovane e bella e non mancheranno a me gli amanti, a te i padroni ricchi che vai cercando. Ah, vivadio, fin che si hanno di queste figure... si incantano gli uomini... Pane e diamanti non ne mancano...

E si rizzò fiera su la persona bella e stette un poco immobile con le nere pupille un po’ fosche, dinanzi un grande specchio.

— Hulda, disse con accento di rimprovero insieme e di affetto Bess — Hulda, con chi credete di parlare? Credete ch’io non sappia come vadano le cose, come finiscano la gioventù e la bellezza? Ma non sapete che se io vi so servire così bene, è proprio perchè anch’io sono stata come voi? Io che oggi sono serva a voi, fui signora anch’io, [89] come voi... non mi ci fate pensare, soltanto ascoltatemi ed evitate di peggio a voi ed a me. Certo per qualche tempo ancora durerà la nostra fortuna, poi di giorno in giorno... Iddio non voglia... vedete, io vi parlo col cuore in mano.

— Ah, non posso dire che tu non mi abbia sempre voluto bene... Non posso lamentarmi per questo...

— E per questo appunto ascoltatemi... ascoltatemi...

Hulda vuotava il terzo bicchierino...

— Non bevete più, non bevete. Perchè cercate di stordirvi? Per non aver più la mente serena? Per non ragionare più? Mi ascoltate? Promettete di ascoltarmi?

— Parla, via, parla, povera e paurosa Bess.

Hulda accese una sigaretta. Bess ricominciò...

— Ora andate a dormire. Volete nasconderlo, ma siete agitata, molto agitata. Domani mattina, nell’ora in cui potete trovarlo in casa, andate da Evaristo, [90] andate da lui... Non conoscete gli uomini? Quella è un’ora propizia... voi buttatevi ai suoi piedi... Dovete farlo... dovete...

Bess fu interrotta dal campanello elettrico.

— Possibile? A quest’ora? chi sarà?

— Apri... — disse Hulda e il cuore le diè in petto un balzo repentino — apri, ripetè con un filo di voce.

Bess aprì.

— Sono io — disse Ben il cocchiere. — Ho lasciato a casa quel signore, che mi ha dato l’incarico di portarvi questo biglietto...

— Qua... disse Hulda tremante.

— Fosse la consolazione!

— Fosse la consolazione? — chiese Bess agitata e speranzosa anch’essa...

— Leggi! fece seccamente Hulda, e le porse la lettera che diceva così:

«Signora,

«Se vi fossero debiti verso i vostri fornitori, come credo, lasciatemene [91] senz’altro la nota sulla vostra scrivania.

«Penserò io al resto.

«Siamo intesi.

«Evaristo Grinfieri

Hulda diè la mancia al cocchiere e lo congedò.

Appena furono sole le due donne, Hulda disse scattando:

— Vedi, Bess? Altro che sperare! altro che i tuoi consigli! questo è il colpo decisivo. Egli mi ha abbandonata e con quest’ultimo schiaffo, da gran signore.

— Non importa. Domani, per tempo, anzi, prima che egli abbia lasciata la sua camera, dovete essere da lui... Vi dirò domani il resto.

[92]

CAPITOLO V. L’angelica Mary — L’ubbriacone impenitente — Il segreto della prima donna

Che cosa avevano fatto tutti gli altri personaggi dei quali abbiamo discorso in principio, in quella sera, tanto fatale a una fatale passione?

Lo diremo brevemente.

Wood, il grosso Wood, faceva sogni meravigliosi, e tra i re del petrolio, tra i re delle industrie, tra i re delle ferrovie, tra i re delle ferriere vedeva sè stesso, re della nuova linea dell’Est, principio di una serie infinita di linee, principio di una colossale ragnatela in [93] ferro lucente al sole. Ed egli ne era il ragno colossale, e cento città vi si dibattevano impigliate come mosche immense.

Si realizzavano guadagni lautissimi.

Giustamente Evaristo Grinfieri aveva insistito. Gli stessi incassi mensili erano sbalorditivi; le azioni erano andate su, su, erano salite in un modo meraviglioso. Anzi, non si negoziavano nemmeno, chi ne possedeva, possedeva un tesoro e non le dava, non c’erano dollari da pagarle.

I grandi commercianti americani hanno di queste poesie.

Webb leggeva una lettera dell’unica sua figliuola allogata in un educandato, ed era in viaggio.

Il viaggio di chiusura, l’ultima emozione, quasi a preparare l’entrata nel mondo alle signorine che ormai avevano compiti gli studi e stavano per abbandonarli.

Webb leggeva con attenzione la lettera di Mary, anzi l’aveva letta più [94] d’una volta e non se ne stancava mai. Tornava sempre da capo.

Le signorine educande viaggiavano con tutto lo sfarzo e le cautele che si conveniva a loro, quasi tutte milionarie, future dame della nuova aristocrazia.

Nulla si risparmiava, per gli agi e per la coltura insieme.

La signorina Mary scriveva dall’Italia, dove lei e le compagne avrebbero dimorato per oltre un mese, visitando le città principali.

Diceva a un certo punto della lunga lettera.

«Papà, papà mio, non mi manchi che tu. Se tu mi fossi vicino, tutte queste cose belle che io vedo, sarebbero più belle ancora. L’Italia è davvero un paese meraviglioso, dove ogni città ha i suoi speciali incanti.

«Perchè non sei venuto con me?

«Quando penso che la mamma è morta e che io sono nel paese della mamma, io vedo nella mia memoria una madonna. Tale doveva essere quella cara, quella santa...

[95]

«Anche tu la vedrai spesso la povera mamma, non è vero? E allora come ti sentirai ancora più solo, perchè non hai neppure la tua Mary accanto per consolarti, per dirti una buona parola, con tanta soavità come detta l’amore... tanta... tanta... Ma confortati, papà. Il periodo dell’educandato sta per finire. Al ritorno avrò compiuti i miei studi e uscirò per venirmi a buttare fra le tue braccia e starvi per sempre...»

— Che figlia! che figlia!... Tutta sua madre... tutta quella povera donna, che dovrebbe essere viva adesso... e vedere la mia fortuna e compensarsi dei tempi crudi, quando soffrivamo... quando, basta...

Doveva andare così. Purtroppo la felicità non è mai completa. Quando c’è il denaro, manca sempre qualche cosa d’altro... Quando c’è il denaro...

***

Evaristo, spogliandosi lentamente, [96] nella sua camera da letto, piccola ed elegantissima, e di nobilissimo vecchio stile, pensava a quanto gli era accaduto... meravigliandosi del suo contegno correttissimo. Meravigliandosi, di non esser andato su tutte le furie e di trovare in ultimo pensieri di compatimento e di altero disdegnoso disprezzo, per quella avventuriera, alla quale avea portato molto amore e che lo aveva per tanto tempo abbindolato.

Conchiuse mentalmente che doveva da una simile donna aspettarsi tutto ciò e che, se a un essere simile si poteva chiedere gratitudine, certo non si doveva chiedere neanche una parvenza di amore.

Convenne che non a Hulda egli dovea pensare, al milione che gli occorreva, per liberarsi un dì dal giogo di Webb, e spiegare le sue nuove e superbe qualità di speculatore e di commerciante geniale.

Sarebbe stata la sua vendetta, e si sarebbe posto su la via di trionfare su [97] tutti i ricchi della città. I ricchi di America.

L’idea dunque che lo possedeva, malgrado tutto, e sopratutto, era quella di procurarsi un milione. Il primo per la semente del miliardo. Quel suo arditissimo sogno da giorni lo possedeva interamente e quanto altro gli avveniva per lui non aveva aspetto che di piccole parentesi nella vita, di piccoli inciampi su la grande strada.

Diede una scorsa rapida e sintetica a parecchi giornali più diffusi e più autorevoli di commercio e di finanza, poi si addormentò, relativamente tranquillo.

Così passò la notte.

***

Al suo primo svegliarsi, a mattino inoltrato, quasi senza volerlo, la mente gli corse a tutto quell’arruffio di cose del giorno innanzi, ed in ispecie a Hulda, che non volendo, aveva sorpresa, e dalla quale senza esigere spiegazione di sorta, si separava così recisamente.

[98]

Anche adesso trovava commendevole il proprio operato e si compiaceva, malgrado la sua passione, d’essere stato così risoluto e in modo così rapido.

In questa entrò Tommy, il vecchio servo affezionato e confidente.

Una signora... — fece con sorriso malizioso — desidera parlarle.

— Chi?

La signora — ripetè il servo.

— Hulda?

— Precisamente.

— Che cosa vuole?

— Deve parlare con lei.

— Che mi aspetti.

Evaristo si alzò e si vestì in fretta, quasi desideroso di rivedere quella donna, che doveva aver passata una notte davvero angosciosa.

I lettori si saranno già accorti, a questo punto del racconto, del tipo eccezionale di Evaristo Grinfieri, uomo che alle tante sue risorse di larghe vedute per immediato sdoppiamento di ingegno univa una strana, fortissima potenza di dominarsi.

[99]

Dominare se stessi, vietare a se stessi ogni ira, ogni scatto passionale, imperare col senso dell’utile netto sul proprio carattere: quello doveva essere il segreto che lo affidava dell’esito.

Dalla via tracciata a sangue freddo nessuno doveva rimuoverlo. Nessun mezzo, nessuna potenza farlo deviare.

Pure, quando uscì dalla camera per entrare nel salottino dove Hulda lo attendeva, sentì un brivido per tutta la persona.

Quante volte in passato a quell’ora l’avea avuta fra le sue braccia con l’anima in uno stato ben dissimile tra l’oblio e il piacere!

Appena entrò, Hulda gli mosse incontro, sollevò le braccia per cingerlo al collo; ma non ebbe l’ardire, e cadde in ginocchio...

— Alzatevi, signora! Che novità son queste?

— Perdono! Perdono! Perdono! Anch’io ti amo... Tu mi hai condannata senza nemmeno ascoltarmi... Tu hai ragione...

[100]

— E dunque?

— ... ma ho ragione anch’io.

— Abbiamo ragione tutti e due, signora? È strano, io non capisco, veramente, come ciò possa avvenire...

— Senti, non mi chiamar signora... chiamami Hulda, la tua Hulda come prima... Dopo che mi avrai inteso... condannami, scacciami.

— Hulda, alzatevi — disse Evaristo allontanandosi un poco da lei — Alzatevi... signora e risparmiate le vostre parole... Non vi pare che esse siano perfettamente inutili, dopo quanto è avvenuto?

— Evaristo...

— Voi, signora, avete e con ragione, rivendicata la vostra libertà... Io ho riavuta la mia, che non volevo... Ora andate, lanciatevi, non vi mancheranno vagheggini, conquistatori, amanti... Mi hanno invidiato tanti quando eravate al mio braccio... Imbecilli! Non sapevano che anche allora eravate conquistabile, conquistabilissima.

— Ma perchè aggiungere lo strazio [101] di queste parole, quando tu non sai tutto?

— E mi bisogna di sapere? Non ho io veduto? A quell’ora, verso quel quartiere, in carrozza, e con quell’abito? Strano il luogo dove andate a reclutare i vostri amanti del cuore, o signora... Siete di gusti molto modesti ed anche... molto depravati... suppongo... non vi offendete.

Queste parole erano tanti colpi di coltello in petto a Hulda, cui la notte aveva fatto pensare seriamente al nuovo stato di cose, e non belle, che le si veniva disegnando alla mente, snebbiata dal risentimento e dai fumi del liquore, e adesso tutta volta a considerare il male con la lucidità spaventosa di chi prevede un domani di sciagura irreparabile.

Così accorata e accasciata, Hulda guadagnava in bellezza. L’espressione affascinante del sentimento che le sarebbe mancata altre volte, quell’espressione l’irradiava adesso, tutta.

[102]

Evaristo aveva finito per guardarla con una certa fissità, che non isfuggì a Hulda.

Hulda aveva sempre riso per lui in passato, folleggiando come una fanciulletta viziata e maliziosa, avevano sempre bevuto insieme da smemorati e da baccanti alla coppa della gioia.

No, non l’aveva mai vista nè con gli occhi, i bellissimi occhi stellanti, velati dalle lagrime, nè tanto meno l’aveva vista inginocchiata a’ suoi piedi, supplice...

Il sapere che quella donna finalmente soffriva, gli faceva gustare, prelibare, un senso d’orgoglio nuovissimo, non ancora provato, e dava alla donna seduzioni, che in lei non avea ancor visto.

Pareva che ora scoprisse in Hulda quel tesoro dell’addoloramento, per cui ogni moto, ogni sguardo, ogni sospiro, assumono un incanto speciale e comandano alla persona che affanna e potrebbe con una parola consolare: perdona!

— Io ti amo, e tu devi crederlo e [103] lo crederai, certo, se mi lascierai parlare... Ascoltami. È l’ultima carità che ti domando, Evaristo, ascoltami.

Evaristo rispose con la voce un po’ fioca...

— Via... siedi... Io vorrei da te l’impossibile; vorrei che tu avessi ragione.

Evaristo premette la molla del campanello e comparve Tommy.

— Comandi, signore...

— Volevo... cioè... niente. Va pure, Tommy.

Che cosa aveva voluto, così un po’ accigliato, ed ora più non voleva?

Hulda sedette, lasciandosi cadere come affranta e pure guardando fisso Evaristo, vedeva accanto a lui la figura di Bess che tanto poco prima le aveva detto e insegnato.

— Devo raccontarti tutto, perchè tu non sai tutto. Quello che ti è noto della mia vita è la parte più recente, la conseguenza dell’altra. Ho soli ventitre anni, ma ho girato molto, e molto sofferto...

Io non mi chiamo, è bene che tu [104] lo sappia prima di ogni altra cosa, io non mi chiamo Hulda, ma Concetta, Concettella come mi dicevano a Napoli dove son nata, di padre napoletano e di madre oriunda francese.

Mio padre che contava molti anni più della mamma era macchinista in un teatro, ora demolito.

Guadagnava poco, ma guadagnava il bastante per mantenere la famiglia se non fosse stato un bevitore. Beveva mio padre, beveva di tutto, sempre, insaziabilmente.

La povera mamma, essa è morta, lavorava di cucito, e credilo, se non fosse stata lei, quante volte avrei sofferto la fame!

Quando rimanemmo soli, mio padre ed io, allora cominciarono i giorni veramente dolorosi... Ero intatta e virtuosa come un angelo, sì! lo ero allora, e capii che la mia missione era quella di guardare me e mio padre. Ciò che faceva prima la mamma. Perchè quella donna che lo amava tanto e sinceramente, [105] riusciva spesso con la energia, a ricondurlo a casa dopo lo spettacolo, con la testa ancora a posto e con qualche soldo di più in tasca.

Io ne seguii l’esempio. Avevo sedici anni. Lavoravo alla macchina, unica eredità della povera mamma, fin dopo le dieci; poi lesta lesta andavo a riprendere mio padre, prima che i compagnacci se ne impossessassero per condurlo alla taverna. — Sei già qui? — mi chiedeva spesso seccato. — Perchè? — rispondevo io — ti rincresce? — Ah, no! ma sarebbe meglio che tu ne stessi a casa... Le ragazze sul palcoscenico... piacciono poco a me.

Non verrò più, babbo, se mi prometti che all’uscita tornerai difilato a casa... Non andare alla taverna. Ti farò trovare io un bicchiere di vino a casa, poi te ne andrai a letto e ti riposerai, chè ne hai di bisogno.

Quell’uomo aveva il vizio infiltrato nella midolla delle ossa. Prometteva sempre e non manteneva mai.

[106]

Allora mi decisi di andare al teatro risolutamente, ogni sera, per ricondurlo a casa malgrado lui e malgrado la volontà de’ suoi perfidi amici.

Come costoro mi vedevano di mal’occhio tutti!

Avevo 17 anni ed ero una persona sviluppata quasi quanto adesso.

Là sul palcoscenico, nell’attesa, io sedeva in un angolo, con l’anima, col pensiero al disopra di tutto quanto vedevo, osservando tutto, starei per dire me ne accorgo ora, studiando tutte le miserie, tutti i falsi splendori di quel mondo di cartone, di stracci, di orpello e di belletto, fra le quinte. Ogni sera faceva una scoperta per rimaner sempre più scandalizzata e nauseata.

Io credeva ancora a troppe cose belle, avevo ancora su la mia persona intatta, intatto il sentimento, alto, altissimo, di mia madre.

Io ero religiosa... religiosa, capisci? Figurati che il mio cuore non sentiva veramente e profondamente altra musica [107] che quella dell’organo in chiesa. Quella da teatro non mi conquistava, perchè nel mentre la udivo, io avevo davanti a me lo spettacolo di creature infelici e di un mondo falso...

— E poi, malgrado tutto questo...

— Lasciami dire — riprese Hulda (noi la chiameremo sempre così) dando in un gran sospiro — lasciami dire...

Le compagnie si succedevano al teatro e mio padre conosceva tutti. Capicomici, direttori, artisti, maestri d’orchestra, coristi...

Anch’io a poco a poco feci parte di quelle conoscenze, anch’io entrai in una certa famigliarità, ma sai... restando pur tuttavia al mio posto, il che mi attirava sempre più le simpatie di quanti mi avvicinavano. Degli uomini, intendiamoci bene; perchè le donne, le donne del palcoscenico, mentre mi parlavano e mi ridevano, m’avevano in uggia, e le ho sorprese più d’una volta a canzonarmi, quasi in gergo loro speciale, in mezzo a quelle fetide quinte, tra un [108] atto e l’altro, fra l’una e l’altra uscita.

Forse non erano proprio tutte cattive quelle donne, ma lo diventavano o lo sembravano, quando erano riunite dietro le quinte in gruppi, pronte per l’entrata in scena, tutte inorpellate, tutte false, tutte lustre dalle testa ai piedi....

Ma c’erano anche delle prime donne in quelle compagnie di terz’ordine che si occupavano un poco di me.

Talune per darmi della stupida, per disprezzarmi, tal’altra per compiangermi... qualcuna, bisogna pur che lo dica, per invidiarmi... Una specialmente... Ah, quella, non la dimenticherò mai... mai.

Una sera le mancò la solita cameriera che l’aiutava in camerino per le vesti, per le maglie, per le acconciature.

Essa ne era disperata tanto che io non potetti a meno di meravigliarmene.

Avrebbe potuto chiamare una corista, ve ne sono delle abili a sostituirla e farsi servire, certo non meno bene, ma non volle e uscì in una imprecazione che mi fece rabbrividire.

[109]

Mio padre che aveva visto e notato tutto, come la prima donna fu in camerino v’entrò a parlarle... Dopo un minuto, venne a me, dicendo con una cert’aria di mistero — Fa un favore a tuo padre. Va in quel camerino per aiutare la signora, ma... ti raccomando... e si pose, sporgendo la testa e fissandomi, l’indice attraverso la bocca. — Non dubitare, babbo.

Scesi alcuni gradini, traversai un corridoio stretto e lungo che girava attorno al palcoscenico ed entrai nel camerino della prima donna che mi aspettava con l’uscetto socchiuso. — Eccomi, posso servirla? Sì, rispose guardandomi attentamente e con una fissità che mi parve maligna; aiutatemi un po’ voi, da che quella maledetta, che domani si dirà malata, sarà a fare la sgualdrina con l’amante.

Poi rabbonitasi, ma si vedeva con sforzo violento, prendendomi per mano, domandò:

— Mi promettete, non è vero, di [110] non dir nulla di quanto vedrete? Pagherò bene la fatica di questa sera ed il silenzio che desidero per sempre... Ognuno, Concetta, a questo mondo ha il suo coloroso secreto — e cominciò a spogliarsi, per poi indossare le maglie, dovendo nel secondo atto cantare in costume di ballerina.... Ma purtroppo, quando la signora bella e dalla bellissima voce, si tolse le calze, ebbi la ributtante sorpresa del suo segreto. Aveva ragione di custodirlo gelosamente! Indovina?

— Parla!...

— Le sue gambe... erano di scheletro...

— Di scheletro?! — chiese meravigliato e sorpreso Evaristo.

— Pur troppo!

— È orribile... — disse Evaristo aggrinzando il naso ed allungando le labbra strette...

— Ed era, pur troppo, la verità... Non coscie, non polpacci, nulla... Tutto ciò sarebbe stato nella maglia preparata. Solo degli orribili stinchi da chiudersi [111] tra il pollice e l’indice. Quando si rizzò su la persona, temetti che que’ piedi, tutti fatti d’ossicini, di pezzetti, si dovessero disgregare, sotto il peso della testa, proporzionata e stupenda e sotto il busto ampio, ricolmo e leggermente vermiglio. Ora capivo la collera della signora mancandole la cameriera solita, custode esperimentata di quel segreto che propalato da una indiscreta, le avrebbe tolto tanto fascino sul pubblico... perchè l’arte è bella, è grande; ma quando a farla è una donna, si cerca anche la femmina.

— In verità, Hulda, io non ti avevo mai udito parlare a questo modo...

— Non meravigliartene, girando il mondo sempre qualche cosa s’impara.

Per parecchie sere, continuai in quella mansione di cameriera, e la signora se ne mostrava contenta.

Ora ascolta. Il direttore d’orchestra e proprietario della compagnia, non mancava mai tra un atto e l’altro d’abbandonare lo scanno e correre, proprio [112] correre in camerino presso la signora che era sua moglie... dicevano con qualche ironia gli altri, compreso mio padre che i misteri di quel teatro conosceva tutti.

Quell’uomo, forte, brutto, antipatico, non mi staccava mai gli occhi di dosso, e io tremava nel vederlo.

La prima donna che s’accorse del fastidio, dell’imbarazzo, del turbamento che mi dava la di lui presenza mi rassicurò dicendo che egli era così con tutti, e che anzi ci voleva a capo di una compagnia di operette un uomo simile, altrimenti la compagnia sarebbe andata a rotoli; perchè ci voleva un tipo come quello per tenere a freno certi artisti cani e certe coriste sgualdrine.

Io ebbi trenta lire di regalo dalla signora e ne fui contentissima, più contenta ancora, che tutto fosse finito per lo meglio. Ma un giorno, prima che la compagnia partisse...

Evaristo nuovamente toccò il bottone e comparve il vecchio servo.

[113]

Questa volta finalmente ordinò quello che prima si era pentito di voler fare, per non parere d’arrendersi tantosto.

Ora un nuovo senso, diciamo così di pietà, cominciava a possederlo. I casi di Hulda lo interessavano e se non potevano riaccendere l’amore, preparavano una scusa alla simpatia che è indistruttibile e alla vittoria del senso che è troppo umano per non seguirla.

— Porta due tazze di caffè.

— Permettete... permetti che te lo offra? Io aspetto ancora l’impossibile, aspetto che tu abbia ragione...

Hulda respirò con una scossa, approvando Bess in cuor suo. Le pareva, anzi era convinta che sarebbe riuscita a riconquistare l’affetto di Evaristo, a tornare le cose come prima.

— La compagnia intanto aveva finito la stagione. Eravamo all’ultima recita — sai, disse mio padre, il direttore (sono un po’ consuetudini) mi ha invitato a cena, per dopo l’ultima recita... e la signora desidera tanto che ci sia tu pure. [114] Io dissi di sì — Questo invito non mi piaceva per nulla; ma pensando che c’era in compagnia nostra la signora, e che mio padre sarebbe andato ad ogni costo, risposi: — Verrò.

[115]

CAPITOLO VI. L’antiquario di Toledo — L’idillio indimenticabile — L’alba maledetta

A questo punto, riteniamo utile insieme e più spiccio, riassumere noi stessi direttamente, in un capitolo, quanto disse di più interessante Hulda nel suo dialogo pure attraverso il lume della speranza, sempre angoscioso.

Hulda, non guardata da una madre, di quelle cui stiano a cuore le figliuole, e così mal guardata da un padre come quello che aveva per sua disgrazia, si manteneva tuttavia, malgrado i suoi diciassette anni e la fioritura di uno sviluppo [116] esuberante, si manteneva, tuttavia, nello spinoso sentiero della virtù.

Nulla ancora riusciva a far di lei una delle tantissime precoci disgraziate che troviamo sul lastrico delle grandi città, dileggiate vittime, le quali si avviano alla più turpe degradante miseria.

Attraverso a tutte le seduzioni, le tentazioni e le debolezze, malgrado tanta congiura di luoghi e di momenti, e tristo esempio di inevitabili compagne, essa resisteva invulnerabile e trionfatrice.

Chi operava il miracolo?

L’amore.

Hulda infatti si era tacitamente fidanzata con un giovane, del quale diremo in appresso, che la ricambiava d’affetto ardentissimo. Era quello, in entrambi, un amore profondo e santo, che doveva poi nel matrimonio toccare la felicità e perpetuarsi.

Questo amore dava ai due giovani quell’elevazione dell’anima che è il pegno inalterabile della reciproca fedeltà.

Nè lei, Hulda, avrebbe rimosso dal [117] suo proposito uomo alcuno, nè lui, Riccardo Carassale, avrebbe attirato a sè altra donna per bella che fosse stata, per dovizie che avesse posseduto. Erano decisi, e guardavano, serenamente intesi nel desiderio, il loro avvenire di una modesta agiatezza, ma tutto pago di sè, tutto radioso d’amore.

Vivere l’uno per l’altro, l’un per l’altro soffrire e sperare; ecco l’amore; così lo sentivano.

Riccardo Carassale aveva sei anni più di Hulda e faceva con buon guadagno l’antiquario in via Toledo... quasi, perchè da questa al negozio, non c’eran che pochi passi, dietro l’angolo di un palazzone antico, il quale sul davanti, in omaggio alla vetusta nobiltà, non aveva botteghe.

Quella di Riccardo Carassale era un adattamento, moderno, una concessione di eredi, per volgere di tempi fatti più positivi, e con più vetusta nobiltà meno signori.

Hulda, allora Concetta, trovava [118] spesso il pretesto, anzi non ne aveva pur di mestieri, di passare per via Toledo, attraversandola proprio in quel punto che metteva più vicino all’Antiquario e visitarlo.

In quel negozio, Riccardo ci si era allevato, consolando più che come un buon commesso, come un ottimo figlio il padrone di esso don Antonio Percucco, tanto che il vecchietto lo lasciò erede del fatto suo.

Riccardo non aveva conosciuto nè padre nè madre e, per una abitudine contratta da bimbo, chiamava nonno il vecchio che lo aveva allevato. Più volte da giovinetto gli aveva chiesto notizie dei genitori suoi, e sempre il buon vecchio gli rispondeva: Sono morti che tu eri piccino piccino.

Il ragazzo cresciuto con questa idea e nella gran buona fede che gli ispirava il vecchio, s’era inchinato alla sua sorte, rassegnato al suo destino. Diceva qualche volta tra sè: Meglio non averli conosciuti quasi, che vivere adesso col timore [119] di perderli. Gli pareva che se avesse vissuto sua madre e avesse dovuto assistere alla sua fine, per l’amore che le avrebbe portalo, lo schianto lo avrebbe ucciso.

Così pensano i figli che più non hanno o non conobbero madre; quelli che possono proferire il dolce nome, ahi, pur troppo, tante volte, non rifuggono dal farle piangere, dal contristarle con ogni più crudele amarezza!

Riccardo non mancava di coltura e seguitava a studiar sempre un poco ogni giorno, nei ritagli, quando non aveva dinanzi la sua Concetta o doveva trattare qualche affare di compra o di vendita con i clienti, che lo visitavano spesso. In lui era rimasta indelebile la massima del «nonno»: più si è istruiti e più si è buon antiquario.

L’avvedutezza, le buone compere, i prezzi appropriati aiutavano di giorno in giorno lo sviluppo commerciale di Riccardo e lo ponevano in grado di guardare fidente nell’avvenire che per [120] suo sogno roseo doveva dividere con l’adorata Concetta.

Egli non vedeva che lei; ormai ella ne possedeva la mente, il cuore, ogni facoltà dell’anima.

E Concetta non istava in ozio mentre amoreggiava in bottega. Puliva, ordinava, rassettava, chiedeva schiarimenti al fidanzato. Faceva, diremo così, la sua pratica, si presentava al tirocinio per diventare, in un giorno che non sarebbe lontano, una espertissima padrona.

Una volta, aperto un grande stipo, ne levò fuori parecchi quadri ad olio.

Li spolverò per bene tutti e poi li rimise al posto... meno uno: un busto a olio al naturale, con una gran cornice dorata semplice ma artistica.

Era nel retrobottega, chiaro alquanto per la luce blanda che riceveva da un gran cortile. Concetta collocò per bene il quadro, sopra un tavolo, poi corse di là, con queste parole:

— Riccardo, Riccardo, vieni a vedere... ma tu non sai nulla... come questo quadro ti assomiglia!

[121]

Il giovane andò, diede una lunga occhiata alla tela e poi disse:

— È vero — e stette pensoso.

— Quando sarai più vecchio, potrai dire che è il tuo ritratto... Non ti pare?

È vero, rispose ancora con semplicità preoccupata Riccardo.

Poi, i due fidanzati si baciarono.

Ci fu un momento di silenzio. Dopo Concetta disse:

— Che fantasia mi viene, Riccardo!

— Che è?...

— Mi par di vedere tuo padre... che ci benedica...

— Mio padre... è mo...

Concetta non lo lasciò continuare; gli coprì la bocca con un altro bacio lungo, tutto caldo di passione che dal cuore le veniva a fremere vibrante su le labbra.

Strano contrasto, quello di due creature giovani e amanti, in quel retro bottega povero di luce e ricco di cose morte.

In un angolo, tutta una armatura in ferro collegata. Speroni, gambali, cosciali, [122] corazze, barbuta. Spada sul fianco e scudo al braccio e lancia in pugno... Un guerriero... ossia le spoglie di tale che avrà combattuto al grido di S. Germano glorioso e di Svezia. Ma dentro di quella corazza non era più palpito, nè dai fori di quella celata più occhio sanguigno guatava.

Più in là un cardinale, tutto rosso nell’ammanto, tutto bianco nei capelli e nel pizzo.

Più in là ancora uno specchio in purissimo stile; di un’ovale grande, e con capricciosi sopporti e nicchiette e mensole per i belletti e i profumi; e di contro un’altra tela, un busto di aristocratica incipriata, procace nel neo e nel sorriso, che nella pulita lastra si specchiava ancora.

Poi sopra scaffali, cofanetti e tabacchiere e orologi d’altri tempi, ove la miniatura paziente aveva profusa la dovizia de’ suoi tesori minuscoli. In questo lusso di cose vecchie più semplici, ma incomparabilmente più superbe, si levavano [123] le statuette che sapevano i secoli sotto la lava e che da Ercolano e Pompei eran riuscite alla luce per narrare i fatti dolorosi del Vesuvio.

E poi ancora, azze, spadoni, picche, alabarde, candelabri, stocchi, archibugi e pistoloni cesellati e ricurve lame ottomane scintillanti e di Toledo, lunghe cedue lame sottili. E ancora un incensiere, una mitria un gran teschio d’avorio...

***

Come se su quel bacio fosse pesata la dolorosa fatalità dell’ultimo, Riccardo, l’indomani alla consueta ora, non vide Concetta e per quanto l’andasse cercando, non gli riuscì di vederla più.

Con sospiri e spesso non senza lagrime Hulda aveva narrato a Evaristo quanto noi succintamente esponemmo.

L’invito del direttore d’orchestra a quella cena alla quale la fanciulla andava con ogni fiducia, era avvenuto proprio la sera di quel giorno, perchè [124] la tavolata di addio, avesse luogo nella notte...

***

I commensali, riuniti in una gran sala a terreno dell’Albergo dove il maestro con la signora avevano pure l’alloggio, i commensali di vario genere e di assai disparate età, erano molti.

In complesso dei tipi allegri d’una moralità un po’ elastica gli uomini, d’una moralità un po’ scollacciata le donne; in maggioranza coriste, con ancora su le guancie la truccatura della scena e con gli occhi ingranditi e profondi per bistro.

La cena fu allegra sempre; spesso di un’allegria sguaiata, chiassosa ed insolente, alla quale Concetta non prendeva parte. Rideva e s’attristava. Ecco la sua alternativa di spirito. Ella avrebbe voluto o non essere là, o aver almeno vicino il suo Riccardo. E allora si faceva seria, come si faceva seria, quando guardava la prima donna, bella, dalla voce bellissima e ne pensava il segreto doloroso.

[125]

Il maestro, losco e prepotente anche nell’allegria della mensa, sedeva tra Concetta e il padre di lei, e li incitava ogni tratto di non far complimenti ad essere allegri e per aver l’allegria a bere. Ed egli mesceva loro, mesceva sovente e con generosità...

Alla fine, dopo il caffè, dopo diverse bottiglie di orribili liquori, libere, sfrenate in atti e parole, si ritirarono le coriste con gli amanti; si ritirarono due vecchi attori un po’ brilli e rimasero davanti a quella tavola sudicia e disordinata e come travolta da un soffio di tempesta, Concetta e suo padre, il maestro e la... chiamiamola così, sua moglie.

— Finalmente un po’ di quiete! — disse il maestro sbuffando — Se n’è andata tutta quella canaglia... Ora beviamone da per noi un goccetto in santa pace.

Le due donne protestarono, dissero che bastava, che era l’ora di ritirarsi; ma i due uomini non vollero saperne e [126] le costrinsero a mandare giù un altro pochino...

— È di quello che non se ne beve tutti i giorni e che mette a posto lo stomaco — diceva con gli occhi lustri il macchinista. E rivolgendosi alla figlia: — Bisogna profittare, oggi. Domani la Compagnia parte, e direttori come questo... come il signor Tebaldo, non ne capitano spesso...

— Ne convenite, è vero?

— Ma perbacco! questi sono uomini! — E gli batteva confidenzialmente la grossa mano un po’ tremante su la spalla...

Trascorse ancora qualche minuto in discorsi inutili. Poi la signora si alzò.

— Io sono stanca e vo disopra a dormire...

— Già?

— Sì, tu... che aspetti a venire disopra? — Ma senza pure attendere la risposta, salutato il macchinista e la figlia, augurandosi di presto ritornare a Napoli, accesa una candela, con essa si allontanò.

[127]

Malgrado Concetta vi si opponesse, ed anche con frasi risentite, pure il mastro seguitava a far bere il di lei padre, che rispondeva agli avvertimenti della figlia:

— Comando io; tu devi tacere. Io mi regolo da per me.

La ragazza se ne infastidiva e indispettiva non poco, tanto più che, non abituata a tali cene e a tal’ora ed a libazioni promiscue, non di sua consuetudine, sentiva ora un certo malessere, una certa pesantezza alla testa.

Erano trascorse le due e mezza dopo la mezzanotte, quando finalmente si alzarono.

Don Gennaro, il macchinista, si reggeva a stento sulle gambe.

Il direttore d’orchestra volle (quel che voleva fin dal principio) accompagnarlo a casa.

I ringraziamenti «basto da per me» e i «non si disturbi» di Concetta, non valsero a trattenerlo...

— Io non abbandono un amico in [128] questo stato, insisteva il grosso maestro. Ho il dovere di aiutare la figlia a ricondurlo...

Il vecchio sentiva adesso, sotto il braccio della figlia e dell’altro, che il terreno si moveva a larghe ondate d’intorno, e che gli scarsi fanali avevano un chiarore che dava il capogiro... Incolpava di ciò l’essersi alzato da tavola prima di aver fatto la digestione. E il vino... il vino si vendicava con quelli scherzi. Tutto per la figliola del resto... perchè era un buon padre e voleva ricondurla a casa presto... Meno male che c’era il maestro, un caro amico... un uomo di quelli ai quali si dà volentieri anche il cuore, se lo potesse strappare di petto... Quello era un uomo, non l’antiquario... Un coso che, tanto giovane, aveva già una serietà di uomo abbasato, e che non lo invitava mai a bere un bicchier di vino...

Era quello il rispetto che portava al suocero?

Con questi ed altri bislacchi pensieri, [129] dondolando a destra ed a manca, e spesso sputandosi addosso e con le palpebre abbassate e pesanti, don Gennaro potè finalmente riporre piede in casa...

Concetta si sentiva stanca in modo come non si era mai sentita, e aveva a tratti uno zuffolio sottile nelle orecchie e sentiva caldo e il busto le dava una grande oppressione...

Quell’aria della sera, le faceva male... e il sonno e l’arsura e l’oppressione aumentavano. Lei non c’era abituata ed ora più che mai detestava quelle cene e giurava a sè stessa che la prima sarebbe stata anche l’ultima. C’era cascata quella volta e pel babbo; ma no, non ci cascherebbe più.

Fu non poca fatica far salire le scale a don Gennaro. Per fortuna non erano molte. Andarono in fondo al ballatoio, stretto e sudicio e poterono una buona volta entrare in casa.

Quivi accesero una lucernetta poi il maestro e la giovine condussero don Gennaro presso il letto.

[130]

Senza spogliarlo, così come stava, quasi un corpo inanimato, ve lo spinsero sopra... Il vecchio che non parlava, che non balbettava neanche più, diede, quando fu coricato, quasi un grugnito di soddisfazione... Un rigurgito di vino e di liquori, dalla bocca fetente gli si riversò sul petto...

— Ora — disse l’altro — meglio di così non può stare. Lasciate che riposi. È un po’ di vino...

— Ma se gli facessi bere qualche cosa di caldo? Voglio accendere il fuoco...

— Inutile, inutile tutto. Non vedete, cara, come dorme? È tranquillo come non è mai stato... Tante volte il vino può far male a... chiunque...

— È vero... è vero...

— Non vi pare, bella Concetta?

L’aspetto nauseante del padre, — le aveva sconvolto lo stomaco...

Dal letto un rivolo rosso, un rivolo di quel vinaccio, cadeva denso, quasi filamentoso sul pavimento.

Nella fanciulla, già indisposta, già [131] infastidita, cresceva la nausea... Comunque si fece violenza e parlò...

— Signore, tante grazie della sua premura per noi... Ora sto tranquilla... perchè sono in casa... Grazie, vada anche lei a riposare... Siamo stati troppo... a tavola... quei cambiamenti di vino...

— Se non avete quasi bevuto?!

— ... quel rosolii... quei liquori forti... ho la testa che mi gira e mi martella...

— È niente, è niente, andate a letto... ecco tutto...

Concetta, s’appoggiò alla spalliera della sedia, ma cadde a sedere...

— Non mi... alzerei più... se ne vada... Io dormo così...

— Così? ma neanche per sogno. Andiamo che vi accompagno di là... nella vostra cameretta...

La giovine con uno sforzo si alzò...

Il maestro la sorresse sotto le ascelle...

— Mi meravigliavo di mio padre... è strana questa... e poi sono ubbriaca... sì, sono... ubbriaca io... Non vede... che non mi reggo?...

[132]

E si mise a ridere, d’un riso che sapeva di pianto, un riso che aveva il senso d’una angoscia lontana...

Rideva la bella bocca ed eran lagrimosi i begli occhi.

— Via, andiamo — disse il maestro sospingendola un poco... andiamo nella vostra camera... siate buona...

— Andiamo — balbettò e mosse, tendendo un poco le braccia in avanti, come per premunirsi all’idea di poter cadere...

— Non temete, io vi sorreggo, io vi voglio... tanto bene... avete il collo bianco...

— Si soffoca nel busto, e dondolò la testa...

— Adesso, adesso, Concetta.

Entrarono nella piccola camera, dove si vedeva a mala pena, chè la lucernetta rimasta nella sala vi riverberava un barlume rossastro... Il lettuccio nell’angolo rimaneva al buio...

— Per favore... il lume — chiese Concetta. — Come mi gira la testa...

[133]

— Non temete, lasciatemi fare... Io vi voglio bene tanto...

— Grazie... vada...

— Ma no... vi aiuto... Non ci riuscite a coricarvi... Resterete su la sedia...

Più che svestita, discinta, Concetta fu aiutata a salire sul letto... oramai fatta immemore e oppressa dall’insolito vino e dai liquori di quella sera...

Stai meglio Concetta, così?

— Meglio... — rispose appena chiudendo gli occhi, già pesanti e fastidiosi e allargando le braccia, come per immergersi con tutto l’abbandono nel sonno.

— Concetta..

— Dormo...

— Concetta...

— Addio...

Dopo qualche minuto, il maestro chiamò ancora:

— Concetta...

Silenzio...

— Ah, queste no, bella, queste non sono quelle gambe di scheletro...

[134]

La fanciulla, come riscotendosi, e mettendo un sospiro tronco, balbettò:

— Ri... car... do...

················

Il maestro s’allontanò ebbro della sua vittoria.

Tutto come aveva prestabilito; tutto a seconda!

················

Quando a giorno chiaro, Concetta aperse gli occhi su lo scompiglio e l’orrore di quella notte, balzò di letto in camicia mettendo un urlo formidabile.

Il destino che ella aveva temuto si era fatalmente compito... Tutto vide... capì tutto... Tutto comprese ora con la mente snebbiata quanto fosse necessario per conoscersi in quel punto.

Corse nella stanza del padre...

Don Gennaro russava sempre immollato nel suo vomito ammorbante.

La figlia, con gli occhi rossi, i capelli disciolti, il seno in tumulto, levò i pugni davanti al padre dormente, urlando su di lui:

— Che tu sia maledetto!!

[135]

CAPITOLO VII. Hulda e Guy Stein — Un mutamento troppo rapido — Ciò che dovrà seguire

Evaristo aveva ascoltato il racconto di Hulda fino a questo punto, senza batter palpebra e tutto fisso, più ancora che con lo sguardo, con l’anima in lei.

Ne attendeva con ansia la chiusa combattuto da opposti pensieri al disopra dei quali l’antica, o meglio la prima simpatia, stava già per riportare vittoria.

Hulda, fatta ormai più fiduciosa, continuò:

— Da quella mattina, da quella fatale mattina, in cui conobbi il baratro [136] in che, quasi senza mia colpa, ero caduta, da quella mattina mio padre e Riccardo non mi videro più.

— Abbandonasti tuo padre ed il tuo fidanzato?

— Di mio padre, non parliamone, ma quanto a Riccardo, tanto era sincero e profondo l’amor mio per lui, che non ebbi più il coraggio di comparirgli davanti... Per virtù stessa del mio amore, sentivo che ne ero diventata indegna e non dovevo aggiungere al mio dolore il delitto di ingannarlo. Così, dovevo castigarmi. Castigarmi da per me, condannandomi a perderlo. Io non ardirei di levare gli occhi in faccia a lui, neanche se mi pagassero un milione!

— Un milione?! — fece Evaristo, come interrogando sè stesso.

— Ma che milione? rincalzò Hulda — neanche se risuscitasse la mia povera madre... quella santa che mi è mancata troppo presto e per la qual cosa, mi trovai... come mi trovai. Riccardo mi [137] cercò invano, e con lui mi cercò invano mio padre che della perdita deve essersi consolato ben presto, abbrutendosi di giorno in giorno sempre più... avendo acquistata la libertà e dovendo pensare solo a sè stesso.

— Immagina tu, la vita di una fuggitiva e... di una fuggitiva come me, a diciotto anni appena...

— Un agente teatrale mi tenne qualche giorno con sè, poi sazio, per liberarsene, mi fece scritturare in una compagnia di Operette. Una figura come la tua, fa risplendere la mia — diceva lui, e intanto di quella figura si liberava...

— Di viaggio in viaggio, di vicenda in vicenda, capitai qui a New-York, o meglio qui nelle vicinanze, dove la compagnia si sciolse... Rimasi a spasso, vivendo insieme di privazioni e di vergogna... Un giorno, una notte anzi, credetti di aver trovato finalmente un uomo forte e di cuore...

— È permesso? chiese il servo con la sua voce nasale dal di fuori.

[138]

— Avanti.

— L’avvocato Gasperal ha bisogno di parlarle...

— Che cosa vuole quel... quell’avvocato?

— Desidera di vedere il signore...

— Digli che passi fra un paio d’ore...

— Glielo dirò, ma badi che mi ha raccomandato l’urgenza.

— Anche l’urgenza?

— Vado un momento e torno — disse volgendosi a Hulda che chinò la testa in segno di assentimento, con lentezza signorile.

Evaristo passò nell’altra stanza e visto l’avvocato gli stese la mano dicendo:

— Che cosa vuoi? Presto, chè ho fretta.

— Hai di là qualche donnina?

— Ho di là chi mi pare e piace. Che cosa vuoi? Alle corte...

— Proprio alle corte? Senza neanche un po’ d’esordio? senza un po’ di preambolo per disporti?

[139]

— Parla, perbacco!...

— Prestami cento dollari.

— Potevi dire altri cento. Era il miglior commento, è un quasi segno di... memore gratitudine.

— Quante storie! Te l’ho già detto che quando avrai bisogno di me... Credi che non si debba addivenire a un saldo?

— Almeno lo spero... — Così dicendo levò da un piccolo forziere il denaro, e lo porse all’avvocato.

— Prendi e vattene.

— Prendo e... obbedisco. Buon dì.

— All’occorrenza, sarai un utile birbante illuminato e cieco — disse fra sè Evaristo, rientrando nel salottino dove Hulda attendeva.

— Eccomi... signora.

Quel signora turbò nuovamente Hulda, che riprese il suo dire con la cera tutta animata di passione presente e di dolore, per quei ricordi.

— Quell’uomo di oltre quarant’anni, di una ben strana, anzi sinistra figura, mi tenne presso di sè, in un quartiere...., [140] sai? dove mi vedesti quella sera.

— È sempre quell’uomo? Gli sei bene affezionata.

— Aspetta. In quella casa che di fuori aveva ed ha un ben misero aspetto, non mi mancava nulla. Ebbi biancheria, vesti, riposo, cibo... Stetti quasi un mese con quell’uomo che non mi piaceva ma che mi dominava. C’è qualche cosa in lui, che quando gli ero presso, io non vedo più che per la sua volontà. Considera poi il bisogno...

— Ma quando il bisogno cessò, quando trovasti in me colui che pensava a tutto, e a cui tutto tacesti, perchè non lo abbandonasti?

— Abbandonarlo?! E tu credevi dunque che fosse facile? Tu credi dunque che egli sia un uomo come tutti gli altri?

— Ma perdio! — urlò Evaristo mostrando i pugni — chi è quell’uomo?

— Te lo dirò, ma calmati. Ascoltami paziente. Queste cose non addoloreranno mai tanto te, quanto me addolorarono. [141] Perchè io non ti ho conosciuto prima? Abitando io quella casa, in quel quartiere conobbi finalmente con chi avevo che fare... Guy Stein, quell’uomo, era con Bill Oward uno dei due più potenti, in quel gruppo di casaccie luride. I due eran nemici, e si disputavano il possesso, la padronanza assoluta, di tutti gli altri, uomini e donne. Due principi nemici, e due nemici da anni ostinatamente implacabili.

Quante cose ho veduto nella casa di Guy Stein! Quante volte avrei voluto fuggire quell’uomo, ma lo temevo come lo temo sempre, troppo, troppo, o Evaristo. Io che ho avuto il coraggio di abbandonare mio padre, io...

— Ma in fin dei conti, che cosa fa questo Guy Stein?

— Che cosa fa? Egli, è là in quel quartiere il capo temuto, terribile, di una banda d’uomini di ogni età e di ogni paese che a lui sono stretti, vincolati, che da lui dipendono... Essi operano secondo le sue indicazioni, obbedendo ciecamente ai suoi comandi.

[142]

Rubano, e per rubare non conoscono ostacoli...

Maneggiano le armi... Escono col favore della notte... Seguono e studiano anche per mesi le loro vittime... Essi però mi rispettarono sempre. Guai se uno di loro avesse ardito d’alzare una mano su di me... che mi dico? di sorridermi soltanto, guai! Non avevo prima d’ora idea di figure così perfide e così schiave... quell’uomo li fa tremare tutti. Essi in quella casa dove non vivono, ma dove si adunano e vengono a deporre il furto e a prendere ordine, essi hanno armi, travestimenti, barbe, ed un vecchio cieco, di oltre ottant’anni, padre a Guy Stein, istruisce i giovani, che lo rispettano, che hanno quasi una venerazione per lui...

— E un tale uomo, ti ha permesso... permette, che tu viva distaccata da lui? E non sa nulla, di me? dopo tanto tempo?

— Sa tutto, e lo permette, anzi, guai se ti lasciassi, me lo ha detto egli stesso!

[143]

— Ma io casco dalle nuvole. Quella canaglia permette?! Quella canaglia è un mio protettore?

— Un giorno — riprese Hulda facendo cenno ad Evaristo di calmarsi a sua volta — un giorno, dopo qualche settimana che eravamo insieme, egli mi disse:

— Ora sei alimentata e florida, hai biancheria, vesti, oro, e sopratutto sei giovane e bella. Tu non devi stare qui. Il tuo luogo è nella buona società, dove potrai occupare un posto magnifico. Io ti proteggerò sempre. Non sei la prima di cui abbia fatto la fortuna... Tu, alla tua volta, ti ricorderai di me, intendi? A te del denaro ne avanzerà sempre e... quando ti scriverò... mi verrai a trovare. Ricordati che qui c’è sempre la tua casa, quando tu non ne abbia una di tuo... mobigliata bene, ben messa, come meriti... Sopratutto lascia i giovinotti... Cercati una persona di giudizio e ricca.

Dal giorno che io ti conobbi, Evaristo, [144] e che tu fosti meco tanto indulgente e tanto buono, da quel giorno Guy Stein, spilla tutto il mio denaro...

Io sono carica di debiti... e non mi riesce levarmi di dosso il giogo di quell’uomo che non scherza, che non promette invano. Ti troverebbero, egli mi disse congedandomi... ti troverebbero una bella mattina con un pugnale nel petto... — Perdonami e salvami! — Così dicendo si buttò in ginocchio supplicante. I begli occhi irrorati di lacrime, più che domandare la pietà, starei per dire la imponevano.

— No, no, alzati Hulda, alzati — e in così dire l’aiutò. — Tu sei una vittima e io ti perdono.... Ad un patto però: che d’ora innanzi regni fra noi due tutta quella confidenza completa che ci mancò nel passato. A non avvertirmi di Guy Stein hai fatto troppo male. Io potevo sbarazzartene; mi credi così da poco da non poter riuscire?

— Evaristo, io temevo anche per te.

E in fin de’ conti quest’uomo è uno [145] di quei ladri famosi che la giustizia non arriva mai ad acciuffare?

— Uno di quelli.

— E ha un rivale di mestiere in Bill... come hai detto?

— In Bill Oward.

— Precisamente.

Se in quel punto Hulda avesse fissato Evaristo negli occhi, li avrebbe visti illuminati da un lampo. Avrebbe visto anche le sue labbra abbozzare un sorriso e nello stesso istante contenerlo e spegnerlo.

Che cosa era passato per la mente di quell’uomo che aveva poi finito per essere così pronto al perdono chiedendo solo confidenza?

— Hulda mia, baciami, siamo più amici di prima. Tu hai su di me un potere al quale io non so resistere.

Ora, va a casa dove Bess ti aspetta, io lo so bene, col cuore fra le spine... Consola quella povera vecchia... Domani, tu verrai qui a pranzo. Domani riprenderemo la gaia vita di prima... Tu mi [146] vorrai bene, tanto e sempre e con la massima sincerità, non è vero?

— Tutta tua, tutta tua per sempre — disse Hulda, e gli si tornò a buttar fra le braccia.

— Questa sera sei libera completamente... Va a trovare Guy Stein.

— Come?! — fece Hulda scattando, ma non mi avevi detto...?

— Questa sera vallo a trovare come tutte le altre volte e che egli non si avvegga menomamente di quello che è passato fra noi. Questo ti domando, non me lo concedi?

— Quando lo desideri...

— Lo ordino... se vuoi la vittoria.

Dopo che Hulda fu uscita, Evaristo incrociò le braccia e disse con fare sarcastico:

— Poichè il caso vi ha messo fra le mie mani, poveri furbi, io vi farò servire tutti al mio scopo!

Chiamò il servo.

— Comandi.

— Va in piazza, cerca la mia vettura... [147] numero tredici e dì al cocchiere, che per questa sera alle ventidue si trovi al portone e mi aspetti. Dopo di questo passa al caffè della Stella rossa. Là troverai l’avvocato quello che fu qui stamane. Digli che ho assolutamente bisogno che oggi egli pranzi con me. Venga, dunque alla solita ora.

— Quando vado con queste ambasciate, se vedesse come è buono quel tipo! Mi fa un milione di complimenti.

— Già... un milione che non si spende... Mentre i milioni devono aver corso e... correre... Mio vecchio amico, non c’è che il denaro al mondo... il denaro.

— Secondo i bisogni che si hanno — disse con bonaria filosofia il vecchio.

— Io ne ho molti, caro mio... cioè... ne ho uno solo ma che serve per tutti... Così un capriccio... essere il più ricco di America.

— Fosse pure, caro signor padrone. Io allora potrei vantarmi di essere... il re dei servitori.

[148]

***

Un pensiero ardito, arditissimo, possedeva ormai la mente di Evaristo.

Uscito il servo, chinò la testa ad occhi socchiusi, tutto assorto nel suo vasto piano di battaglia, o diciamo meglio il suo piano di... attacco al milione.

L’avvocato Gasperal, il banchiere Francis Webb, Hulda, Ben il cocchiere N. 13, Guy Stein, Bill Oward, dovevano per suo mezzo agire, come in virtù di un filo misterioso, e tutti insieme, senza che ad anima viva trapelasse la doppiezza della cosa, dovevano dargli, lui immune d’ogni pericolo, il milione, quel primo milione, base ai cento che, coronando le sue strabilianti arditezze, lo avrebbero collocato tra i ricchi americani.

Ora con infernale lucidità assegnava le parti, rendendole più che fosse possibile facili, misteriose e sopratutto coerenti, rigorosissime a filo di logica.

Bisognava condurre le cose in modo da poter un giorno rendere, sicuro, rendere [149] occorrendo e poterlo fare, senza compromettersi, (lì stava l’abile segreto) a fronte alta, davanti a tutti. Rubare e non essere un ladro davanti al mondo...

L’idea di rendere, nella quale stava tutto il suo trionfo gli dava il coraggio di una operazione ardita come quella che aveva concepito.

In ufficio, con Francis Webb si comportò come sempre. Nulla, assolutamente nulla, poteva sul suo volto ne’ suoi atti, nelle sue parole dare il ben che menomo sospetto, intorno a quanto egli covava.

— Sei sempre in quella idea intorno alle ferrovie dell’Est? — gli chiese sorridendo a un certo punto Francis Webb.

— Sicuro che lo sono. Se mutassi parere vorrebbe dire che prima avevo pensato male.

— Dunque insisti ancora?

— Non insisto più, ma sono di quella idea...

— Mi fai venir a mente Isaiah Wood.

[150]

A Evaristo invece venne a mente Cosmus White il futuro impiegato, il futuro factotum di Isaia Wood.

Gli venne a mente quel tipo di povero diavolo fatto per incanutire sui registri, senza slancio e senza audacia, anima di commesso sì, anima di commerciante, di aspirante alla grande fortuna, no. Tipi senza fascino, tra gli uomini, senza ripieghi nelle disdette, senza sangue freddo nei tracolli, senza calcolo e senza equilibrio in mezzo a l’oro. Di quei tipi che poteva lanciarli il caso, ma che di lanciarsi non possedevano la intima virtù.

Cosmus White era un buon figliuolo che non vantava neppure come pregi i difetti meravigliosi e cocciuti di Webb e di Wood insieme.

Cosmus a Evaristo non dava altro pensiero che quello di vederlo senza il primo impiego, lasciato pel secondo, più lucroso e... anche senza di questo.

Lo avrebbe compensato in seguito. Le piccole pietà che gli si paravano intorno, bisognava calpestarle e passare.

[151]

CAPITOLO VIII. La consolazione di Bess — Un giornale di nuovo genere — La fine di un cavallo

Bess, ch’era stata tante ore in pensiero, che si era già vista senza pane e senza tetto in quell’età, alla buona novella di Hulda, aveva mutato; ilare s’era fatta, giuocando come forse non aveva potuto essere mai.

— Ed ora, per carità — ripetè con far solenne alla giovane padrona — ora che la cosa è riuscita bene, per carità, non ricadiamo! non ricadiamo!

— Questa volta, no davvero; non ci sarebbe più rimedio.

[152]

Quando però intese che Hulda, quella sera stessa, avrebbe dovuto per di lui ordine tornare da quel gran mariuolo di Guy Stein, rimase alquanto pensosa.

La sua esperienza, la sua diplomazia in simile caso si trovavano a una prova che usciva dalle comuni; poi, maturate le riflessioni, conchiuse:

— Quell’uomo è veramente fino. Egli troncherà la cosa senza che l’altro non sospetti neppure... Sta certo studiando lo stratagemma. Finalmente ci leveremo di dosso quella condanna.

Hulda si mise a tavola e cominciò a mangiare con appetito... senonchè guardando la cornice vuota, cui prima non avea fatto caso e che ora le stava di contro pendente dalla parete, provò una strana sensazione che la tenne qualche minuto in sospeso.

Tutte le cose del mattino, tutta la sua storia d’angoscie, le tornavano alla mente con una insistenza dolorosa.

Da un pezzo non s’era data la pena di rivedere il suo passato, ma ora purtroppo [153] si accorgeva che il silenzio dell’anima non è l’oblio che tante volte invochiamo.

L’oblio non esiste. Non può esistere. Tutto quello che è stato ritorna ad essere quando una cosa esterna muove l’onda della memoria.

Da quella cornice senza effigie ella passava ad un quadro, a quello di cui aveva scoperto la somiglianza con Riccardo Carassale, qualche anno addietro, quand’era onesta e quando invece di un amante, aveva un fidanzato che la stimava e che l’amava davvero...

Rivedeva il giovine bruno, pallido, taciturno, più taciturno del solito, in quella bottega di cose antiche le quali per arte e per tempo avevano acquistato valore.

Vedeva Riccardo rassegnato sì, ma pur sospiroso ogni tanto. Lo vedeva qualche volta fisso dinanzi a quel quadro che di giorno in giorno lo somigliava sempre più, riandare al mattino di quella scoperta, riandare a lei, tutta candida nel [154] cuore e tutta amorosa allora, e turbarsi di passione al ricordo dell’ultimo bacio... Sicuro, sicuro, doveva essere la fatalità di Riccardo, guardar sempre quel quadro ad olio... quella faccia che lo rassomigliava. E tutto ciò era un caso o era il suo mistero?

Hulda così sopraffatta da tanti ricordi che le avevano date tante emozioni e tante umiliazioni, portò le bianche mani alle tempia che le volevano scoppiare, così le martellavano forte, pianse come una bambina, e più accorata pianse, quando s’accorse che in lei, intimamente c’era ancora del buono.

Poi pensò alle molte cose dette con Evaristo e più specialmente alle molte domande che le aveva fatto e, a qualcosa di ironico e di malizioso che aveva scoperto in lui, che ci doveva essere stato anche prima e che pure non era mai apparso.

***

Evaristo, sempre con l’idea fissa al milione, ormai di più facile raggiungimento, [155] cominciava ad impazientarsi dell’indugio di Gasparal, quando questi fu annunziato dal servo.

— Gasparal, Gasparal — disse Evaristo movendogli incontro — vieni!... Come vedi, ho avuto bisogno di te più presto di quello ch’io medesimo non mi supponessi. Ma sai? questione d’idee, e le idee quando vengono bisogna coglierle a volo. Tu come avvocato...

— Io come avvocato — disse l’altro lungo, nervoso, un po’ curvo benchè giovane — io...

— Tu, con denari che io ti darei, dovresti fondare un giornale...

— Mamma mia! Ma se ce ne sono già tanti! Ma se nel giornalismo anche a essere disonesti si muore di fame!...

— Ecco — disse con subita gravità Evaristo — parlando con te, non intendo di parlare a un genio, ma intendo di poter parlare almeno con un uomo dotato di senso comune e con un avvocato magari della infima classe. Non mi ripetere le sciocchezze che furono già lo spirito degli altri!

[156]

Ascolta, e fa senno per mio e per tuo bene.

— Ma vedi che non sei giornalista e non te ne intendi? Devi sapere che a fondare un giornale si fa presto, con denari, ma la diffusione? La diffusione chi te la garantisce?

— Promettimi di non aprire più bocca, di non fare più il saputo... La diffusione è precisamente quello che io... non cerco!

— Non cerchi?! Ma mi spieghi che razza di giornale vuol essere cotesto?

— Lasciami parlare sino alla fine. Il nostro giornale, cioè il tuo per ora, sarà dei più semplici... un tipo italiano. Quattro pagine, una delle quali come al solito di réclame che noi non cercheremo.

Sarà in carta di lusso però resistentissima, dovendo avere il giornale una durata superiore a quella di ventiquattr’ore e dovendo passare per molte mani.

Comparirà come l’organo di pochissimi individui, dai quali deve rampollare [157] la grande compagnia per la costruzione della linea dell’Est.

Io darò l’indirizzo e la luce per gli articoli opportuni. Del giornale non si tireranno più di 500 copie....

— Soltanto?

— ... 500 copie che saranno numerate e costeranno un dollaro per copia.

Ma domanderanno chi è quel matto che ha fondato il giornale e chi saranno quei pazzi che lo compreranno?

— Lasciami dire ancora...

— Parla, chè sei dilettevole...

— ... sono utile, come vedrai... Col primo numero, il giornale stabilirà che un nucleo di inglesi si assume la costruzione delle nuove linee...

— Sta bene...

— ... che il giornale è fondato come organo che rifletta liberamente, palestra a tutti aperta, le idee così degli azionisti che di qualunque altro interessato per via indiretta, come di ogni studioso, di ogni tecnico e di qualsivoglia individuo della gran massa del pubblico. Avrà per titolo: L’Oro dell’Est.

[158]

— Ma perchè non più di 500 copie ed ogni copia numerata?

— Ecco il motivo. Una impresa come quella dell’Est, tanto più col ponte immenso e con la nuova città che deve sorgere intorno ad esso, è cosa di importanza somma. Il nostro... il tuo giornale ne sarà la storia, non solo, ma lo studio e la norma, per tutte, dalla più piccola alla massima delle operazioni di commercio, ed ogni numero di giornale, sarà una cedola al portatore che noi rimborseremo a linea compiuta, come diremo sul programma del giornale. Varrà sempre un dollaro. I capitalisti, i facoltosi, gli studiosi di ogni genere, poichè le copie non sono più di 500 se le passeranno fra loro, con operazione commerciale e l’Oro dell’Est andrà soggetto alle fluttuazioni, come qualunque altro valore, come qualunque altro titolo.

Di tutti gli articoli che porterà l’Oro dell’Est sarà interdetta in termini di legge la riproduzione, e non si farà polemica, se non per tutto ciò che sarà [159] solamente pubblicato su l’Oro dell’Est.

— Ma se ognuno si contentasse, letto il giornale di passarlo a quei che l’aspettano riprendendosi il dollaro, che ne avresti tu?

— Io, che ne avrei? Sta attento. Ci dev’essere un individuo ultimo al quale rimanga il numero del giornale non più cercato?

— Sicuro.

— Ebbene, egli riuniti tanti numeri pel valore di un’azione, fa il suo commercio di borsa, perchè le azioni salgono ed abbassano... Le nostre saliranno indubbiamente, per modo che ridotta l’operazione all’unità, il valore di un numero, cioè il dollaro, può crescere fino a raddoppiare...

Questo primo piccolo interessamento lancerà l’idea... il resto delle azioni verrà e immediatamente, perchè gli americani non permetteranno per cento ragioni che l’opera colossale sia tutta compiuta con oro inglese, come potrebbero sospettare che avvenisse, dove non [160] fossero pronti a rilevare le azioni.

— E quando i giornali saranno migliaia, pel maneggio? per l’agilità e la praticità commerciale?

— Semplicissimo. La quantità che raggiunge il numero di un’azione è portata a noi che la bruciamo, rilasciando una cedola come tutte le altre...

— E chi volesse conservare il documento per la storia, per gli studi, per le collezioni?

— Tanto meglio, non è rimborsato e noi abbiamo un guadagno. La storia costa, gli studii costano, le collezioni costano; perchè quei signori non dovrebbero pagare tuttociò? Per dopo domani portami tutta la materia del primo numero. Il resto faremo assieme. Stabilirai i prezzi di stampa ed io pagherò tutto puntualmente perchè...

— ... perchè ci son sotto i capitalisti che pagano...

— ... i capitalisti? — ripetè con mal celata ironia Evaristo. Un’altra cosa, caro direttore. Adesso va all’uffizio di [161] pubblicità e fa pubblicare su cinque giornali del mattino questo annunzio — Evaristo scrisse a matita su un foglietto:

«Mancia di dollari mille a chi consegnerà — ancora intatta la busta — una lettera smarrita indirizzata: Bill Oward. Depositarla al consolato Italiano. Se aperta la busta, è inutile la consegna e sciolto l’impegno del premio.

L’hai perduta tu quella lettera?

— Sì.

— E perchè ti sta tanto a cuore?

— Perchè contiene tutta l’esposizione dettagliata d’un nuovo piano... commerciale. Non vorrei che altri mi rubasse l’idea.

L’avvocato credette a quelle parole, dette con la massima serietà, ed uscì per le sue incombenze, felice, non tanto d’aver trovato lavoro, quanto d’averlo trovato, quale era, adatto nè più nè meno all’indole propria...

— Tu sei a posto, pensò Evaristo. Poi penseremo agli altri.

[162]

Rimase seduto sopra una comoda poltroncina presso allo scrittoio, in atto d’uomo che riposi indolentemente, ma nella realtà, cioè nel suo interno, seguendo un filo d’idee che dovevano restare misteriose per tutti coloro che egli adoperava al conseguimento del suo scopo. Il milione bramato, quel principio che gli permetterebbe la sua vendetta geniale e grandiosa, si avvicinava a gran passi.

Tutto si avviava a concretarsi per bene, ad annodarsi, a svolgersi, a intricarsi, a sparire secondo la tela che egli aveva in testa.

Andò in ufficio come di consueto e disimpegnò le solite cose come ogni altra volta.

Francis Webb, che capitò dopo di lui qualche minuto, narrò fra le più grasse risate che Isaiah Wood, quella enorme foca, ingrassata di coloniali, aveva delle strane velleità di intraprese. Di quelle intraprese delle quali in passato non aveva mai voluto udire neanche a parlare.

[163]

— E si tratta? — chiese con affettata noncuranza Evaristo.

— Si tratta... si tratta... imbrogli in fine dei conti; perchè tra l’altro, o non si sa spiegare, o non vuole spiegarsi.

— Sei tu (pensò tra sè Evaristo) che non vuoi parlare; ma per me hai già detto abbastanza. Te ne accorgerai.

Tacquero. Evaristo intanto verificò diversi documenti e stabilì sulle date degli incassi, per qual data la cassaforte di Francis Webb, ospiterebbe un milione libero, involabile, e sicuramente spendibile.

Si trattava di pochi giorni, proprio il tempo assolutamente necessario per preparare con abilità, circospezione, sicurezza, il gran colpo. La polizia?

Non avrebbe avuto nessuna traccia. E come pura intuizione, si sarebbe trovata dinanzi al mistero.

Ricorderanno i lettori come Evaristo a mezzo del domestico avesse fatto sapere a Ben, il cocchiere del n. 13, che lo aspettava per la sera.

[164]

All’ora fissata, quando cioè i fanali erano accesi, il portiere salì ad avvertire che la carrozza attendeva.

— Eccomi — disse Evaristo. Prese il cappello, il bastone e scese; montò quindi in carrozza dicendo al cocchiere:

— Andiamo verso Fort Lee Ferry, ho desiderio di una gran corsa e di prendere tant’aria... Tocca, Ben!...

— Lasci fare e dorma tranquillo... Il suo Ben è qui per servirla...

Evaristo accese un sigaro fumando con voluttà un po’ nervosa.

Ora che si andava sempre più inoltrando nella pratica del suo divisamento, sentiva rinascere la volontà di toccarne la fine, sentiva raddoppiare la forza ed acuire l’astuzia.

Per molti minuti la carrozza attraversò strade popolose, dove il movimento dei passanti era fitto in modo singolare, dove le carrozze sgusciavano fra le carrozze, dove i trams, con l’imperturbabilità della linea, mutavano al loro apparire, il movimento di prima, [165] dove s’udivano voci innumeri di venditori, di passanti, e dove le ricche botteghe accese di sfolgorio mettevano, lungo il grande percorso, la nota del colore e della dovizia.

Si districarono finalmente dal viavai inceppante, uscirono all’aperto ed a tutto quel rumore successe solo l’altro del N. 13, che prima si perdeva confuso e coperto dagli altri più sonori e soverchianti.

A un certo punto Evaristo ordinò al cocchiere di fermare, e scese.

— Scendi tu pure, Ben; scendi a sgranchirti le gambe, avevo proprio voglia di venire a fare due passi, qui davanti a questa veduta magnifica. Prendi, fuma... — e gli porse un sigaro, di quelli che Ben fumava assai raramente e... quando non gli costavano nulla.

— Ora — disse Evaristo, accostandosi, e molto serio, a Ben — ora noi due dobbiamo parlare di cose...

— Importanti? — domandò il cocchiere, che gli lesse nel volto malgrado la semioscurità.

[166]

— Importanti fino a un certo punto... Non hai qualche anno per nulla, e saprai che le donne... son donne...

— Lo sapevo.

— Dunque, per l’amicizia che da qualche tempo corre tra noi, io ho bisogno di un favore, e tu non devi negarmelo... Bene inteso col tuo compenso...

— Io sono qui per gli amici, rispose Ben.

— Ti ricordi della donna di quella notte? Ti ricordi di quel caso inaspettato, del grido della signora e della mia agitazione?

— Sì, mi ricordo ancora qualchecosa, ma, io di certe avventure non mi preoccupo più che tanto.

— Ebbene, sappi, che quella donna, così poveramente vestita per nascondere il vero esser suo, è una delle più nobili e delle più ricche dame d’Italia...

— Delle più nobili e delle più ricche?!

— Vedi, qual donna? Essa non te lo ha mai lasciato neppur sospettare!

[167]

— Dev’essere di una finezza... Già, tanto fina quanto bella...

— Orbene, sai perchè quella donna si trova a New-York? Perchè mi ama.

— Ed amando un uomo... lo...

— Lo tradisce, vuoi dire? Hai ragione, ma se ti dicessi che quella signora è innocente? che sulla sua virtù non v’è nulla a ridire?

— Mi pare un po’ strano.

— Anche a me parve strano, anzi impossibile, eppure! Quella donna è una vittima, nient’altro che una vittima. La notte che io la sorpresi, la notte che tu sai ed in cui mi aiutasti con tanta accortezza, fu terribile, fu d’inferno. Ella aveva sempre taciuto di queste sue corse, temendo per me; ora che il caso l’ha denunziata, mi confessò tutto. Essa andava, indovina?

— ... dica — fece Ben, ansioso...

— A portare danari a Guy Stein, perchè viveva sotto la minaccia del di lui pugnale e, non per lei sola... Anche per me, capisci?... L’aveva incontrata [168] un giorno, le si era posto alle costole e... sai chi sono costoro... Ebbe il torto di tacere e quella veramente fu la mia offesa... Credeva che io non riuscissi a liberarla? Credeva ch’io non avrei saputo dare in mano alla giustizia Stein ora che ciò mi interessava? Come se con i denari non si riuscisse a tutto!...

— È un fatto — sentenziò Ben — le donne, anche le più belle e le più ricche, sono donne un po’ tutte; peccano dell’istesso male e non pensano mai che ci può essere un uomo più forte del primo che le ha spaventate e dominate.

— Magnificamente, Ben, tu sei molto intelligente.

E tra sè: Intelligente e stupido secondo che io ti voglia.

— Io sono uno che rispetta molto il signore. Diamine! Il mio più lucroso cliente.

— Il domani di quella sera, io ho fatto pace con la signora... L’amo e non ho la forza di star con lei in collera, tanto più avendo chiarito le cose. Ma ho giurato [169] di liberarla da quel furfante di Guy Stein...

— Non gridi tanto — osservò Ben.

— ... e tu, col tuo compenso mi aiuterai!

— In che modo?

— Con un servizio semplicissimo; non credere che io ti domandi dei miracoli...

Devi sapere che la signora non può piantare Guy Stein se prima non ricupera una cassetta di gioie che Stein tiene presso di sè.

Egli costrinse la signora a dargliele in pegno con minaccie e violenze ed essa, per la sua tranquillità e per la mia, che non sapevo niente, era giunta a tal punto di schiavitù. Ora se Stein è arrestato prima che si ricuperi la cassetta delle gioie, le gioie spariscono. Chi le trova più in mano ai soggetti che lo circondano?

Io ho studiato uno stratagemma.

— La cosa mi comincia a diventare difficile...

[170]

— Niente... niente di più semplice.

Io ho trovato uno stratagemma per cui la notte che ti indicherò, a te che aspetterai nel punto che t’insegnerò io... verrà una persona, oppure lui medesimo, Stein, e ti consegnerà la cassetta dei diamanti da portare a me.

— Lui stesso?!

— Sì lui...

— E poi lo arresteranno?

— Sicuro.

— E se anche questa volta non riuscissero ad arrestarlo e lui si accorgesse del tranello, il povero Ben, chi lo salverebbe? Chi è che non trova la vettura numero 13? Chi è che non conosce il vecchio Ben? Chi mi salva?

— È già tutto pensato, tutto disposto — rispose con gran calma Evaristo. — Volevi che io ti lasciassi in mano del nemico? Sei pazzo?

— Perchè, badiamo bene; Guy Stein non è solo un gran ladro, s’intende anche di arma bianca e d’arma da fuoco e poi ha tanta abilità e tante braccia [171] al suo comando che arriva da per tutto...

— Dimmi, tu sei venuto dal Canadà? Ritorneresti al tuo paese?

— Al mio paese? Così povero? Senza avere mai fatto fortuna in tanti anni?

— Ah, no! Con la tua brava fortuna... in tasca.

— Lei ne ha sempre una di nuova...

— Sai perchè mi son fatto condurre qua?

— Per respirare un po’ d’aria libera...

— Te l’ho detto prima. Ora la cosa è diversa. Sta bene attento. La notte che ti verrà indicata, avrai nel ripostiglio su cui siedi un vestito nuovo che ti regalerò io. Quando tu avrai portato in casa mia la cassetta coi diamanti (tanti preziosi per 60 mila dollari) io ti darò 1500 dollari per te. Tu ritornerai qui, anzi un po’ più in là su quel ciglione. Ti muterai gli abiti e poi girerai la carrozza e la spingerai tanto tanto, finchè...

[172]

— La spingerò?

— Finchè la carrozza ed il cavallo non facciano il tonfo.

— Far morire il povero Gar?

— Silenzio. Dopo questa operazione... semplicissima, tu costeggiando, scendi alla marina, t’imbarchi col biglietto che io ti avrò dato, o per me Tommy se non ci fossi, consegnandoti anche i 1500 dollari e ritorni al Canadà con la tua fortuna in tasca... Senza contare che anche là io ti potrò assistere. Se il ladro sarà preso, tanto meglio; se la polizia, anche questa volta non riuscisse, tu sei al sicuro e Stein, quanto alla perdita delle gioie, data la disgrazia della carrozza penserebbe che tu pure sia diventato una vittima a tua volta.

— E la signora?

— Non ci pensare; essa poi sarà sicura come non è stata mai.

— Ecco, noi siamo al mondo per aiutarci l’un l’altro; ma ammazzare... far morire annegato questo povero Gar... che lavora da anni insieme con me... è troppo...

[173]

— È necessario... Non si ammazzano tutti gli animali per l’uomo? La lepre, la gallina, l’agnello, il bue, le anitre, i passeri, il leone, la tigre, non hanno gli stessi diritti del cavallo? Allora sarebbe inutile che l’uomo fosse il re degli animali... capisci? Del resto io posso pregare un altro di questo servizio, per risparmiare il tuo cavallo; vuol dire che 1500 dollari li guadagnerà un altro... Io come vecchia conoscenza ho voluto offrire a te l’affare... se non vuoi...

— Ah, dopo tutto, questo piccolo servizio lo voglio e lo devo rendere io.

— Hai capito perfettamente?

— Capito? Già... — continuò poi Ben, più sommessamente, accarezzando la testa del cavallo che pareva tutto inteso a quel discorso — già, ci son delle circostanze in cui la vita non si calcola, quando si tratta di rendere un servizio a persone a modo.

— Inutile che io ti raccomandi il silenzio — disse Evaristo sgranando gli occhi in faccia a Ben.

[174]

Questi, portandosi ossequiosamente la mano al petto, rispose:

— Sono cocchiere e tanto basta.

Evaristo aveva così svolto una parte del suo programma a base di una sequela di menzogne intrecciantisi, ma non privo di avvedutezza e di quella coesione, di quella preparazione logica, le quali sono tanto necessarie ad eliminare sospetti, a precludere la via ad ogni dubbio.

I lettori avranno già indovinato l’intero sistema, e se qualche punto rimanesse tuttavia oscuro, il seguito li persuaderà sempre meglio intorno alla mente acuta, al progetto vasto e coerente di questo aspirante a re delle ferrovie.

Non che un misero milione bastasse a realizzare l’idea grandiosa; tutt’altro! ma era il minimo necessario a raggruppare, di fatto, tutte quelle esteriorità e quelle pratiche necessarie, indispensabili a rappresentare il principio di una vasta associazione prima ancora che esistesse.

[175]

Tutto procedeva a seconda e ormai aveva anche calcolato con certezza matematica per qual giorno il movimento monetario della Casa permetterebbe di avere in cassa un effettivo immediato di contanti per un milione.

Tutto quel movimento commerciale e bancario che ormai cominciava a stancare e sgomentare qualche volta il suo padrone, egli lo aveva tutto nella propria testa, funzionante netto e lucido, come un gran congegno di orologeria, di cui gli indici con movimento regolare segnavano sul disco numerato, il lavorio dell’interno, le fasi di entrate, di uscite, di rialzi, di oscillazioni, di scadenze, attraverso alle quali lo speculatore tesoreggia il tempo fatto moneta.

***

Evaristo, che Ben aveva riportato a casa, cenò con buon appetito, poi acceso un zigaro si chiuse nel suo piccolo ed elegante studio:

[176]

Scrisse una lettera abbastanza lunga di due pagine ma molto adagio, quasi vagliando parola per parola.

Quando fu contento dell’opera sua, ricopiò con la macchina da scrivere quella lettera, bruciò l’originale di suo pugno e chiuse in un cassetto secreto la copia.

Che cosa aveva scritto? È quello che vedremo in seguito; per ora occupiamoci dell’antiquario Carassale, dell’abbandonato da Concetta.

[177]

CAPITOLO IX. Un’anima in pena — L’orologio di Mary — Un mistero dopo l’altro

Il tempo, che sana tante ferite, aveva potuto ben poco su l’anima addolorata di Riccardo.

Vedeva è vero la sua Concetta sempre più lontana da sè, ma la vedeva sempre, e più che tutto lo torturava la di lei sparizione così rapida, così densa di mistero.

Aveva finito per evitar di vedere anche il padre di essa, don Gennaro, che ne sapeva nè più nè meno di lui e che posto alle strette in tutti i modi, ripeteva di continuo le medesime parole:

[178]

— Chi ne sa più niente? Io non avrei mai più creduto che una figliuola mi trattasse in tal modo! E dire che le volevo tanto bene! Sarà scappata con qualcheduno... sarà scappata... Non si può pensare diversamente.

Riccardo Carassale, sempre nel suo negozio di antiquario in via Toledo, non aveva altra distrazione che i brevi momenti del suo commercio.

Partito il cliente, ritornava al suo scrittoio, protetto da un piccolo paravento, e chinava la testa su di un libro.

Ma pur troppo gli accadeva sovente di leggere pagine intere senza seguire il filo dell’autore, giacchè qualunque piccola causa, vuoi esteriore, vuoi interiore e prodotta dalla stessa lettura, ne deviava il pensiero dall’oggetto presente e lo conduceva al passato per torturarlo ancora...

A far sempre più doloroso questo stato di preoccupazione e di eccitazione continua, si aggiungeva quel ritratto scoperto da Concetta e che di giorno in giorno lo somigliava sempre più.

[179]

Lo aveva a poca distanza e di fronte. Alzando gli occhi dal libro, doveva inevitabilmente vederlo, vederlo muovendo per il negozio, vederlo sempre.

Ed è strano! In quel piccolo ambiente di cose morte, in quell’ambiente dove perfino il suo amore così giovane, così gagliardo, così sincero, aveva trovato la morte, in quel piccolo ambiente la cosa più viva, dirò meglio l’unica viva, era quel ritratto...

Pensieri strazianti, soliloqui dolorosi, intuizioni lacrimevoli!

Ecco l’opera, l’effetto, il lavorio incessante di quel ritratto che lo somigliava...

— E se ad arte, mio nonno avesse voluto tacermi la vera storia della mia esistenza? E se il caso, se il destino volessero svelarmi tutto ciò che mi fu taciuto? Se io fossi figlio di quell’uomo? Se vendute tanto tempo addietro le cose sue, tutto il dovizioso decoro di una gran casa, fosse proprio capitato al figlio fatto antiquario, il ritratto del padre?

[180]

Immerso in cosifatti pensieri, solo per lunghe ore, melanconico, spesso con uno specchio nella sinistra, guardava un po’ se stesso, un po’ il grande ritratto ad olio... guardava con un’ansia ed un intenerimento e una speranza indescrivibili, finchè tacite lagrime, e direi consuete, non gli offuscavano lo sguardo.

Un giorno, traverso il mobile riflesso di quel pianto, gli parve che la figura, per tanti anni muta, movesse la bocca... Gli parve di udire sommesso nel silenzio: — Sono tuo padre.

Allora, addentrato con più tenerezza nel suo dolore, raccolse in una unica amaritudine quella di tutti gli affanni:

— Senza padre, senza madre, senza il nonno, senza Concetta, solo nel mondo. Senza Concetta, poi, quella che doveva per lui farli tutti rivivere in sè e vincerli tutti insieme d’amore...

— Concetta — pensava e s’esasperava — io vorrei che tu fossi morta, prima che caduta e contaminata! Io [181] vorrei averti nel ricordo, così bella di cuore, come ai giorni dell’amor nostro... Ma perchè mi hai abbandonato? Perchè non mi ricordi più? Sono dunque io il morto? Io?

***

Il caso ha delle ben curiose combinazioni, dei colpi di scena inattesi, impreveduti, delle rivelazioni crudeli, inesorabili.

Abbiamo detto il caso, forse dovremmo dire la mano misteriosa invisibile d’una provvidenza che regola tutte le cose, anche quando regna in esse, al corto vedere dei nostri occhi, la confusione e l’incoerenza.

È allora che la verità ci si presenta, e più bizzarra, più capricciosa, più nuova di ogni fantasia, nel più fantastico modo trionfa.

Un giorno mentre Riccardo era tutto immerso nelle solite dolorose fantasie, seguita da una signora attempata, [182] gli si presentò una bionda elegantissima signorina, che dall’insieme e più dall’accento, si rivelò per forastiera.

Mentre Riccardo contemplava ritto e con far premuroso la biondissima fanciulla, questa chiese, in bruttissimo italiano, di vedere un orologio da tasca dei più antichi e dei più pregevoli per l’oro, per lo smalto, per le miniature.

— Deve essere cosa veramente degna, questo ricordo di Napoli, che voglio donare a mio padre.

Riccardo Carassale, tolse da un suo tiretto diversi astucci, li aperse e li schierò davanti alla signorina...

Questa guardava attentamente, e poi man mano passava gli orologi alla signora attempata, dicendole il suo pensiero su ciascuno in inglese.

Riccardo capiva perfettamente, ma non lo dimostrava.

A un certo punto la signorina, che si volgeva ora a destra, ora a sinistra, giovanilmente irrequieta, a un certo punto, s’arrestò fissa sul quadro ad olio [183] (che noi ben conosciamo) ed accennandolo alla signora attempata, le disse:

— Quello... è un conte... di cui non ho presente il nome... uno dei signori che qualche volta vengono a far visita a mio padre...

— È impossibile! — rispose la signora — l’ho visto anch’io qualche volta, ma... Ma è più vecchio...

Certamente, non lo nego... Sarà una combinazione, ma ciò non toglie che non vi sia grande somiglianza...

In questa venendole fatto di fissare Riccardo, accennò più vivamente a nuova sorpresa, seguitando in inglese, mentre il giovane era tutto orecchi:

— Notate come anche l’antiquario nostro lo somigli. Notate.

— È vero — rispose guardandolo fissamente la signora attempata, è vero. Si direbbe quello il padre, questo il figlio...

Riccardo conosceva grammaticalmente abbastanza bene l’inglese per non perdere una parola. Adesso, a quell’ultima espressione che l’uno pareva il [184] padre e l’altro il figlio, voleva, tremando tutto d’una nuova emozione, voleva rompere il ghiaccio e chiedere nella stessa lingua:

— In qual paese abita questo signore? Come si chiama? Ha mai parlato di avere figli? Dove è nato? Che cosa fa?

Voleva dire tutto questo Riccardo, ma la foga e l’emozione gli troncarono le parole, nel mentre che in modo affatto meccanico posto l’orologio antico in una cassetta lo consegnava alla giovane e biondissima fanciulla.

Fu un momento di indecisione poi, con risolutezza, disse in inglese:

— Potrebbe la signorina ricordarsi il nome del signor conte al quale ha accennato? È una mia curiosità, mi piacerebbe saperlo già che posseggo questo quadro, poichè io pure ignoro il nome del soggetto.

La fanciulla sorrise allo stentato inglese, come Riccardo aveva sorriso prima, affettando più che altro cortesia, [185] all’udire l’aspro, il duro italiano di lei, e voltosi alla signora che la accompagnava domandò a sua volta:

— Voi lo ricordate?

— Io no.

— E io neppure... E dire che ci sto pensando... Del resto lo vedevo di rado, perchè ero in educandato... È naturale che non ne abbia famigliare il nome. E poi parlava sempre d’affari con mio padre, le rare volte che io l’ho veduto. È un vecchio alto, simpatico, elegante. Credo che la sua gioventù l’abbia (è italiano) l’abbia passata qui...

— A Napoli? — fece scattando Riccardo.

— Sì a Napoli.

— E trovasi adesso?

— Dove siam noi. A New-York.

— E non sa darmi proprio altri schiarimenti?

— Non ne so altro.

— È molto ricco?

— Molto.

— E...

[186]

— ... e infine vorrebbe vendergli forse il quadro? vorrebbe che comprasse per sua la immagine di un altro, perchè gli è somigliante?

Riccardo chinò la testa mormorando:

— Non è per questo... non è per questo...

— Piuttosto, giacchè somiglia anche a lei — aggiunse la bionda signorina con un grazioso sorriso — piuttosto lo tenga per sè e potrà dire che è suo... fra qualche anno...

Le due donne neanche lontanamente pensavano a ciò cui alludeva Riccardo, a ciò che lo dilaniava in quel momento.

La signorina pagò l’orologio, intascò l’astuccio e uscì seguita dalla donna attempata e scura che lasciava trasparire malgrado l’abito e l’età, un gran rispetto e direi una grande sottomissione, però avveduta e prudente, verso la fanciulla, felice d’aver comperato il ricordo di Napoli per Webb.

Sicuro, per Francesco Webb.

Essa ne era la figlia, l’angelica [187] Mary, di cui Webb, con tanto affetto, a consolarsi della assenza imparava a memoria, si può dire, le lettere...

***

Come rimanesse il giovane Carassale pensi il lettore.

Adesso era il più agitato e più angosciato di prima.

Aveva un indizio, un lontano indizio, e ciò costituiva insieme il suo martirio e la sua speranza, il suo dolore e la sua fede.

Era trascorso qualche giorno da quanto abbiamo narrato, quando un mattino entrò nel negozio nell’antiquario un tipo a lui sconosciuto, che si rilevò interessante subito, prima dall’insieme, poi dalle parole.

Era un pittore, e poteva contare cinquanta anni.

A primo aspetto si vedeva l’uomo bizzarro.

Un piccolo cappello a cencio, nero, [188] buttato sulla nuca più che poggiato sulla fronte, soffocava una capellatura ricciuta e brizzolata, molto prolissa e ricadente ai lati, celando le orecchie. Aveva gli occhi stranamente vivi e neri, il naso tutto butterato, prominente, una barbetta grigia, lunga e rada e spartita sotto il mento.

Vestiva azzurro scuro, e portava col panciotto di panno giallo, una gran cravatta di raso rosso.

— Ha delle miniature?

— Certamente.

— Roba di buoni artisti?

— Buoni, qualcheduno ottimo...

— Che soggetti?

— Paesaggi e idilli...

— Fuori gli idilli...

— Subito.

— Me ne abbisognano sei, per un buon diavolaccio d’un riccone. Vuole che siano miei... ma io ho altro per la testa, più che lavorare in piccolo...

Carassale presentò diverse miniature.

— Queste son veramente belle...

[189]

— Cerchiamo le migliori perchè debbono essere assolutamente mie. Ed io sa che cosa faccio adesso?

— Che cosa fa?

— Con qualche ritocco le rinfresco, le ringiovanisco... e poi fra qualche giorno le fo passare per mie... Dirò magari che la metà le avevo pronte... presso di un amico... Insomma dirò... dirò delle bugie e prenderò i quibus.

— Come crede...

— Ma diavolo? Che cosa vedo? Quel quadro? Quel ritratto, com’è capitato qui? L’ho fatto io quel quadro... È mio...

— Così dicendo si avvicinò alla tela e accennò in un angolo:

— Vede questo sgorbio? È la mia firma. Io sono molto infelice nello scrivere!

— Il quadro è suo?

— Ma perbacco? E come l’ebbe?

— L’ho ereditato dal proprietario della bottega, il defunto Percuoco... E dica, ch’io non ho mai potuto saperlo, [190] perchè non è neanche segnato a catalogo? chi rappresenta? Di chi è quell’immagine?

— Perbacco! Il conte Melisardo.

— E dove si trova?

— In America...

— Ma è grande l’America.

— A New-York, lo vidi l’ultima volta...

— E sta sempre là?

— Sempre.

— E perchè c’è andato?...

— Perchè in Italia, quello scapestrato di un conte, ne ha fatto di tutti i colori. Si è rovinato poi al punto da dover cercare il lavoro, ma non volle cercarlo in Italia ed emigrò...

— Ed ora?

— Ora ha rifatto la sua fortuna ed è diventato tanto giudizioso, che qualche anno fa, quando lo vidi non potetti a meno di meravigliarmi e di dirglielo...

— Lei è stato dunque a New-York?

— Io? Io ho girato tutta l’America... Nord e Sud...

[191]

— E quel conte Melisardo non potrebbe ricordarsi per suo mezzo, di questo suo ritratto e adesso che è tornato in fortuna ricomprarlo? Mi dia le opportune indicazioni e penso io a tutto. Io mi figuro che dovrà essere tanto caro a quell’uomo vedere questo oggetto scampato al naufragio della sua fortuna, alla dissipazione della sua giovinezza... E poi per farne dono ai suoi figli... ne ha dei figli?

— Non ne ha, ma ne ebbe uno...

Lo ebbe qui a Napoli... e quando dall’America dopo un certo tempo, ne fece ricerca, quando volle essere padre della sua creatura... riconoscerla, farla ricca, gli scrissero che la creatura era morta... qualche mese dopo la madre... Era un maschio, e a regola di data avrebbe ora la sua età... Ma perdiana sa che più la guardo e più noto la meravigliosa somiglianza che ha lei col mio amico il conte Melisardo?

Riccardo non rispose.

Come in un bagliore e nella confusione [192] del suo passato, rivide il nonno.

Rivide Percuoco... rivide Concetta, rivide la signorina bionda, la compratrice dell’orologio. Legò in un pensiero quelle persone, vagliò tempi, circostanze, discorsi, vagliò più di tutto il silenzio ostinatissimo di nonno Percuoco ed a braccia aperte, esasperato, affranto, disse con tutta l’anima al pittore:

— Signore, sul mio passato è tutto un mistero; mai, mai, non potei far luce sulla mia esistenza... Ma per tante cose, per tanti indizi, presenti, lontani, e per questa rassomiglianza, io credo... credo di essere figlio al conte Melisardo...

— Niente di più facile — rispose il pittore con una calma che fece rabbrividire Carassale — Niente di più facile... Melisardo amava le donne... qualche volta, viene al mondo un figliuolo... ma come mai, quando questo figliuolo fu ricercato dal padre, gli si è scritto che è morto?

— Mistero! — Disse Riccardo.

[193]

— Mistero! — disse il pittore e si guardarono in faccia fissamente e muti...

Il seguito di questo fatto a suo luogo. Per ora ritorniamo a Evaristo Grinfieri, intorno al quale muovano e s’aggirano tutti gli altri personaggi siccome i minori pianeti intorno al sole.

[194]

CAPITOLO X. I dolcissimi baci — La Lettera per Bill Oward — L’attesa del momento

Hulda, abbigliata con lo sfarzo della massima signorilità, già più calma, benchè trepidante ancora, nel salottino di Evaristo ascoltava attentamente le parole che questi aveva tanto vagliate e meditate prima.

— Malgrado tutto, malgrado l’offesa terribile che hai recato al mio cuore ed al mio amor proprio, Hulda, io t’amo ancora... ancora come quando avrei giurato che dal primo dì che ci siam visti, tu eri mia, tutta mia... Ecco perchè non so più insistere su quanto di primo impeto [195] avevo deliberato. Ecco perchè ti bacio come prima...

Gli occhi di Hulda brillarono di lagrime. Evaristo le passò gentilmente la mano su la nuca e la trasse sul suo petto con dolcezza, con una gran dolcezza, nella quale l’amore non avrebbe potuto essere nè più soave, ne più intenso.

Hulda lo abbracciò e stettero così qualche istante, senza parole, guardandosi negli occhi.

— Baciami...

— Prendi... tutta tua e per sempre... Mi hai perdonato?... Mi hai perdonato?

— Io, no.

— Tu no?

— Io no. Il mio amore sì... E poichè il mio amore mi possiede tutto e mi comanda... io ubbidisco...

Il salottino, quieto nella luce blanda, armonizzava con la pace dei due cori riconciliati. Un profumo intimo di idillio novo, dopo tanta ebbrezza carnale, pareva aleggiare d’intorno. Le due anime vi nuotavano nell’estasi d’una placidezza, [196] non gustata ancora, in una viva e cara dilatazione di tutti i sensi, proprio come al tornar del sereno dopo la tempesta dello spirito.

Nella vita agitata di Hulda, quello fu senza dubbio uno dei momenti più sinceri. In quell’ora di letizia suprema e direi casta, dimenticò tutto, e stringendosi forte con le belle braccia al collo di Evaristo e inebriandolo del suo profumo gli sussurrò dolcemente:

— Tua nel perdono, tua nella vendetta, sempre tua. Sento che la mia vita è da oggi veramente legata a te.

— Come ti sei comportata con Guy Stein? Sii franca: sospetta di nulla? Foste gli stessi come prima?

— Come prima, amor mio. Non fece altro che vuotarmi il borsellino.

— Tu sai già che ora, con lui, bisognerà farla recisamente finita...

— Lo so.

— E a questo scopo, mi aiuterai, non è vero?

— Ti aiuterò.

[197]

— Non temere per te. Ciò che devi fare è poca cosa. E dopo questa, tu sarai salva... Se Guy Stein arrivasse anche lontanamente a sospettare... non potrebbe raggiungerti col suo pugnale... Non potrebbe farti nulla, stanne certa, nulla.

Evaristo andò nell’altra camera e tolse da uno scrignetto la lettera che avea scritto a macchina e della quale il lettore ricorderà.

— Tu mi hai detto, e anzi è notorio, che Bill Oward e Guy Stein sono nemici...

— Acerrimi.

— Ebbene, questa lettera, vedi, è indirizzata a Bill Oward. In essa è preposto, non intimorirti, un ottimo affare nel loro genere. Tu fingerai di aver trovata la lettera per istrada, mentre andavi a trovare il tuo Guy Stein.

Avrai pure teco un giornale che io ti darò e nel quale sarà annunziato lo smarrimento di essa ed il premio, se la consegna, ancora intatta la busta, al Consolato italiano.

[198]

Tutto questo è una fandonia, un artifizio per far cadere Stein in trappola. Se egli ti consigliasse di non aprirla per prendere il premio, tu, inducilo ad aprirla con ogni mezzo... E d’altronde vedendola indirizzata al suo rivale Bill Oward, il desiderio di aprirla lo vincerà prima ancora delle tue parole.

Egli farà quello che è scritto nella lettera, certo, ma se stasse in dubbio, tu spronalo. Mostragli quanto la cosa sia facile e sicura.

— Ma che contiene questa lettera?

— Nulla di male per te. Tu, per caso, l’hai trovata dopo aver letto l’appetitoso annunzio del giornale e fingi di averla portata a lui chiedendone l’avveduto consiglio.

— Ma non si può proprio sapere che cosa contenga?

— È inutile perfettamente adesso. La leggerete insieme. Mi pare di fare un mondo di chiacchere inutili.

— Proprio così?

— Proprio così. Hai detto che mi vuoi bene?

[199]

— Sì.

— Dunque per primo pegno del nostro inalterabile amore, dammi una prova d’ubbidienza.... Hulda. Hai capito? obbedienza. Guy Stein deve cadere in mano alla giustizia, deve essere colto in flagrante... Ti basta? Tutto quello che leggerai, e che ti parrà strano, non ti sgomenti. Così avessi saputo prima tante cose e già il vigliacco orgoglio di Stein sarebbe fiaccato.

— Obbedirò — disse Hulda con sicurezza, — obbedirò. Baciami ancora... tanto, tanto, stringimi, così, forte...

Ed Evaristo la strinse forte, facendole male, proprio male, come voleva lei, che felice gli arrovesciò la testa sul petto e digrignò i denti e si contorse maliosa come al momento supremo, quando gli gridava: Angelo, uccidimi!

Con molto accorgimento, con finezza squisitissima, Evaristo aveva consegnato a Hulda la lettera chiusa tacendole il contenuto, per tema che ella non aderisse, o meglio non osasse; mentre venuta [200] a conoscenza di tutto, al fianco di Guy Stein, avrebbe trovato per la stessa propria salvezza, tutto il coraggio dovuto, accettando la situazione improvvisata. Avrebbe trovato tutto il coraggio tutta la sfrontatezza necessaria per fare la sua parte nella triste commedia.

Ai baci, che parvero di angelo, doveva succedere il ghigno di Satana. Il milione, il futuro milione, voleva così.

***

Hulda era pienamente decisa di assecondare in tutto Evaristo, ma dove mai fosse stata cosa alcuna che l’avesse tenuta perplessa un istante l’avrebbe spinta, anzi spronata, la vecchia Bess, troppo certa di avere corso un gran pericolo, di averla scampata bella, in seguito al doppio segreto amore (chiamiamolo amore) di Hulda.

I giornali del mattino giusta la inserzione commessa da Evaristo all’avvocato Gasperal avevano tutti annunciato [201] lo smarrimento della lettera diretta a Bill Oward, e la ricca mancia, dove la missiva fosse stata riconsegnata con il suggello tuttavia intatto.

L’indomani, come aveva detto Evaristo a Hulda, era il giorno della prova.

A pranzo Evaristo aveva finito, non solo per convincere Hulda che ad ogni modo doveva esserlo, ma per entusiasmarla.

Si trattava di dare una prova d’amore ad Evaristo. Ebbene, che quella prova, costasse pure la sua vita, che quella prova fosse la benvenuta!

Il lettore entri con Hulda nel quartiere da noi descritto in principio, ne segua attento i passi e più attento ancoratypo for efferatoascolti il dialogo e studi la disinvoltura di lei a contatto d’un uomo singolare tra i delinquenti, ributtante come un rettile, efferato come un carnefice, superbo come un genio e innamorato di sè stesso.

[202]

***

Hulda entrò ad arte frettolosa nella stanza vasta e bassa dove stava Guy Stein.

— Adesso? — chiese questi notando l’ora insolita.

— Proprio adesso, ho bisogno di te...

— Di me?

— Sì.

— Che vuoi?

— Un consiglio...

— Soltanto? — fece con un riso sinistro Guy Stein.

— Sì, un consiglio, ma importante... della somma importanza, perchè si tratta anche di dollari...

— Di dollari? — domandò Guy Stein aguzzando lo sguardo.

— Sì... ecco.

— Parla... dunque...

— Questa mattina, come sempre, leggo il New York Herald, per caso mi vanno gli occhi a queste righe (così dicendo spiegò il giornale) queste righe, dove si annunzia una mancia addirittura [203] favolosa, per chi consegnerà ancora suggellata, ecc. ecc., una lettera... una diretta, indovina a chi?

— A chi? — domandò Guy Stein pigliandola brutalmente pel polso.

— A Bill Oward, rispose con lentezza e circospezione Hulda...

— A lui?

— A lui.

— Chi può avergli scritto una lettera di tanta importanza?

— Ma non basta, non basta, sai...

— Che c’è? C’è dell’altro?

— Ma sicuro, una combinazione strana, stranissima, una cosa che non mi sarei aspettata mai più. Io mi vesto...

— E poi?

— Esco a fare la mia solita passeggiata. Faccio forse duecento passi da casa mia, ancora in forse se dovevo venire a dirti ciò che avevo letto sul New York Herald quando trovo io stessa...

— La lettera?! — chiese Guy Stein puntandole al petto l’indice...

[204]

— La lettera... precisamente e... allora son corsa da te... da te per un consiglio...

— Dammi la lettera...

— Prendi... vedi, io ho avuto la tentazione di aprirla subito, ma poi volli anche te del mio consiglio... venni qui, perchè tu mi dicessi, se conviene più prendere, senza rompere il suggello, la ricca mancia di mille dollari, o pure penetrare il mistero di Bill Oward. Ciò poteva essere anche più interessante... almeno per te.

— Sicuro... Sicuro... — rispose concitato Guy Stein. A me importa sopratutto conoscere le marachelle di Bill Oward. Sapere qualche cosa di segreto di un uomo, vuol dire, poterlo possedere e vincere e abbattere all’occasione.

— Vuoi proprio aprire la lettera, adunque?

— E subito — rispose Guy Stein. Così dicendo stracciò la busta e lesse, mentre Hulda fattasele da lato, leggeva anch’ella nascondendo mirabilmente [205] l’emozione che la prese appena dopo le prime righe.

Ecco il documento scritto da Evaristo a macchina, come dicemmo in uno dei capitoli precedenti:

«Caro Oward,

«Abbiamo lavorato insieme più di una volta e con buon esito. Mi rivolgo perciò di nuovo a te certo del tuo aiuto.

«Il giorno otto del corr. mese alla sera nella povera trattoria di Brendly, si troveranno a mangiare nella saletta di sopra Francis Webb ed Evaristo Grinfieri suo segretario.

«Ognuno di essi ha una chiave. Con due chiavi si apre la cassa forte di Francis Webb, dove in una cassetta di ferro si troverà chiuso un valore di duecentomila dollari.

«Sotto la camera della cassa forte è il giardino. Nel giardino una scala rimastavi dei muratori che lavorano alla facciata. Con la scala passerai dalla finestra che si aprirà appena spinti i cristalli.

[206]

«La cassetta, all’incrocio delle vie Bendy e Vaynel, sarà consegnata al cocchiere N. 13, che sai fidatissimo come in tutte le altre volte. Tu consegna e mettiti in salvo sempre come l’altra volta, noi ci rivedremo dopo giorni quindici per la ripartizione, quando sarà tornata la calma.

«Per impossessarti delle chiavi adopera il mezzo che credi migliore.

«Usa meno persone che puoi e le strettamente necessarie, svelte, espertissime.

«Per qualunque cosa ti possa occorrere prima che siano spirati i quindici giorni, rivolgiti sempre a Ben il cocchiere N. 13, al quale, consegnando la cassetta col milione, dirai queste parole: Ecco le gioje.

«Intesi.»

A modo di firma seguiva un segno speciale...

— Questa volta ho finalmente nelle mie unghie la vendetta e la fortuna — disse trionfante, Guy Stein. — Io canzonerò [207] l’uno e l’altro. Mi gioverò di questo piano e farò il colpo tutto per me...

— Come? — disse Hulda — escludendo il cocchiere, che è la chiave di tutto?

— Perchè no?

— Sarebbe un errore.

— Perchè?

— Perchè in un piano prestabilito come questo tutto è studiato, tutto è preveduto, e a spostarlo, non solo ci si può rimettere il denaro, il milione, ma la libertà può essere compromessa. Tu..., noi, abbiamo bisogno di questi complici...

Ma a proposito, e questi complici si presteranno più all’opera dal momento che la lettera è stata smarrita? Non aggiorneranno la cosa? Ci vuole della prudenza e tanta. Io non vorrei che tu ti avessi a rovinare. Tu sei il mio aiuto, la mia forza, guai se tu mi avessi a mancare. Chi mi rispetterebbe più?

Guy Stein stette lungamente pensoso per raccogliere le idee...

— Ti credi, aggiunse quasi timidamente [208] Hulda, che fatta la cosa, non cadranno dei sospetti anche su te? Come nascondi, senza avere aiuti di chi ha già studiato il necessario, la cassetta col milione? Di notte, nella premura, nell’imbarazzo del primo momento?

— Io penso a questo — disse con gravità Guy Stein — Se fosse stata scritta a Bill Oward un’altra lettera, mentre si cerca di avere intatta la prima smarrita?

— Potrebbe darsi...

— E allora ci troveremmo (se non cambian la data) ci troveremmo in due la medesima notte a fare la stessa operazione...

— Questo mi impensierisce assai, assai — fece Hulda con gravità, preoccupata veramente per la situazione che le si era posta dinanzi, così nuova, così improvvisa, e tuttavia decisa irremovibilmente ad assecondare Evaristo, che ora, secondo lei, in qualche cosa doveva aver mancato, qualche cosa doveva aver non preveduto, malgrado la sua mirabile lucidità.

[209]

— Senti, Guy Stein, io in queste cose ci perdo la testa. Io temo di non consigliarti bene pur volendolo fare..... C’è ancora qualche giorno, rifletti...

— Ehi, dico — a proposito — fece con aria di canzonatore Guy Stein — non ti passerà neanche per la testa, voglio sperare, di fare due parti in commedia?

— Come? Che sarebbe a dire?

— Cioè di parlare con me a un modo e poi dire tutto al tuo Evaristo... svelare tutto; magari per fare la sua fortuna presso Francis Webb e la tua anche; per farti, se occorre, sposare.

— Come? Tu mi credi capace di tradirti?

— Sei donna... non ragioni con la testa... Puoi essere capace di tutto... Io, credilo, non dubito, ma se avessi un sospetto soltanto, vedi questo pugnale?

Guy Stein levò un pugnale che non pareva neppure avesse avuto sulla persona.

[210]

— Inginocchiati.

Hulda s’inginocchiò tremante.

— Giura che non mi tradirai?

Così dicendo la strinse colla sinistra ai capelli e le puntò sul petto il pugnale.

— Lo giuro...

— Davanti a Dio?

— Davanti a... Dio.

— Ed ora, perchè tu conosca chi è Guy Stein, sappi che del tuo giuramento nulla m’importa, perchè io nulla farò, nulla voglio fare.

E diede in uno scroscio di risa.

— È cosa che non riesce bene; dov’entra una donna, tutto è perduto... Dietro alla donna qualche volta c’è la polizia... benchè io della polizia m’infischi, quanto nessuno potrà mai, perchè se anche mi cogliessero sul fatto, avrebbero sbagliato....

Quando voglio, io non sono più io. Dimmi — urlò — riconosci tu in me Guy Stein.

Dicendo queste parole il meraviglioso [211] ladro, portò rapido la destra agli occhi e alla bocca, poi la stese dimesso e supplichevole con queste parole:

— Fate la carità a un povero cieco!

Hulda diè un balzo indietro inorridita.

Le pupille grigie taglienti di Guy erano scomparse. Aveva invece la pupilla bianca cenere e opaca del cieco, senza raggio, senza riflessi, immota e ributtante.

Nella bocca larga mancavano tre denti, scoperti dalle labbra sottili e come rialzate da uno spasimo abituale e dalla pena si direbbe di chi soffra per non vedere la luce...

Hulda seguitava a guardare, sempre più inorridita, quella inattesa trasformazione.

Guy Stein ripetette ancora con mutato accento e supplichevole:

— Fate la carità a un povero cieco!

— Guy Stein! — gridò Hulda portando le mani alla testa.

[212]

················

— Va, va, Hulda; a questi così misteriosi milioni io ci rinunzio.

— Davvero?

— Farò recapitare la lettera a Bill Oward... Se è un tranello sarà per lui... Resti dunque avvertita, che io non mi muovo, cara... Denari, pochi, e subito... Ne hai portato? I tuoi sono tanto più sicuri...

— Fra questi due uomini io ho perduto la testa, io non mi raccapezzo più — pensò tutta sconvolta Hulda, e intanto vuotò il borsellino nelle mani di Guy Stein.

***

Guy Stein, rimasto solo, si consigliò lungamente col vecchio padre:

— Hai fatto molto bene la tua parte — disse il vecchio — mai donne negli affari, specie di questo genere. L’hai convinta che tu non muoverai neanche un dito?

— L’ho convinta.

[213]

— Sei certo che ti crederà?...

— L’ho abituata a credere o per amore o per forza...

— Ora, se la rivedi, non parlargliene neppur più di questa cosa.

— Niente.

— Sta bene...

— Ed io intanto...

— Tu intanto ti prepari, ed al momento opportuno... all’opera...

— E per il cocchiere?

— Il cocchiere bisogna che sia dei nostri. Non capisci che dev’essere un uomo giudizioso ed interessato, così compromesso com’è? Egli anzi è il più esposto di tutti, è la vera garanzia delle due parti, giacchè non solo se ne conosce il nome, ma è una persona che deve stare continuamente esposta in pubblica via a cassetto, e con un numero di riconoscimento che accusa lui e salvaguarda noi, che nel caso di qualche sinistro...

— Capisco, un cocchiere pubblico è una garanzia delle più importanti nel [214] nostro caso, ma bisogna anche pensare...

— Che vorrà la sua parte?

— Certamente... e grossa.

— Ma, caro mio, una mano lava l’altra... non bisogna essere egoisti a questo mondo.... Quanto alla persona che ha architettata la cosa, l’accetterà compiuta tanto da te, quanto da Bill Oward. Potrebbe ricusare il fatto compiuto?... Lo scopo è tutto, ed anzi il cocchiere, che noi abbiamo in mano quando vogliamo, che deve stare su la piazza, che non può nascondersi e sfuggirci, il cocchiere sarà il tratto d’unione e la garanzia... Perchè, quel milione non è di oro, si capisce, ma di carte che noi (noi commercianti) non possiamo spendere, senza l’aiuto di terzi.

— Avete ragione, avete ragione, padre mio. A questo non avevo pensato. Accettiamo i complici. Per la sera indicata sarò al mio posto...

— Se non troverai Webb e Grinfieri, vorrà dire che la cosa fu differita o abbandonata, per lo smarrimento della [215] lettera, che per eccesso di prudenza, non fu ripetuta. Io invece, proprio in seguito allo smarrimento che toglie ogni sospetto, farei arditamente il colpo...

— È proprio quello che ho pensato anche io.

— È già notte — disse Guy come per accennare il rapido passar dell’ora...

— Per me lo è sempre — rispose il vecchio sospirando.

Entrava intanto qualcuno degli uomini che lavoravano sotto la tutela e l’indirizzo di Guy Stein.

Egli dava consigli, esortazioni, biasimi, elogi. Ad uno di essi che dinanzi a uno specchio si provava una barba, come un attore si prepara per la scena, raccomandò di avere uno sguardo più dolce, poichè il naso pronunziatamente aquilino e la lunga barba nera gli davano un’aria arcigna troppo, fuori dal naturale, e facile ad essere sospetta.

Ad un altro raccomandò un po’ più di attività. — Sono più sere che non fai proprio nulla — vai forse a far l’amore?

[216]

CAPITOLO XI. Ciò che dice Hulda. — Ciò che pensa Guy Stein — Ciò che fa Francis Webb — Ciò che aspetta Evaristo

I primi numeri dell’Oro dell’Est erano usciti. Il giornale lasciato dall’avvocato Gasperal sotto la segreta direzione di Evaristo Grinfieri aveva per la sua stranezza e per la sua utilità immediata, tratta l’attenzione e la simpatia di quel ceto che si interessava di commerci e di speculazioni di ogni genere.

L’avvocato Gasperal si meravigliava sinceramente dell’esito, ed Evaristo si convinceva sempre meglio nel proposito che bisognava continuare, perchè il trionfo [217] sarebbe stato sicuro.

Stava egli appunto preparando un articolo per l’Oro dell’Est, quando gli venne annunziata Hulda.

— Falla passare. Tommy.

Hulda si presentò; come persona che ha fretta di giungere, di parlare e che ha insieme l’animo sconvolto, turbato.

— Ma perchè, Evaristo, non dirmi prima tutto, acciocchè io fossi preparata? Perchè lasciarmi cogliere improvvisa alla lettura della lettera?

— Per questa semplicissima ragione — rispose calmo l’altro — perchè tu ti saresti sgomentata al punto di indietreggiare malgrado le tue proteste di amore.

Hulda tacque. Sentì nell’intimo che tutto ciò non era lontano dal vero; volle essere sincera e disse:

— Ora ti avverto che il tuo piano è sfatato. Guy Stein è un furbo...

— E di un furbo avevo bisogno.

— Ebbene egli non si mette all’impresa...

— Il motivo...

[218]

— Il motivo sta nella scelta stessa che tu hai fatto, per vincerlo... Egli dubita di me, dubita di un tranello della polizia, dubita che la cosa non abbia luogo più, per lo smarrimento della lettera, che doveva dare importanza e sicurezza alla cosa, egli infine ha confessato che non muoverà un dito, nemmeno un dito... Si direbbe che egli tremi già, si sente già addosso l’unghia della polizia.

— Mi ha rimandato dicendomi che di quei così misteriosi milioni, non sa proprio che farsene...

— Ora capisco più che mai due cose. La prima che è veramente astuto, la seconda, che egli cadrà in trappola...

— Davvero?

— Certo, egli vuole accingersi all’opera, ma vuole allontanare insieme il sospetto che egli la compia. Ecco perchè ha agito nel modo che tu dici.

— Proprio così?

— Così e non altrimenti. Ora la tua parte è finita, grazie. Il resto è pensiero mio. Fra qualche giorno tu non avrai [219] più quell’incubo addosso e vedrai quanto valga il tuo Evaristo. Saprò mettere io a dovere quel volgare prepotente, quel mascalzone.

Hulda ascoltava meravigliata, e anche adesso, davanti a quella calma imperturbata, davanti a quella fiducia completa, pensava ancora come prima:

— In mezzo a questi due uomini, in verità io sto perdendo la testa. Come si metteranno i fatti, quale dei due trionferà?

***

Dopo il colloquio col vecchio padre cieco, Guy Stein aveva fermamente deciso. Quel colpo di mano bisognava farlo. C’era tutto da guadagnare. Alla peggio, se per lo spostamento prodotto dalla lettera smarrita non si trovassero Webb e Grinfieri nella piccola trattoria di Brandly, alla peggio le cose rimarrebbero allo stato di prima ed impregiudicate, cioè buone per un’altra volta.

[220]

Ora, Guy Stein concentrava tutta la sua intelligenza sul modo da tenersi per togliere di dosso ai due le chiavi della cassa forte.

Non era facile giacchè i facili mezzi che si potevano avere per uno, non potevano usarsi per due nello stesso momento.

Di tutti quei mezzi, con calma e lucidezza, vagliava il pro e il contro. Sopratutto rifuggiva dalla violenza, la quale oltre alla difficoltà, alla incertezza dell’esito per la reazione che produce, richiede lo impiego di molta forza, quindi molti uomini, quindi molto chiasso, quindi ancora molta probabilità o di tradimento prima, o di spionaggio dopo.

Nel dubbio, proprio intorno al punto delle chiavi, concertò nuovamente col vecchio e decisero insieme con pieno accordo.

Due uomini e una donna bastavano a condurre l’operazione. La donna lavorerebbe con Guy Stein, i due uomini lavorerebbero in apparenza fra le quinte. [221] Occorrevano due per riuscire, e Guy Stein non doveva essere nessuno di quei due, per ottima cautela fino all’ultimo momento.

Franimy e Tymbord avrebbero un piccolo programma in apparenza separato dal resto, come al momento opportuno vedremo.

***

Francis Webb, assiduo lettore dell’Oro dell’Est, non sospettava proprio nulla sull’operato e sulle mire di Evaristo; soltanto era molto seccato delle domande che gli faceva l’amico suo, collega e coetaneo Isaiah Wodd, che vista sparirgli l’operazione come principale azionista, rimproverava Francis di non avere ascoltato Grinfieri, di non averla fatta per sè.

Era una specie di mite vendetta, una vendetta tutta quanta di parole un po’ brusche e un po’ bonarie che per altro seccava abbastanza Francis Webb, [222] del quale diremo ora una consuetudine presa da molti anni, ben nota ad Evaristo e sulla quale appunto per il giorno otto questi contava pienamente.

È dunque a sapersi che con la data del suo anniversario coincideva per Francis Webb la data in cui il suo particolare bilancio gli assegnava dopo tante lotte, peripezie ed audacie i primi duecentomila dollari, ciò che in italiano significherebbe il primo milione.

Egli dispose da quel giorno di festeggiare quella data. E la festeggiò sempre in compagnia di Evaristo andando a pranzare nella modesta trattoria, dove meschinamente faceva i suoi pasti tanti anni prima, quando, giovane poverissimo e con molti debiti e con nessun credito, sognava la colossale fortuna, con l’audacia di un gran disperato e di una straordinaria attività.

A quella tavola umilissima riviveva la sua gioventù e si godeva un mondo, ora che la tempesta della miseria era passata, si godeva un mondo a raccontare [223] le sue peripezie a Evaristo che le sapeva ormai a memoria.

Le sapeva a memoria, eppure gli facevano sempre un grande, uno strano effetto e gli davano turbinosi pensieri.

L’esempio di tanta fortuna, con tanta inferiorità intellettuale, era terribilmente contagioso.

Perchè egli, che ne aveva tante ed era giovane e ardente, non avrebbe attuate le sue grandi idee?

Come Webb aspettava il giorno di festeggiare il suo primo milione, così allora (come eran mutate le cose!) Evaristo pensava a rubarglielo in quel modo pel quale aveva già disposto.

Evaristo, quello strano carattere, tutto intento allo scopo, non ebbe mai un solo momento di esitazione, anzi in lui cresceva ora la bramosia del possesso, ora che per un altro lato tanta parte di strada era stata dischiusa dal giornale di cui Gasperal passava per essere il direttore.

Venne finalmente la sera tanto attesa [224] dai diversi interessati, e Francis Webb ed Evaristo Grinfieri, puntuali come negli anni precedenti, si trovarono alla tavola modesta, l’uno pronto a ripetere i suoi soliti discorsi, l’altro quasi certo di vederli presto interrotti, e disposto, secondo il piano prestabilito, a fare la sua parte di vittima.

Così doveva essere perchè tutto procedesse per bene.

Quando furono alla metà del desinare Webb ed Evaristo videro entrare e sedersi ad un tavolo da presso un uomo che doveva essere, e ne aveva tutta l’aria, uno di loro.

Dopo di lui, circa un quarto d’ora, entrò una donna non tanto giovane, ma belloccia, ma piacente ancora.

Erano infatti Guy Stein, e la sua complice.

Una ladra esperimentata, piena di seduzioni e di risorse, la quale per molte prove date di abilità, possedeva tutta la stima di Guy Stein, e si era indissolubilmente [225] legata alla sua vita, alle sue vicende.

Si chiamava Lucy.

Evaristo mesceva sovente da bere a Webb, che, in quella sera di completo abbandono e di finta gioviale povertà, era diventato insolitamente chiacchierino.

L’uomo e la donna discorrevano di cose indifferenti; celiando spesso e procurando di interessare Webb e Grinfieri ai loro discorsi.

[226]

CAPITOLO XII. Un pensiero a Gar — La donnina Lucy — Dove sono le chiavi

Francis Webb seguitava a bere e a chiacchierare senza posa. Aveva momenti di commozione addirittura infantile e di goffa ammirazione per l’opera sua, che, in quel momento e in quello stato, egli era davvero il più inadatto ad apprezzare seriamente.

Evaristo non mancava di eccitarlo e di concitarlo vedendo ormai la cosa bene avviata pel buon esito.

Ben — il nostro cocchiere N. 13 — era stato avvertito di nuovo all’ultimo momento e, giusta l’intesa, a una certa [227] ora, cominciò a rispondere a chi lo richiedeva del suo servizio:

— Mi rincresce, ma sono occupato.

Egli da cassetto guardava il suo cavallo Gar, e gli ripeteva, accarezzandolo blandamente con la frusta:

— Pensare che fra qualche ora sarai morto e... ti avrò ucciso io stesso.

Mah, le cose del mondo! Chi poteva pensare che dovessero andar così? Che colpa ne ho io?

La fantasia di Ben ora evocava l’imminente dramma che in verità l’accorava nel profondo del cuore.

Ben e Gar si conoscevano da troppi anni per non sentire una simpatia vivissima, un attaccamento, un bisogno di rimanere uniti.

Ah, lo strazio di quel cavallo, in verità, era orrendo e per dispetto non gli voleva uscire dinanzi gli occhi.

Lo vedeva spinto sul ciglione dell’alto scoglioso dirupo, il povero animale, tratto dal peso della carrozza nel vuoto, lo udiva nitrire spaventato, con [228] gli occhi schizzanti, percuotere con le zampe l’aria vertiginosamente e poi... poi dopo un tonfo grandioso e sonoro, lo vedeva sparire nei gorghi profondi delle acque mosse in ampli cerchi sopra di esso!

Non era in quel punto senzazione dolorosa che il malcapitato quadrupede non provasse.

Sul fondo, puntava l’unghia invano per sollevarsi, nel prepotente istinto di conservazione.

Disperati sforzi per riprendere la superficie, ormai scomparsa per sempre!

L’animale, impossibilitato a risalire per la carrozza che lo imprigionava, ormai spossato e vinto, mettendo un gorgoglio nell’acqua soverchiante, si abbandonava sul fondo... per imputridirvi e dissolversi, se i pesci glielo permettessero...

E vedeva dei pesci, tanti, alcuni piccini, altri enormi; questi piombare dall’alto, quelli sguisciare da tergo, e tutti affrettare il dente nel morto Gar...

[229]

— Povero Gar! disse mesto Ben... e lo toccò con la frusta.

Gar, come al solito, rispose nitrendo...

Allora nella lunga fila di carrozze nitrirono un po’ tutti i cavalli...

A Ben parve di sentire un addio, un lamento, un saluto di morte e... diciamolo pure, anche una gran voce d’accusa.

Gli si strinse il cuore e sentì un brivido di freddo.

— Povera bestia! E pensare che fra un’ora morirai! Sono forse più a tempo per salvarti la vita? No certo, avrei dovuto pensarci prima... D’altronde (e qui sorgeva tra lui e il cavallo l’alta e bruna figura di Evaristo e si sentiva addosso i suoi occhi). D’altronde non si ammazzano i topi, i conigli, i passeri, i leoni, le tigri, i colombi, gli agnelli, i buoi... Forse che il cavallo dovrebbe essere una eccezione? E noi altri uomini, non si muore forse anche noi?

Intanto che questo Amleto da strapazzo seguita nelle sue fantasie, ritorniamo ai quattro personaggi che lasciammo alle tavole relative...

[230]

***

— L’amico che aspettavo! — disse a Lucy, Guy Stein.

Si udiva infatti giù nella bottega una voce maschile che chiedeva al padrone se di sopra ci fosse alcuno.

— Eccomi! — disse ancora a voce alta. — Vengo, — E scese per la scaletta di legno tarlato e scricchiolante.

Dopo questo fatto, il contegno di Lucy cominciò a diventare, agli occhi di Francy Webb, più mondano e più provocante.

Il vecchietto abbastanza allegro e spranghettato per le frequenti libazioni, eccezionali davvero e riserbate proprio per quella data, le sorrise e poi cominciò a dirle qualche parola... di quelle che si dicono dai giovani come dai vecchi, ma che vuoi in bocca degli uni, vuoi in bocca degli altri, sono sempre eternamente banali.

Certe frasi, è un fatto, non ebbero [231] spirito che una volta sola, cioè quando furono cacciate a proposito. Lo perdettero allorchè diventando patrimonio di tutti, fecero a tutti dire una cosa che aveva sentito uno solo.

Hanno però sempre un vantaggio, quello d’avviare il discorso.

Evaristo intanto pensava a qual mezzo si sarebbe appigliato Guy Stein; egli dai connotati lo aveva bene riconosciuto per carpire loro le rispettive piccole chiavi e si impensieriva dell’indugio.

— A qual mezzo ricorreranno? Ce ne son tanti. Vediamo se son dei ladri veramente furbi...

Webb offerse alla per lui sconosciuta ma simpatica interlocutrice, che gli si era avvicinata, del liquore ch’essa bevve centellinando.

A un certo punto come per ricambio Lucy levò un astuccio di sigarette e ne offerse ad entrambi che le accesero e fumarono.

Pensò ancora Evaristo:

[232]

— Certo questo deve essere il mezzo. Che gente dabbene, essi escludono ogni violenza, ogni rumore... Noi fra poco saremo addormentati.

Guy Stein non risaliva.

Parlava continuamente come se trattasse di gravi interessi con l’altro, col compare che era venuto a cercar l’amico e l’aveva trovato.

Di sopra invece, il discorso a poco a poco languì, e come per l’effetto dell’obesità e del bere Evaristo e Francis cominciarono a sentire una gran pesantezza di sonno, finchè blandamente si addormentarono.

Fu allora che Lucy, con mirabile destrezza li frugò, staccò dalle rispettive catenelle le chiavi e intascatele discese.

Guy Stein pagò senza fretta ma anche senza indugio il piccolo conto, salutò e partì con la donna e con l’altro compare, un valoroso fabbro meccanico d’altri tempi, diventato così esperto nella sua professione che si decise a mutarla per più rapidi guadagni.

[233]

Ognuno aspira alla fortuna a suo modo.

Il più adesso era fatto. Il meno era aprire la cassa forte ed asportare il cofano di ferro, operazione che voleva essere condotta con la massima celerità, prima che i due si svegliassero e si accorgessero di ciò che loro mancava.

Andò tutto a meraviglia.

La lettera aveva dato indicazioni precise, per le quali tutto era stato possibile nel minor tempo.

***

Ben era al suo posto, cioè al crocevia indicatogli da Evaristo. Attese circa un’ora, poi vide avvicinarsi alla sua volta un uomo, con un gran cappello sugli occhi e un largo pastrano.

— È lui... — disse tra sè il cocchiere, ma non fece un movimento. Stette come impassibile a cassetto.

L’uomo dal largo pastrano gli si [234] avvicinò affrettando il passo, si guardò attorno circospetto, indi sollevata una cassetta nera all’altezza del poggia-piede della vettura domandò:

— Ben?

— Ben — rispose l’altro sottovoce.

Ecco le gioie.

— Benissimo.

— Tu sai ch’io posso rivederti quando voglio... che ti conosco?... E il nostro amico dov’è ora? Quando ci rivedremo? Te lo ha detto?

Queste parole di Stein avevano lo scopo di investigare senza parere, ma Ben volgendo rapida la testa temendo a sua volta e accennando con la frusta a parecchi lontani passanti rispose:

— Viene gente... ritirati... presto... — In così dire toccò il cavallo e partì, lasciando solo Guy Stein che si ritrasse in un angolo sotto un fanale in piena luce.

Quivi, per eludere la polizia, se fosse stata, trasformatosi immediatamente come aveva fatto davanti a Hulda, non appena il gruppo de’ passanti gli [235] fu vicino stese la mano dicendo con voce fioca:

— Fate la carità a un povero cieco.

Nessuno gli badò. Rimasto solo diede un sospiro di soddisfazione e s’incamminò verso il proprio quartiere, dove il vecchio padre lo attendeva, ansioso dell’esito.

***

Si faceva tardi.

L’inconscio padrone della piccola trattoria, che non vedeva ancora discendere i suoi ospiti signori e bizzarri, com’egli diceva, salì sopra alla saletta.

Come li vide così tranquillamente addormentati, affacciatosi alla piccola balaustra di legno disse alla moglie, una vecchina che cadeva dal sonno e aspettava il momento di chiudere:

— L’hanno presa buona, questi signori! Vieni a vedere come dormono.

— È tardi, ripetè senza scomporsi la vecchina, è tardi — svegliali.

[236]

— È fino un peccato interrompere il loro sonno — pensò bonariamente il trattore...

***

In quello stato i due individui assopiti per l’effetto delle sigarette preparate, non solo non soffrivano, ma gustavano ognuno d’essi a suo modo una grande dolcezza in un sogno mirabile.

Come dissero di poi, quando le vicende che narriamo toccarono il loro fine, Evaristo ebbe la visione di una ricchezza straordinaria e di una felicità mai desiderata perchè pensata mai, e venuta a lui, con mezzi nuovi e improvvisi. Ne era stato investito e preso come di soprassalto, rimanendo vinto e beato d’essere vittima.

Un gran cielo d’oro ardeva sul suo capo, e una quantità di persone quasi tutte sconosciute s’inchinavano a lui ammirando.

Hulda non passò con la sua bruna [237] figura, per mezzo a quella luce, ed egli non sentì il bisogno di vederla e di cercarla.

Una nuova potente affezione, con una forza inesplicabile lo soggiogava, schiudendogli un mondo ignoto, una visione di nuove meraviglie, quasi premio alle smodate vedute della sua ambizione di speculatore.

Francis Webb rivide la diletta Mary. Si sentì dalle care braccia stringere, sentì la bella bocca rosea della figliuola posarsi su la sua.

Egli era contento in quello stato, ebbro di paterna felicità.

Quando riaprirono gli occhi, per la cessazione del sonno, non perchè il loro sonno fosse stato interrotto dal padrone che malgrado tutto non vi era riuscito, si posero in cammino per ritornare alle rispettive dimore.

***

Ben intanto s’affrettò verso la casa [238] di Evaristo Grinfieri, dove Tommy attendeva.

Non indugiarono molto a compiere ciò che da chi tutto dirigeva, era convenuto dovesse aver luogo.

Ben consegnò le gioie ed ebbe dal vecchio servo il denaro, l’abito nuovo, e lo scontrino pel viaggio.

Cambiarono poche parole, per quanto si conoscessero già da parecchio.

— Tommy — chiese Ben prima di partire — sento una strana arsione in gola; datemi un calicino di qualche cosa veramente buono.

— Ecco — gli disse dopo qualche momento il servo, ecco del gin di ottima qualità. Non è di quello che si trova da per tutto.

Ben tracannò subito, poi, più per complimento che per aver gustato davvero in quella fretta il liquore, disse con solennità:

— Avete ragione. È dell’ottimo. Vi saluto.

— Arrivederci.

[239]

Ben, salito a cassetto, pensò subito alla seconda e più difficile parte del suo programma: levare di mezzo Gar.

Ebbe quasi scrupolo di toccarlo con la frusta. Scosse le redini ed il cavallo si pose al trotterello consueto.

Dopo una buona ora arrivò in quel tal punto di Le Ferry che così opportunamente era stato designato da Evaristo, nella sera in cui gli aveva parlato di Guy Stein e delle gioie di Hulda da ricuperare, prima di farlo cadere con un tranello in mano della polizia e liberare per sempre da quell’incubo sè e la donna che amava.

Arrivò sul posto proprio al punto in cui l’alta rupe si scoscende sul mare.

Scese: poi con un tremito di commozione non mai provata, cominciò a mutare il vestito.

Pose il vecchio nella vettura, indi preso al morso il cavallo, girò la vettura.

Girò la vettura e si fermò, ora che non mancava più che una spinta indietro a precipitarla insieme con Gar.

[240]

Lo riafferrò la pietà dell’animale, che gli era stato compagno di lavoro per tanti anni, non seppe decidersi al momento fatale di dargli la morte. Si fermò incrociando le braccia, pensoso:

— E se io precipitassi la carrozza lasciando salvo Gar? Non sarebbe l’istesso? Forse che Gar ha la parola? Forse che potrebbe tradirmi? Non è meglio che lo lasci vivo a un altro destino?

In questa idea, lentamente sfibbiò i finimenti e ne liberò il cavallo, che ritrasse in disparte; poscia presa per le stanghe la vettura puntò i piedi e la spinse.

Uno sforzo, due, tre, ed il numero tredici, varcato l’orlo del precipizio con le ruote posteriori, abbandonato a sè stesso, precipitando con gran fragore, finì per dare un tonfo nelle acque, le quali rumoreggianti si rinchiusero per sempre sopra di esso.

Seguì un silenzio completo e l’oscurità diede come un senso di sgomento nuovo a Ben.

[241]

— Crepi la vettura! — disse il cocchiere — ma il povero Gar è salvo.

Si accostò all’animale, lo guardò, gli fece ancora una carezza, poi quasi strappandosi ad esso ripetè due volte ancora;

— Addio! Addio!

Prese la via a passi concitati, allontanandosi pel cammino più breve onde varcare il tratto di mare, guadagnare la riva opposta e internarsi con più calma verso il Canadà.

Si fermò solo un istante quando udì per l’ampia oscurità nitrire Gar che pareva chiamarlo.

— Che cosa vuoi da me dopo tutto? Non ti ho io salvata la vita? — E concitato e a passi celeri proseguì il suo cammino.

Gar insolitamente libero vagò tutta la notte finchè seguendo l’istinto si pose su una delle grandi linee che conducevano alla piazza dove per solito stava fermato con la vettura e sotto la guida di Ben.

[242]

I rari passanti e i pochi vetturali di quell’ora non senza meraviglia videro un cavallo sciolto abbandonato a sè stesso e non sapendosi spiegare la cosa, si domandavano l’un l’altro:

— Che diamine può essere avvenuto?

Qualcuno credeva riconoscere la bestia, qualcuno metteva in dubbio le asserzioni udite.

Una pattuglia di polizia, per misura di buon ordine, e per supposizione di qualche fatto anormale... arrestò Gar, e lo rinchiuse in una stalla, dove finalmente, dopo una giornata come quella, dopo il pericolo corso di morire trovò biada e riposo...

[243]

CAPITOLO XIII. La prima sorpresa. — Davanti alla cassa-forte — Ciò che fa la polizia

A un certo punto della via che percorrevano a piedi, e quando avrebbero dovuto dividersi, Grinfieri s’arrestò e disse come sotto l’impressione d’una sorpresa gravissima:

— È strano quel che mi accade!

— Che è?

— Mi manca la chiave della cassa, non l’ho più alla mia catenella. Questa è nuova davvero!

Com’era naturale, Francis Webb cercò la sua e non la trovò.

— Come? Anche a me, manca la chiave...

[244]

— Anche a lei?

— Ma sicuro — rispose l’altro con un tremito fitto per tutte le membra. Ah, corpo del demonio, siamo stati derubati...

— Derubati?...

— Ma sicuro...

— Io non mi raccapezzo...

— Sai tu quella donna?

— Quale?

— Quella che ci offerse le sigarette?

— Ebbene?

— Ebbene è stata lei... certo.

— Vuol dir proprio?...

— Ma lo giurerei! Chi sa che birba essa era mai. Ha profittato del nostro stato... Noi abbiamo un po’ bevuto... Ci siamo addormentati, non c’era nessuno... quindi...

— Comincio a credere anch’io che sia stato così.

— Non può essere diversamente. Noi portiamo sempre le chiavi addosso... Vogliamo tornare indietro?

— No! No! sarebbe tempo sciupato. [245] Andiamo subito allo studio a verificare la cassa... Ah, proprio questa mi ci voleva. Oggi, oggi nel giorno che festeggio! Ma che strana predestinazione sia mai? Andiamo, corriamo, Evaristo. Altro che dormire. Bisogna stare in guardia, chiamar gente, vegliare tutta la notte per prevenire l’opera dei ladri... se saremo ancora in tempo.

— Se saremo ancora in tempo — aggiunse macchinalmente Evaristo, che faceva con grande abilità, con mirabile disinvoltura la sua parte. — Andiamo.

Il lettore conosce già la dolorosa sorpresa che li aspettava, o per dir meglio che aspettava Francis Webb che diede in urlo disperato:

— La cassetta con duecentomila dollari! — e si portò disperatamente le mani nei capelli.

— Pur troppo! — gemette Evaristo. — Il milione che avevo preparato per gli sborsi da mandare in Italia e in Francia! Sono cose da impazzire.

— Ed ora? chiese Webb.

[246]

— Ora, calma e coraggio. Domani porremo la giustizia sulle traccie dei colpevoli. Cominceremo col denunziare il trattore che a sua volta denunzierà gli avventori che furono contemporaneamente a noi nel suo esercizio...

Sopratutto calma. Ci dia coraggio il pensiero che, anche con un milione di meno, siamo ancora capaci di dettar legge sui principali mercati, su tutte le imprese, su tutte le combinazioni di commercio...

— Tu te la cavi subito, ti consoli con le parole...

— No, signor Webb, ci rimane ancor tanto che il perduto è ben poca cosa, se sarà realmente perduto. Abbiamo ancora tanto margine per consolarci coi fatti. Non siamo sempre noi? Non siam sempre quelli d’un tempo?

— Speriamo — ripetè flebilmente Webb — speriamo.

***

Al giorno, seguente quella agitatissima [247] notte, il fatto si sparse per tutta New-York, variamente commentato dai giornali.

La polizia, secondo le deposizioni di Webb, investigò presso Brendly, ma a nulla approdò.

Brendly era perfettamente ignaro. Costatava soltanto di aver trovato i due signori addormentati. Degli altri due e della dama, di Lucy, non sapeva dare notizie, giacchè poteva giurare che non erano frequentatori abituali e perciò non li conosceva. La sua lunga vita poi specchiatissima contribuiva a salvarlo da qualunque accusa di complicità.

La polizia si mostrò paga in apparenza, ma seguitò a tenerlo di mira per coglierlo alla sprovvista, il che non ebbe luogo per quanta fosse la attenzione nelle ricerche.

Restavano ora a far nuove congetture sul cavallo abbandonato che si riconobbe poi subito per quello di Ben, cocchiere del numero 13, e tutte le opinioni furono concordi finalmente, dopo [248] sottilissimi esami di parecchie circostanze.

Sicuro, chi aveva fatto il colpo e ne giustificava l’accusa la sua scomparsa, doveva esser lui. O comunque doveva essere, se non autore, complice e magari vittima.

Accadono tante cose al mondo; ma dov’era Ben, dove scovarlo?

La polizia, come tutte le polizie del globo, seguitava a... indagare; tanto più che aveva in mano un filo: la scomparsa della vettura numero 13, non trovata nella rimessa, e più importante ancora, la fuga di Ben.

Si parlava di fuga con tutta certezza. Nessun dubbio ormai. Ben era il ladro, o per lo meno colui che poteva accusare tutti quelli che avevano preso parte al furto.

Anche qui, ricerche attivissime, ma Ben era introvabile, cioè... salvo.

***

Stando le cose a questo modo il [249] compito di Evaristo Grinfieri, consisteva nel consolare Webb, nel fargli coraggio e nell’esortarlo ad avere fiducia nelle famose indagini per le quali sarebbero ricuperati i valori e puniti i colpevoli.

Mentre attendeva a questo, attendeva pure con la massima alacrità ora che possedeva i mezzi a organizzare l’impianto per gli uffici che avrebbe dovuto avere ricchi e grandiosi, la nuova linea dell’Est, sotto la direzione dell’avvocato Fasperal, divenuto ormai una specie di genio che tutti ammiravano, sia per la condotta del giornale, sia successivamente per l’impianto della azienda colossale.

Il pubblico male informato come sempre, sempre allo scuro, cominciava a formare intorno a Gasperal una specie di leggenda commerciale di cui l’astutissimo Evaristo Grinfieri si godeva un mondo e di cui, giovandosi della propria autorità, caricava spesso, come suol dirsi, le tinte.

Gasperal era diventato l’uomo fenomeno [250] che teneva a memoria migliaia di cifre, che aveva amici in tutto il mondo, che parlava dodici lingue, che aveva difeso gli imputati più celebri, e che senza darsene l’aria, senza strombazzamenti, aveva uno zampino nella politica europea per la fiducia che ponevano nel suo consiglio, l’Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, ecc.

Comunque, il fatto importante è questo, che la linea dell’Est — quel sogno della linea dell’Est — s’avviava a gran passi verso la più formidabile realtà.

Le azioni fiorivano. Il palazzo affittato per gli uffici aveva preso l’aspetto d’una banca grandiosa animata da un pellegrinaggio ininterrotto.

Erano stati assunti due sotto direttori, uno tecnico e uno amministrativo; trentacinque impiegati, giovani ed alacri.

Erano stati adottati sistemi recenti per celerità e precisione.

Dieci servi portavano scritto in oro sul berretto Linea dell’Est.

[251]

Il grosso Isaele Wood era rimasto come istupidito.

Le cinquecento miserabili copie del giornale si quotavano a prezzi relativamente favolosi, la ricerca ne era insistente, continua, e pur troppo tutti trovavano la tiratura manchevole alla vastità della importanza, eccessivamente manchevole, tantochè tentando una nuova speculazione, cioè su quella innestandone un’altra, un ricco editore di New-York aveva chiesto a Gasperal di poter riprodurre a distanza di tre giorni ogni numero offrendo centomila dollari annui in compenso e sottoscrivendo per quel numero di azioni che in base allo statuto avrebbe richiesto.

— Denari? — rispondeva Gasperal indettato da Evaristo — ma se ne abbiamo già troppi! La bontà dell’impresa è la più alta e proficua sua réclame. Io sono assediato e stanco. Le casse rigurgitano. La contabilità si complica... Date tempo... date tempo, lasciate che comincino i lavori. Se ci occorreranno denari, [252] li domanderemo. Forse che ora non li abbiamo chiesti?

***

Hulda, dopo tutto ciò che era avvenuto, raggruppando le idee a modo proprio e nulla sapendo dell’intimo pensiero di Evaristo, rimaneva spesso in dubbio circa la maniera di comportarsi con lui.

Ella che aveva aspettato ingenuamente l’arresto di Guy Stein, con lo stratagemma escogitato da Evaristo, ora pensava:

— Non solo, non è riuscito, ma ha perduto il milione! È strano, è tremendo! Dei due ha vinto ancora Guy Stein.

E lo rivedeva l’uomo terribile, con le pupille arrovesciate, e la bocca sdentata, e paurosa ancora ne ascoltava, come di lui supremo sarcasmo, le pietose parole:

— Fate la carità a un povero cieco.

[253]

CAPITOLO XIV. Le idee di Mary — Nuove pagine d’amore — Contrasto in famiglia

Qualche tempo dopo gli avvenimenti narrati, e quando già Francis Webb si rassegnava ormai a non rivedere più i duecentomila dollari che con tanta finezza gli erano stati rubati, qualche tempo dopo, finito il viaggio e gli studi, tornò definitivamente in famiglia Mary. Webb abbisognava davvero in quel punto della consolazione di riabbracciare la figliuola diletta, della quale oramai non si distaccherebbe più.

Da un pezzo si sentiva troppo solo, da un pezzo non gustava il piacere di [254] una così cara intimità quale poteva dargli Mary.

E la fanciulla era davvero amabilissima. Il sorriso più squisitamente buono fioriva sulle sue labbra e quella vera bontà, che conquista e ammalia, era tra le bellissime prerogative di lei.

Ora tutta entusiasta del suo viaggio aveva un mondo di cose da narrare al babbo che l’ascoltava rapito, che se la stringeva al petto con nuova intensa effusione.

In Mary egli vedeva rivivere la cara sposa perduta; in Mary presentiva lontanamente, vagamente, il piacere e l’orgoglio di sentirsi presto un uomo felice.

Egli aveva in testa abbozzato, se non concretato ancora, un progetto di matrimonio nel quale si concentrava ogni sua idealità: ma pur troppo, come vedremo in seguito, Mary non divideva le idee del padre, per quanto gli fosse una figliuola singolarmente affezionata.

[255]

***

Evaristo Grinfieri aveva in passato veduta poche volte la fanciulla e proprio quando, giovanetta ancora, non s’era in lei delineata per anco quella personalità forte e compiuta che può ispirare una seria passione.

Le molte cure dell’azienda, che per tanta parte poggiava su di lui, e l’attaccamento allora sincero per Hulda, avevano pure contribuito a non lasciargli fissare mai troppo il suo pensiero su Mary.

Ora rivedendola spesso cominciava a sentire un vago bisogno di vederla sempre, di parlarle, di gustare tutto il fascino innocente che emanava da quella creatura così bella e tanto buona.

Mary, perfettamente ignara de’ di lui precedenti, cominciò a trovarlo d’una simpatia irresistibile, cominciò a pensare che in Evaristo si concretava il tipo che qualche volta le era balenato [256] alla mente ne’ suoi sogni di fanciulla sana e forte che aspira con sincerità al bacio dell’amore.

Francis Webb non si dava pensiero dell’intimità ognor crescente fra sua figlia ed Evaristo. Egli aveva la convinzione che fosse nulla più di una vera confidenziale amicizia e che il giovane sarebbe davvero ben lungi dal voler in Mary una sposa.

Per la sua Mary ci voleva ben altro di quell’uomo, che egli aveva da giovinetto educato al commercio e alla lotta delle speculazioni. La sua mente vedeva un partitone ben diverso, vagheggiava uno di quei connubi d’alta linea nobiliare che sono il desiderio e la spina di molti americani di recente ricchezza.

Non solo, ma nella sua bonarietà nutriva la certezza, avrebbe giurato, che la figliuola non penserebbe dissimilmente dal babbo.

Come si ingannava, e come di giorno in giorno, i due giovani si amavano sempre più!

[257]

Evaristo, che prima di allora non s’era mai sentito soggiogato da un affetto vero ed intenso, ora provava nell’anima una nuova voluttà. Il suo spirito si sentiva attratto con tanta violenza verso il nuovo ideale, che man mano quell’amore diventava per lui un martirio.

Il vero, il potente amore, quello che non si può nascondere è proprio così, ed ormai quello che egli provava rispecchiava l’altro elevato, intenso di Mary.

Quante dame aveva già conosciuto Evaristo! ma quale di esse si era fatta amare con tanta passione, e fatta amare per la sua casta bellezza, pel sorriso angelico, per la virtù, pel riserbo mirabile?

Ah, nessuna, nessuna come Mary! in entrambi era quello un primo amore, con tutta la sua veemenza, con tutti i suoi spasimi, con tutte le lusinghe crudeli, con tutte le grandi fedi inalterabili.

Mary doveva essere sua, doveva diventare la madre de’ suoi figli. Bisognava [258] perciò decidersi una buona volta e farla finita per sempre, con quella precedente vita di scapolo, passata mutando amore sempre e non amando mai.

La figura di Hulda ora impallidiva. Hulda per lui non aveva che le risorse di una mondana e l’attaccamento suo non era che l’effetto del pane e forse di una certa gratitudine.

Non si poteva amarla davvero, non si poteva a lungo andare viverle dappresso, consacrarsi a lei, tutto a lei che era stata di altri.

Ma questo pensiero gli dava uno sgomento così forte, quale egli non avrebbe mai sospettato che potesse avvenire, sentiva che Hulda era un ostacolo, che troncare la relazione con l’amante sarebbe stata una prova difficilissima.

Era tra due fuochi.

Intanto seguitava ad amare con crescente ardore la candida Mary.

Hulda, che pur continuava a visitare, più d’una volta gli aveva fatto notare la di lui freddezza.

[259]

Egli rispondeva continuamente:

— Troppe preoccupazioni, troppi affari, troppe cose per la testa!

Quando, lasciata Hulda, ritornava a Mary, la sua fronte si rasserenava. Gli pareva di trovare l’oasi della sua anima. Senonchè baciandola lo assaliva quasi direi un rimorso. Gli pareva di contaminarla perchè la sua bocca si era posata poco prima su quella di Hulda.

L’amore dà di queste così squisite delicatezze, e le dà più specialmente a certi individui che, scettici e spesso elegantemente brutali, si diedero in braccio liberissimi a ogni senso di voluttà.

A questo punto delle cose, o diciam meglio della intimità, fra Mary ed Evaristo, Francis Webb non aveva ancora nulla veduto, ancor nulla notato.

Che diamine? La buona Mary amerebbe e si lascerebbe amare, senza il suo permesso? Una figliuola così affettuosa, così obbediente?

[260]

***

Non basta, quello che già fu detto a riguardo di Evaristo, pur troppo non è tutto. Una nuova spina veniva ora a fare strazio di lui. Di fronte alla sincerità del suo amore, si ergeva lo spettro del rimorso.

Con che coraggio poteva egli chiedere la mano di quella fanciulla al cui padre aveva rubato?

Questo fu a poco a poco il terrore che si ingigantì nel suo animo, questo fu il nuovo tormento insieme con l’altro, cui cominciava ad avvezzarsi, di Hulda.

Hulda, molto probabilmente, e ben preparata da Bess, si sarebbe per denaro lasciata abbandonare.

Quelle donne in fondo in fondo sono un po’ tutte così.

In loro la questione saliente non può essere che la finanziaria. Esse non amano, non devono amare.

[261]

Quando hanno rappresentata la loro commedia basta. Noi non domandiamo, ed esse non possono e non devono dare di più.

Con questi pensieri si andava confortando, ma assai scarsamente, Evaristo, che più spesso, dopo tante considerazioni si sentiva attorcigliato da dubbi crudeli, da presentimenti angosciosi.

Frattanto erano corsi parecchi mesi e s’iniziavano i lavori per la linea dell’Est.

L’ardimentoso concetto di Evaristo non poteva proprio concentrarsi in modo migliore. Egli non poteva desiderare che più efficacemente la pratica assecondasse la visione della sua intelligenza.

Un giorno che Mary ed Evaristo erano in giardino quella chiese dolcemente al giovane:

— Che hai che ti turba?

— Nulla dolcezza mai.

— Eppure... mi sembra che da qualche giorno tu non sia più quello di prima.

[262]

— Mary... sai pure che noi uomini abbiamo tante preoccupazioni...

— Ma adesso per te, come è per me, l’amore dovrebbe essere tutto ed assorbirti interamente.

— Dubiti forse?

— Ed allora quando darai la lieta novella a mio padre?

Egli che ti vuol tanto bene, che ti stima tanto, ne sarà veramente felice.

Evaristo rimase muto e pensoso, sotto lo sguardo innocentemente indagatore di Mary, della buona fanciulla, che non sapeva quante cose gravassero in quel punto sull’anima dell’uomo, che ella amava con tanto impeto giovane, con tanta tenerezza.

— Parlerai dunque a mio padre?

— Domani, senz’altro.

Evaristo, preso alle strette, non smentiva mai il proprio carattere dell’uomo che, visto il nuocere irreparabile dell’indugio, si precipita, forte del suo coraggio, confidente nella sua arte, alle sorti improvvise del nuovo destino.

[263]

Il domani, quando furono soli, Evaristo, dopo ch’ebbe ascoltato per la centesima volta le recriminazioni di Webb sull’insufficienza della polizia, e la sua incapacità a trovare i ladri dei suoi dollari, colto il momento opportuno di tregua, gli disse:

— Ho bisogno di parlare per un motivo molto importante, un motivo che son certo, non le dispiacerà.

— Hai forse dei sospetti? Sai forse per la tua furberia dove mettere le mani?

— Non si tratta di questo, ma di una altra cosa, migliore assai o più importante.

— Più importante dei miei duecentomila dollari?

— Ma sicuro...

— Mi pare impossibile. Di che vuoi tu parlarmi?

— Del mio matrimonio. Sento ormai di non poter più rimaner solo.

— E come c’entro io nel tuo matrimonio?

— Come c’entra? Ma è parte principalissima.

[264]

— Io?! Tu sbagli...

— Non sbaglio no.

— Dunque, io entro nel tuo matrimonio.

— Sicuro... come suocero.

— Come suocero?! Ma allora tu vuoi sposare mia figlia?

— Precisamente...

— Vedo che la sigaretta di quella sera ti ha proprio dato alla testa... e molto più di me...

— Signor Francis Webb, queste non sono cose da trattarsi in burletta.

— Ma tu dici sul serio? Tu Evaristo vorresti sposare la mia Mary?

— E perchè no?

— Perchè è una cosa impossibile. Ma ti pare, figliuolo? Tu credi che io voglia dare mia figlia al primo venuto?

— Veramente io non sono il primo venuto.

— E chi sei allora tu?

— Sono la giovane intelligenza, che vi ha aiutato a fare la vostra attuale fortuna.

[265]

— Tu hai fatto il tuo dovere e ne sei stato ricompensato. Ed io non credo che tra i miei obblighi ci abbia ad essere quello di darti mia figlia. Ti voglio bene e ti amo sinceramente, perciò sinceramente ti parlo. Io non credevo che le cose arrivassero a questo punto. Certo, tu hai scaldato la testa a quella innocente figliuola che io ho avuto il torto di lasciare troppo discorrere con te.

— Signor Francis Webb, i motivi della vostra disapprovazione?...

— I motivi? Dovresti saperli da per te. Esamina il tuo passato, pensa che quel poco che sei è merito mio...

— E non mio?

— ... è merito mio, ripeto, e non mi sembra che si dia il diritto di fare a me simili domande di matrimonio.

— Signor Francis Webb, io ho fatto questa domanda col più necessario dei consensi, quello di sua figlia. Lei non vuole? Io dirò il suo no a Mary, e a Mary, a null’altri che a lei, toccherà la ultima decisione...

[266]

— Ma questo si chiama parlar da padroni! — scattò Francis Webb.

— Sicuro — rispose pacatamente Evaristo — da padroni del cuor di Mary. Io sono pronto a obbedirvi, a rimanermene col mio amore e col mio desiderio, bisognerà vedere se sarà pronta ad obbedirvi Mary.

— Mary è mia figlia! gridò Francis Webb, — Mary è mia figlia, essa farà ciò che vuole suo padre; ha abbastanza giudizio Mary.

— Sì, abbastanza giudizio; ed è perciò che non dispero di vederla presto mia moglie.

— Tua moglie? Ma tu spingi la tua... sicurezza fino a questo punto? Ma questo non è più coraggio, è temerità.

Mia figlia, lo ripeto, farà la volontà di suo padre. E basta.

— Basta per ora. Avete ragione. Abbiamo parlato troppo per concluder nulla.

— In verità, Evaristo, io non ti riconosco più. Eri tanto buono, tanto [267] esperto, eri la perla del commerciante, e adesso, tutto d’un tratto mi perdi la testa... ed esci con delle idee di matrimonio. Via, via, fa giudizio! Ti mancano i divertimenti?

Sta a vedere che un giovanotto ha proprio bisogno di moglie!

— Lei mi incita a perderle il rispetto. Io invece glielo conservo. Sicuro, io penso che Francis Webb deve diventare mio suocero, ecco perchè ammutolisco.

— Questo si chiama aggiungere l’ironia, la beffa.

— No, si chiama seguitare a dire con coraggio la verità.

L’audacia del giovane meravigliava a un punto e indispettiva il vecchio, che non poteva assolutamente acchetarsi nel pensiero che un uomo allevato da lui, che un uomo di poveri natali, per quanto abile, potesse aspirare alla mano di sua figlia. Non era quello il suo sogno e solo il suo sogno doveva realizzarsi. Perbacco! Egli non era padre per nulla.

[268]

Stette di malumore tutta la giornata, sempre attanagliato dal pensiero di prendere una risoluzione energica, ma bene inteso dopo aver avvertito la figlia di mutar pensiero, e, facendole, se occorreva, una paternale per giunta.

***

Mary notò che a pranzo il padre non era del solito umore e sagace come non mancano mai di essere anche le fanciulle in apparenza più ingenue, visto che il babbo taceva, perchè forse non trovava le parole per cominciare ottenebrato dalla recente bile, risolse di rompere il ghiaccio.

Evaristo l’aveva preparata e incoraggiata narrandole con parole veementi la nuova e singolare tirannide paterna, e togliendo argomento dal rifiuto per iscusare l’indugio.

— Io lo sapeva, io lo presentivo che avrebbe detto di no. Quell’uomo, perdonami se parlo così di tuo padre, [269] non arriva ad afferrare certe finezze. Ora non rimane altra risorsa che quella dell’opera tua. Ora fa tu, mia buona, mia amata Mary. Io penso che per l’amore che egli ti porta, tu certamente riuscirai... Se poi, come non credo, dovesse essere altrimenti, allora prenderemo consiglio dal dolore nostro e dal nostro amore.

Mary levò gli occhi in viso al padre con una grande e naturale espressione di tenerezza, sorrise pur conservando nel volto un senso di mestizia rispecchiata dall’anima, e poi chiese tutta semplice e candida:

— Che hai, babbo? Mi sembri mesto e preoccupato.

— Finalmente! parve dire fra sè Francis Webb — finalmente! Sicuro che son mesto, sicuro che sono preoccupato. Quando c’è della gente che mi fa certe domande, io non so davvero più in che mondo mi sia. A tutto si pensa, ma a certe cose mai, non si pensa mai che possano accadere. Eppure, capisci, accadono...

[270]

— Babbo, parlami chiaro... Io così non intendo bene ciò che tu voglia dire; spiegati, su.

— Mi spiegherò; ma bada, bada di non darmi torto veh, perchè ho tutte le ragioni possibili e immaginabili. Tu sei mia figlia, possiedi quel che possiedi, sudori miei, stenti miei, e io non intendo per nulla che un individuo qualunque, aspiri all’onore della tua mano.

— Babbo io sinceramente non capisco ancora.

— Tu fingi, tu sai già quello che io voglio dire.

— Posso bene averne idea; ma è d’uopo che tu parli ben chiaro. In certe cose, inutili gli ambagi...

— Ah! inutili gli ambagi?

— Ah, tu voi proprio che io parli chiaro?

— Sì.

— Ebbene, il signor Evaristo Grinfieri, tu non lo sposerai nè oggi, nè mai.

— Papà mio, quel mai è superfluo. Io amo troppo Evaristo.

[271]

— Ma che troppo! Che troppo, se sono appena pochi mesi che vi conoscete. Come si fa ad amare così? E poi se io vi avevo, fidandomi di voi, data un po’ di libertà, non era certamente perchè mi tradiste facendo l’amore. Queste, la mia cara Mary sono cose indegne di te, e con l’educazione che hai avuto, io non me le aspettavo davvero.

— Papà, tu sai quanto bene io ti voglio.

— Oh, lo vedo, lo vedo...

— No, non giudicare così. Sei buono. Tu sai che ti voglio bene e che ti rispetto: ora se io insisto nel chiedere che tu mi lasci sposare Evaristo, gli è che il mio amore è ormai così forte, che io non mi sento più di resistergli......

— Ma non capisci, povera bimba ingenua, che tu puoi esser moglie di un altro uomo?

— Migliore di Evaristo?

— Ma sicuro!

— E chi?

— Un uomo molto ricco, immensamente [272] ricco. Un nobile di Europa...... Insomma, un qualche cosa di grande, non un uomo del commercio, un uomo come non ce ne sono tanti altri.

— Papà, io penso che tu non sia su la buona strada. Io penso che la tua scelta non sia illuminata.

— Ma che cosa vuoi sapere tu, di matrimonii e di partiti?

— Che cosa ne voglio sapere io? Ma non sono io, la persona più interessata?

— Ma se tu non lo conosci, bambina mia, l’interessante.

— Non ci intendiamo.

— Eppure finiremo, ragionando, per intenderci.

— Sicuro, e fare a mio modo.

— Cioè, fare a modo mio.

— Papà, certe risoluzioni, non vogliono tanti indugi. Prima che noi ci alziamo da tavola bisogna aver deciso. Mi duole tenere questo così risentito linguaggio, ma io amo, io amo con tutta l’anima mia Evaristo, e quello voglio, quello intendo di sposare.

[273]

Francis Webb, guardava meravigliato la figlia. Mai l’aveva trovata così calma, così energica, così risoluta. Dunque amava Evaristo proprio in modo da non poterla rimuovere?

Dopo una pausa più o meno lunga e abbastanza angosciosa per Francis Webb, Mary chiese bellamente, cercando col sorriso di attenuare l’acerbità della frase:

— Dunque l’uomo che ti ha aiutato a fare la tua fortuna è indegno di sposare tua figlia? E a chi vorresti affidarla meglio di lui che tu conosci da tanto tempo e sai quanta serietà sia nei suoi propositi e quanta assennatezza in tutta la sua condotta?

— Tu ora mi vieni facendo una quantità di chiacchere. Ciò che è stato è stato. Chi lavorò ebbe la sua parte. E come l’ebbe! Se poi ciò non basta e dobbiamo ancora a chi ha fatto il proprio dovere, dare ciò che abbiamo di più prezioso e di più caro, cioè le figliuole, [274] allora, allora io non mi so più che dire...

— Papà, non insistere. Sarebbe perfettamente inutile.

— Perbacco! Ma io non ti credevo capace davvero di questa risolutezza. Io mi domando se proprio tu sia mia figlia.

Mary, lo guardò seria, senza rispondere, ma quasi ringraziandolo con lo sguardo dolcissimo dacchè aveva cominciato a capire che davanti alla sua imperturbata costanza, il padre stava per cedere.

Avviene purtroppo così in certi caratteri.

Mentre sembra che vogliano ad ogni costo insistere nelle proprie idee, basta poi che una persona le pigli con dolcezza energica di fronte, cedono e si persuadono di aver torto.

Il pranzo continuò per altro in silenzio. A Webb sembrava troppo presto ad ogni modo darsi per vinto, come a Mary sembrava un po’ indelicato, [275] mancante anche di buon tratto far capire al padre che era già in un certo modo sicura della vittoria.

Fu in sulle frutta che Webb si sentì pietosamente gli occhi addosso della cara fanciulla, quegli occhi i quali ad una grande bellezza univano una espressione meravigliosa di bontà.

— Dunque — disse uscendo dal primo riserbo Webb — dunque noi dobbiamo venire ad una conclusione?

— È quello che volevo dirti, babbo mio amatissimo.

— Ebbene, io ho pensato...

— Tu hai pensato? Su dillo, presto babbo, non farmi sospirare più a lungo — tu hai pensato?

— Di accontentarti. Sì di accontentarti nel tuo desiderio. Io non ho che te al mondo. E tu devi meco essere felice fino all’ultimo momento.

Mary diede un gran sospiro di sollievo. Si tolse dalla sua sedia, si fece a fianco del babbo ed amorosamente gli pose le braccia al collo.

[276]

— Tu sei una biricchina...

— Perchè babbo?

— Perchè vuoi fare a tuo modo.

— E che, forse non ho fatto bene?

— Ecco... se torniamo sull’argomento, è un affar serio.

Mary lo capì subito e volle, se non tacere, deviare il discorso, ma allora il padre insistette.

Pur troppo sono queste le fluttuazioni attraverso le quali passano i nostri sentimenti, le nostre idee, prima che la realtà vagheggiata ci sorrida.

Fra il padre e la figlia, vi fu di nuovo un istante glaciale, non privo di un secreto sgomento per entrambi.

— No, fece allora coraggiosamente Mary, no, non torniamo su quel che già si è detto. Grazie, babbo, per la tua decisione che mi darà gratitudine per tutta la vita. Io ti ringrazio a nome mio e a nome di Evaristo, e per tutti e due, prendi questo bacio....

— Veramente, veramente... ah, Mary! Mary!

[277]

— Padre mio!

— Nulla! Nulla! Ciò che è stato è stato. Svanisca pure il mio sogno. Tu vuoi che Evaristo diventi tuo marito? Ebbene, quando lo vedi, non appena lo vedi, puoi dirgli liberamente a mio nome che egli sarà mio genero.

E qui al pensiero del genero Webb riandò al sè al dialogo avuto con Evaristo, alla sua meraviglia ed alla cosa che da principio presa in burletta, si risolveva ora tanto seriamente e così presto.

[278]

CAPITOLO XV. Le conseguenze di quanto sopra — Evaristo alle durissime prove — Ciò che almanaccò Guy Stein

Pensi il lettore con che ansia intensa e tenerissima, la buona, la cara Mary, aspettasse di rivedere Evaristo.

Corrergli incontro, stringergli la mano, stringergliela forte forte e dirgli: — Sai, il babbo è contento, è contento! — doveva essere per lei, un momento di felicità vera e di orgoglio purissimo.

— Ma quando torna — pensava vedendolo tardare — ma che fa, il mio Evaristo che non viene? Come si soffre ad essere privi — anche per poco — della persona che si ama.

[279]

L’anima pur nella sicurezza dell’amore ricambiato, si sente povera e sola e sconsolata. Le manca la vita e la sua luce.

È come il diamante che più splende, più è saettato dal sole.

A Mary importava sopratutto, per sua gentile alterezza, mostrare come ella fosse riescita a vincere il padre, abbattendone i pregiudizi. Importava mostrargli, come avesse subitamente riportata la vittoria che in mano a lui soltanto non avrebbe arriso al loro amore.

Era un gentile, e soavissimo titolo di merito che essa buona intimamente e cara, voleva produrre agli occhi di Evaristo, perchè egli comprendesse non foss’altro una cosa sola: quanto la sua diletta Mary, ne dividesse le idee e secolui arditamente, nella soave umiltà, trionfasse d’ogni pregiudizio d’ogni umano rispetto.

[280]

***

Evaristo era, mentre ella pensava così, presso di Hulda, recatovisi con l’idea, se non di troncare per allora risolutamente la relazione, per prepararne con garbo il distacco.

Quella passione della giovine mondana, lo sgomentava più che non si fosse figurato dapprima, e quando gli pareva in certi istanti di leggere chiaro nel carattere di lei, si ritraeva atterrito, come chi abbia inavvertitamente sporto il capo su di un abisso.

Come desiderava adesso che Hulda non lo avesse amato mai, mai... Come invece, troppo spesso, si avvedeva che nel cuore della povera traviata un soffio di affetto sincero passava per lui, anche a traverso a tante delusioni, a tante amarezze a tanto perfido scetticismo che sinistramente, come una tenda funerea le illuminava intorno la via della perdizione.

[281]

Il discorso fu da principio freddo fra i due. Avevano l’aria di persone in cui pare essere entrato il sospetto, e nasca il bisogno di studiarsi a vicenda, di essere guardinghi e attentissimi nelle frasi, di uscire in accenni, di parare in tempo, di fingere i colpi.

— È ancora troppo presto — pensava fra sè Evaristo. — Par che vi sia un principio di accenno alla freddezza, al distacco, ma non precipitiamo.

Le loro parole si aggirarono in ultimo sopra le solite cose, sopra le solite inezie che non concludono e non compromettono dando modo alle parti di temporeggiare.

Ad un certo punto Hulda, come balzando d’uno in altro pensiero, disse con uno scarto quasi infantile, che sarebbe parso in lei prima impossibile:

— Vuoi vedere il mio nuovo abito? È veramente bello! La sarta questa volta, bisogna dirlo, ha superato sè stessa.

Chiamò Bess:

— Portami l’abito rosa, il nuovo.

[282]

Bess uscì frettolosamente e tornò indi a poco portando a braccio sollevato il vestito, seta cascante, bellissimo.

— Va’ pure — disse alla cameriera.

Bess, avrebbe capito benissimo di uscire, senza quel comando, dato con dolce parola e con lunghissimo sguardo.

Quando era sola Hulda aveva bisogno della cameriera, quando c’era lui, bastava sempre da sè a tutto.

— Guarda, giudica te stesso — fece Hulda e cominciò lentamente a spogliarsi con una grazia soave e una squisitezza procace, che turbarono intimamente Evaristo, per allora inteso a ben altri pensieri che a quelli del senso.

Ma questi purtroppo, lo richiamò Hulda così fine, così armata di sottili astuzie da riuscir sempre più stuzzicante, più nuova, più innamoratrice di volta in volta, cosicchè il volubile amore s’andava raffermando e nobilitando in lei che a traverso del senso, per poco forse, ma per certo insinuava l’affetto.

Come fu in sottanina e in busto, [283] indugiò con molle grazia fascinatrice a porsi l’abito di seta. Così a braccia nude e scoperta al sommo del petto ampio, ricolmo, eretto sul busto rotondo e ondulante sui fianchi disegnati da curve nobilissime, abbracciò Evaristo che sedeva sur un piccolo divano.

Il busto ancora freschissimo e turgido di Hulda sfiorava il volto di Evaristo, perchè la maliosa ve lo attirava con la candidissima mano, così piccola, ma così potente alla carezza.

Un profumo tepido di carne giovane scaldata al sole della passione, saliva al cervello di Evaristo svegliando ancora in lui desiderî ch’egli avrebbe voluto sopiti per sempre, attirandolo ancora verso la dolcezza del bacio amoroso.

— Sii buona, Hulda.

— Più buona di così? Come non potrei essere buona con te, io che sono tutta tua? Sei tu, Evaristo, che colmi tutto il mio cuore, sei tu che disseti tutta l’anima mia spasimante.

— Via, Hulda, ora ti stai ripetendo....

[284]

— Se mi ripeto, dicendo che ti amo, gli è perchè t’amo sempre. Tu vedi...

— Io?...

— Perdonami sai, ma non mi sembri, no, più quello di prima. Io non sono più il tuo pensiero, il tuo odio, il tuo amore.... Io, vorrei ingannarmi, ma sto diventando per te, un’ombra di amore, un’infelice creatura, che passa, desolata, nella piena del suo affetto.

— Ma Hulda...

— Sono dei timori che mi prendono, che mi agitano, che non mi lasciano stare da qualche giorno, ma timori, mi parvero amor mio; chè se io sospettassi menomamente che da parte tua un abbandono potesse diventare possibile, io perchè ti ho amato, ti darei una lezione che non dimenticheresti mai più... Vorrei che tu abbandonassi una morta...

— Ma tu, dici cose che non hanno senso. Tu sei presa da timori, nulla affatto giustificati...

— Il cuore di chi ama parla...

— Ma non sempre dice il vero, non

[285]

sempre, mia Hulda, angelo mio... E, dimmi, rimani così? Non mi ti lasci vedere con la tua bella veste nuova? Sopra te, così superbamente bruna, il color roseo acceso deve diventare meraviglioso.

— Vuoi che io mi ricopra? — disse languidamente e ansando un poco Hulda — vuoi ch’io mi ricopra? Non sono più belle queste braccia che ti stringono con tanto amore, non è più tuo questo petto, straziato dallo spasimo che gli hai dato tante volte?

— Hulda, vestiti, lasciati vedere in mezzo al colore delle rose.

— No, no, mia carezza, mio sospiro, mia vita, no...

— Hulda, sii cara, obbedisci a chi ti vuol bene...

— Se mi vuoi bene, baciami, tanto... tanto...

— Hulda!... — mormorò Evaristo tremando — Hulda...

— Baciami, rispose ancora lei, guardando con occhi voluttuosi e sporgendo [286] la testa siccome assetata presso a un rivo cadente, baciami.... eccoti la mia bocca, prendila.

Fu un momento d’amore come quelli del principio, quelli così sospirati e tanto animati dalla passione.

— Non è vero che sei mio, tutto mio, che nessuno ti strapperà mai dalle mie braccia?

Pure nella sola solennità del momento, la parola traditrice uscì dalla bocca di Evaristo.

— Tuo, tutto tuo, disse lasciandosi stringere e languendo beatamente.

Un angelo in forma di donna gli passò in quel momento a traverso la fantasia.

Gli parve che quell’angelo s’allontanasse inorridito.

L’amore dell’anima, fu più forte del presente amore, e suo malgrado, gli uscì dalla bocca un nome:

— Mary!

— Che hai detto?

— Che ho detto? Ma ri...di, ma ridi [287] una volta; non mi hai neppur lasciato finire. Non sei forse contenta? Non sono sempre il caldo innamorato di prima? Dunque mostrami i bei dentini, fa la pozzetta nelle guancie, socchiudi gli occhi, agita la bella testa nera... ridi...

Hulda prestò fede e chiuse con la sua, la bocca che prima aveva detta la menzogna.

***

Evaristo, uscì dalla casa dell’amante, se non in se stesso, esteriormente e per lei, sempre innamorato.

Hulda rimasta sola, ora si dava torto ed ascoltava con piacere i rimproveri di Bess.

Ella conveniva di aver errato nel sospettare di Evaristo, di essere divenuta senza un motivo così terribilmente gelosa.

— Sarà che adesso, che ho sfidato Guy Stein, sarà che adesso ch’io ho riacquistato la pace di Evaristo l’amo d’un nuovo e forte amore, quale non ho provato mai.

[288]

— Però, non dovete esagerare.... Perchè volete addirittura incatenare quell’uomo? Egli, comunque amandovi, deve essere sempre libero di sè. Ma che vi pare?

— Senti Bess, quando si ama, parole come le tue fanno orrore. Non dirmele più, sai? Non dirmele più!

— Tu non vedi che il tuo ventre da riempire, tu non devi avere amato, mai, mai, mai!

— Io?!

— Sì, tu; altrimenti non diresti così.

— Sarà!

— È, pur troppo. Io sento invece ora, ciò che non ho mai provato, ciò che non ho mai sentito in questa mia deplorevole vita... veramente, no; un giorno mi ricordo ancora, a Napoli.... a Napoli.... c’era un uomo che provava per me una vera tenerezza infinita ed io lo ricambiavo... ma noi, noi, non siamo più vivi l’uno per l’altro. Noi siamo due morti che camminano ancora.

Queste parole aveva pronunziate con [289] accento vivissimo di passione Hulda, a voce bassa, e in una commozione frenata a stento.

Un osservatore l’avrebbe detta una Ofelia pensosa, ma bruna e bella non meno della biondissima che Amleto fece piangere e morire.

Meglio ancora una Violetta, che crede estinto l’amore mentre esso è immortale e nell’addio del passato, scorge invece nuovi sogni e ridenti visioni per l’avvenire.

La passione purificava Hulda, di giorno in giorno.

Quella stessa passione, purificava non meno Evaristo. Entrambi si ritraevano da un brutto passato.

Ora, partiti da punti opposti, si ritrovavano ad un centro in cui l’amore splendeva della sua luce più bella.

Come un sole, saettava dal cielo i fasci luminosi, accendeva le anime, le rapiva nel regno dove la virtù non è più un mistero, dove la passione, per [290] chiamarsi divinamente amore è tutta sacrifizio, anzi sacrifizio è il nome più degno!

***

— Finalmente! finalmente! — gridò Mary non appena dal cancello del giardino vide entrare Evaristo. — Come ti attendevo ansiosa, per darti la lieta novella! Il babbo a detto di sì.

— Di sì? — chiese Evaristo con l’aria d’uno che riceva un po’ troppo presto una notizia, per quanto buona e desiderata.

— Ma come? Non esulti con me, ti senti forse male?

— Tutt’altro! Sono felicissimo della risoluzione di tuo padre; sono felicissimo che abbia finalmente mutato parere..... Ma che vuoi? Ho sempre tante cose pel capo.... Ora sento più di prima l’attaccamento verso di lui. I nuovi doveri, i nuovi interessi.... tutto mi preoccupa.

— Ti preoccupa, ma non deve toglierti alla tua intima felicità... La tua [291] Mary sarà la tua oasi. Quando sarai nella vita affaticato, stanco della lotta, sudato, riarso, quando sentirai il bisogno di una mano amica, la quale abbia per te una carezza sincera, allora sarà mia la mano che troverai... E avrò tante parole buone per te, parole dolci... Noi siamo ricchi, ma la ricchezza non fa mai completamente la felicità di alcuno.... Come potrebbe farlo di noi che siamo così superiori?

Sarà l’amore, continuo ed intenso, non è vero Evaristo, l’amore, che in qualunque circostanza formerà la nostra vera vita... Mio padre non voleva, ma mio padre ha ceduto. Una vittoria dell’amore come vedi. Egli non seppe resistere alle parole della figlia.

— Mary, Mary cara, io sento proprio il bisogno di ringraziare il cielo. Riuscire a farti mia, fu il desiderio che mi prese dal momento in cui ti vidi.... Mi si schiude una nuova vita, anzi mi pare di entrare adesso nella vita. Il mio passato, tutto di lavoro, non mi ha dato [292] mai, una contentezza e una tranquillità così complete...

— Siedi, caro, siedi qui accanto a me... noi ora siamo con le nostre anime già l’uno dell’altro... siedi, mio diletto... e dimmi tante cose, aprilo tutto il tuo cuore... Più avrai sofferto e più nella tua Mary, tu troverai amore.

— Mary, così parlano gli angioli...

— Così parla chi ama semplicemente... Se tu sapessi quante volte ho pensato che sei rimasto tanto presto senza genitori... Che mio padre, nel proteggerti e nell’educarti, forse fu qualche volta severo, eccessivo.... Che tu, per tanto tempo, non hai avuto un cuore in cui versare le tue lacrime, una bocca la quale ti dicesse una parola consolatrice... Eppure per la tua bontà innata, il tuo cuore, in tanto abbandono, non si è inaridito... ed ora si sveglia, non è vero? si schiude come un fiore e manda tutto il suo profumo...

— Mary, Mary — disse Evaristo preso da una commozione intensa — tu [293] sei per me troppo grande, io sento quasi di non meritarti, di non essere degno di te.

— Perchè, perchè mi dici così, carino? Perchè non ti reputi degno del mio amore? Ma se sono io l’indegna, sono io che pure amando non so amarti abbastanza, quanto vorrei, quanto meriti? Ma se io sento, dirò così di essere nata per amare un uomo come te, dopo di averlo ammirato, e dopo di averlo tanto tempo tenuto nascosto nell’anima... Non lo sai, che tu eri il pensiero continuo, della povera educanda, sola sola, in mezzo a tante compagne?

Proprio così; tutta l’anima mia si rivolse a te, da quella prima volta, ti ricordi? quando già grandicella tornai in famiglia per le vacanze e noi ci vedemmo, dopo che tu avevi fatto un lungo viaggio in Italia. Da allora, sai... Da allora mi ti sei fitto nell’anima e se tu sapessi, quanti intimi affanni, quanti spasimi segreti!

— Da allora? — interrogò Evaristo, meravigliato.

[294]

— Sicuro, mio bello, da allora. E tu, dimmi, dimmelo sinceramente a chi pensavi, in quei momenti?

— Io?

— Sì, tu. A me non certo, e non ti do torto perchè ero ancora, in apparenza, una fanciulletta... non potevo interessarti, come adesso.

— Francamente, la mia Mary, io non pensavo in quei giorni che a lavorare, a rendermi sempre più degno della protezione di tuo padre.

— Soltanto questo?

— Soltanto questo.

— Non avevi un qualche amore, un qualche capriccio... non per fartene rimprovero, sai! Tutt’altro! Ho abbastanza buon senso, ma, così per semplice curiosità per una curiosità perdonabilissima, da che comincia essa coll’assolvere, col perdonare completamente.

Preso nelle strette di queste argomentazioni. Evaristo sentiva che tutto il suo spirito, e non ne mancava, si dibatteva invano, come un bambino che [295] sollevato dalla mano di un gigante, annaspa invanamente, con le braccine e le gambucce, e mentre sente di essere sicuro, perchè retto da una mano poderosa, sente tutto il raccapriccio dell’abisso sottostante dove cuore comanda alla mano: Bada di non lasciarlo cadere.

L’unica conclusione di Evaristo fu questa:

— Per una moglie, io non potevo porre gli occhi, su fanciulla migliore.

Non indugeremo, nel descrivere più oltre gli innamorati, nel ripetere le loro parole nel tempo che rimasero in giardino, sotto un tramonto infocato.

Anime amanti, che fin qua mi seguiste, supplite con la vostra fantasia, col ricordo del vostro passato, o con una più intensa considerazione del vostro presente.

Un uomo e una donna che si amino, sentono, standosi vicino, guardandosi negli occhi, una così celestiale dolcezza, per la quale ogni parola è muta, e quando essi vogliano pur dirla quella loro intima [296] felicità, non hanno altra espressione che il bacio.

Eppure da quel colloquio tutto di giubilo, Evaristo si ridusse a casa sua coll’inferno nel cuore.

Alla vigilia, si potrebbe dire di sposare la sua Mary, sentiva tutta la indegnità del suo passato.

Come fu solo nella propria camera, e disse a Tommy di coricarsi che nulla occorrevagli, sentì quasi un terrore di quella solitudine.

Un terrore che non aveva mai provato, un terrore che lo trasformava tutto e che era tutto di rimorso.

— Io sono un ladro — pensava, sorpreso di non aver fatto prima con la sua penetrazione quelle riflessioni sincere. — Io sono un ladro che vuole la figlia dell’uomo al quale ha rubato...

È vero che scopo mio non era il furto per sè stesso, ma la vendetta alla negativa fatta da Webb alla mia proposta; è vero che io, appunto per la vendetta, avevo fin da principio l’idea di [297] rendere, ma ora mi spaventa il pensiero di non essere compreso, mi spaventa l’idea che la restituzione si pensi cagionata dallo stato presente, dall’amore mentre essa era già prima del furto nelle mie intenzioni.

Diversamente come avrei potuto brillare nella vendetta?

Ora, mentre l’amore, l’amor vero m’incalza, mi trovo sbarrato il cammino. Ciò che parve difficile fu la più facil cosa. Ancora mi restano da sormontare le più gravi difficoltà. Far tacere Hulda, potermi ben distaccare da lei, ciò che è importantissimo, poi restituire il capitale rubato. Rubato... che brutta parola! quando l’intenzione non era che la vendetta!

Già, il capitale non mio preso a prestito... un po’ troppo arditamente, bisogna convenirne.

Ma d’altronde, devo proprio essere io, l’uomo che si perde di coraggio?

Ho temuto abbastanza. Fin troppo [298] ho temuto! Avanti! Il mondo è di chi lo vuole. Io saprò volerlo. Tra qualche giorno, fra me e Hulda, rottura completa, al resto, al resto...

Stette lungamente pensoso.

Un osservatore che gli si fosse trovato vicino, avrebbe veduto la vicenda dei pensieri passargli sulla fronte. Taluni vi restavano impressi un poco, dando a tutto il volto una intensa espressione di mestizia, tal’altri, illuminandolo di un fuggevol riso, o balenando come un lampo, in una contrazione di spasimo, sparivano.

— Ecco! Questo! — gridò ad un tratto, come invaso da un’anima nuova, o meglio, come tornato all’antico vigore della mente arditissima e pronta speculatrice. — Sì, sì, in questo modo!

Evaristo Grinfieri, aveva finalmente deciso, e per l’una cosa e per l’altra. Nessuno poteva ormai rimuoverlo dal partito preso.

[299]

***

Guy Stein, per mezzo dei giornali, che non aveva trascurato di leggere attentamente dal dì che lo potevano interessare, si trovava oramai al corrente di tutto.

Quale enorme delusione! Ben, quel Ben cocchiere del numero tredici, e che gli dava l’intero affidamento della cosa, quel Ben, era diventato col suo mistero, il suo incubo ed il suo scorno.

Al disopra della questione d’interesse, c’era quella del prestigio nel mestiere, di amor proprio, di antica incontestata sagacia, battuta così deplorevolmente, e con tanta formidabile astuzia, vinta.

Guy Stein aspettava un conforto dal tempo. Il tempo avrebbe posto in luce molte cose, le quali ora non potevano apparire, e di tutto quel garbuglio nel quale aveva agito troppo fidente, si sarebbe poi consumato il mistero, e come la consunta superficie d’un panno, avrebbe scoperta la trama.

[300]

Allora sarebbe toccato a lui. Sarebbe venuta la sua volta; chi era riuscito a mistificarlo in quel modo, non doveva poi averne la lunga compiacenza nell’anima. Ah, no! doveva morire.

Lo avrebbe ammazzato procurandosi il piacere di fargli conoscere: Chi ti ammazza è Guy Stein.

L’induzione più facile, quella in cui riposava più volentieri il pensier suo, era che chi lo aveva turlupinato, così abilmente, fosse il suo rivale, il suo antagonista, il suo implacabile nemico: Bill Oward.

Non doveva essere stato certo un profano, ma un campione di quella fatta, ad architettare, tanto bene, la burla tremenda, la ingiuria sanguinosa; doveva essere, perchè solo poteva esserlo: Bill Oward.

Su lui, appuntava tutti i pensieri di vendetta; su lui acuiva il proposito di rendere con inflessibile determinazione, come si suol dire, la pariglia.

E veramente, quello era stato un [301] gran colpo tentato da Bill Oward, con astuzia mirabile, per far cadere lui, Stein, in mano della polizia e sbarazzarsene, e tirare i di lui uomini dalla sua parte e rimaner solo nel campo dell’azione.

Il tentativo non gli era completamente riuscito? Ebbene si pentirebbe di averlo pensato.

Ma Hulda, come entrava Hulda in tutto questo? Era proprio in buona fede, per affetto e per timore di lui?

Certamente. Doveva proprio essere così, da poichè ancora come prima e con la stessa espansione... monetaria, seguitava a visitarlo, non solo, ma a pregarlo che la liberasse da Evaristo del quale era sazia, del quale non voleva più sapere. Ella a fare la signora, come pretendeva l’amico e con tante esigenze e tante meticolosità del buon rango, si sentiva troppo a disagio, seccata e ristucca.

Se talvolta, Guy Stein affacciava qualche dubbio, ella lo dissipava, con finissima arte, di un tratto:

[302]

— L’uomo che non dimenticherò mai, l’uomo del quale sarò sempre la schiava, felice di esserlo, sei tu... Perchè tu solo, fosti colui che mi aiutò, che mi soccorse, che mi fece diventare rispettata e signora, quando morivo di fame e di vergogna. Questo è ciò che io non dimenticherò mai!...

Guy Stein, ladro, credeva alla gratitudine.

Tanto è vero che anche gli uomini più furbi vanno soggetti ad ingannarsi.

***

Un altro, fra coloro che almanaccavano intorno al furto patito da Francis Webb, certo con intenzioni ben diverse, era il grosso Isaiah Wood.

— Ebbene, si è scoperto ancora nulla? — chiedeva a Francis Webb tutte le volte che lo vedeva.

— Nulla — rispondeva l’altro ormai seccato di quell’insistenza in fondo un po’ canzonatoria. — Nulla neanche oggi, e ormai, non ho più speranza.

[303]

— Anche tu, benedett’uomo, vai a mettere i denari nella cassa forte...

— Come?! Dove volevi che li mettessi?

— In qualunque altro posto conosciuto e custodito solo da te.

— Già!

— Certo. Come vuoi che sia sicura una cassa forte? Dimmi, esiste o ha esistito chi l’ha fatta? Dunque, esiste il segreto per aprirla. Di qui non si scappa... È dalla cassa forte che scappano i denari.

E dava, così dicendo, in una risata sonora, spalancando la bocca enorme, con i due denti di foca.

[304]

CAPITOLO XVI. Il colloquio doloroso — Il supremo consiglio — Bill Oward in scena

Prima che il fatto del fidanzamento si propalasse, bisognava sistemare la situazione con Hulda.

L’indugio, non avrebbe fatto che accrescere il danno. Dalla bocca di lui Evaristo, quasi chiedendone l’assenso, Hulda doveva sapere del nuovo ordine di cose che si stava preparando.

Agire così, era praticare il più savio dei consigli, nel più difficile dei casi.

Qualche giorno dopo quanto abbiam detto, una mattina serio e risoluto, Evaristo fu nell’appartamentino di Hulda.

[305]

— Non s’è ancora alzata — fece rispettosamente e più rispettosamente strizzando l’occhio Bess. — È ancora nel letto... ma lei, può passare quando vuole... Venga.

— Lo so; lo so — e si fece innanzi.

Quel privilegio, che una volta formava la sua gioia e il suo orgoglio, ora gli riesciva fastidioso e più che tutto inopportuno; ma pur pensando a questo, e quasi mostrandolo in volto, schiuse l’uscio e chiamò con dolcezza, come per chiedere permesso:

— Hulda...

Hulda non rispose.

Dormiva ancora profondamente, chè la sommessa voce di Evaristo non era riuscita a svegliarla.

Tanta era in Hulda la natural grazia di ogni posa, che non pareva ella fosse tutta abbandonata al sonno; ma piuttosto che si stesse immota in un pensiero intenso, coi mori occhi socchiusi.

Le ciglia lunghe, smorzavano lo [306] splendore di essi che non dovevano perderlo anche nel sonno, e nell’ombra dell’alcova attenuatrice d’ogni linea, la bella creatura viva, pareva un quadro un po’ fosco del Cremona, dove la indecisione del tratto vuoi meglio la magìa della sfumatura, si direbbe, diano più intima vitalità alle figure.

Era immersa sì, ma non affondata nella morbida ricchezza delle trine candide e una fragranza di fresco fiore, dormente in sullo stelo, aleggiava dintorno alla soavissima peccatrice.

Evaristo si rimase in silenzio a guardarla.

Respirava appena, con le labbra chiuse rigidamente un poco e le piccole narici tumide. Moveva però frequente, la faccia, bellissima d’un vermiglio acceso dalla traspirazione, quasi inconsciamente studiandosi di adagiar quella, di volta in volta, meglio, sulla massa diffusa e ondata dei neri, giovanili capelli.

Evaristo si rimase a guardarla intento [307] pensando, col cuore contristato dalla imminente rivelazione già prima che la facesse.

— Dorme, la creatura che ho tanto amato; forse mi sogna e forse in questo punto anche Mary dorm e anch’essa nel sogno mi intravede. Sono tremendi questi legami d’anima, questi vincoli che ci legano nostro malgrado, che non riusciamo a disciogliere, a torci di dosso. È la vera schiavitù, quella che ci comanda intimamente, che non riusciamo a spezzare.

Tu sei bella Hulda, in questa tua inconsapevolezza... Mary è più bella di te... Essa è coronata dell’aureola della sua verginità. La sua bocca che bacerà un solo amore, tu... povera Hulda, tu non puoi, non devi per tutta la vita attirarmi, vincolarmi, tu non ne hai il diritto. Ti ho trovata sul mio cammino e ti ho amata, beneficandoti, ora basta... cioè ti aiuterò nascostamente sempre, ma tu lasciami alla mia libertà al mio amore vero!...

[308]

Dio mio! Dio mio! Ma come mai, colui che di tutto ha riso, che a tutto è stato superiore, che non arretrò per un pensiero di ambizione e di vendetta neppur davanti al furto, tra due donne si trova come una nave in tempesta? Dunque, mette a queste prove il vero amore? E perchè mai, prima d’ora non l’ho pensato?

Nell’agitazione di questi pensieri, pure trovò la forza di accostarsi ad Hulda. Stesa la mano sulla fronte di lei sopra i riccioli odoranti gli tremarono le dita:

— Hulda, svegliati.

La dormente aperse gli occhi che le diffusero sul volto la luce del pensiero, sorrise all’uomo e levò verso la testa di lui le nude candidissime braccia, atteggiando al bacio le fresche labbra di garofano scarlatto.

— Ascoltami cara... Forse il momento non è il più opportuno, ma di opportuni veramente per dir certe parole, non ve ne sono mai... ed io ho [309] deciso, ho dovuto anzi decidermi... Comunque, rassicurati, non ne avrai danno, starai bene come oggi, anzi meglio...

— Evaristo? disse balzando a sedere sul letto Hulda e sbarrando gli occhi. — Evaristo, che dici tu mai? Spiegati... spiegati...

— Come ti ho detto, tu non avrai a patire danno alcuno, anzi starai cento volte meglio...

— Ma parlami chiaro Evaristo...

— Calmati. Tu devi sapere, anzi tu lo sai da molto, che io debbo tutto quel che sono a Francis Webb. Egli ha una figlia...

— Ho capito!

— No, non hai capito ancora, perchè non è come tu pensi.

— Dunque?

— Francis Webb, che mi ha tenuto quale un figlio sempre, ora che Mary è uscita di educandato, vedrebbe il compimento dei suoi desideri effettuarsi dove io la sposassi. Egli me lo ha fatto capire, senza darsene l’aria, bene inteso, [310] e la figlia, forse da lui indettata è già accesa di affetto. Ora pensa, ragiona pacatamente Hulda... Mary è figlia unica. Vuoi che io lasci una colossale fortuna che mi si offre, quasi in premio d’aver contribuito a produrla perchè la casa di Webb cada poi in mano d’un altro, ed io che oggi, tu lo sai, sono un padrone, domani diventi pel marito di Mary l’ultimo dei commessi? che dico? ch’io sia bellamente posto alla porta, per non dare ombra al nuovo padrone, che non varrà certo quanto me?

— Dormire sognandoti e svegliarsi poi, per udire parole come le tue, fa desiderare una cosa soltanto... richiudere gli occhi, per non riaprirli mai più...

Il respiro di Hulda si fece affannoso e gli occhi si gonfiarono di lagrime.

— Ma perchè piangi? Perchè? Tu non perdi nulla...

— Non perdo nulla? E il tuo amore?...

— Ti amerò lo stesso...

— No, non si amano... due donne... [311] Una delle due deve essere la canzonata... l’ingannata... la vittima... Io l’ho veduta Mary. Essa è bella, essa mi vince, essa ha il fascino della sua onestà... Io sono una disgraziata con tutto il mio doloroso passato. Tu mi darai ancora il tuo pane; ma l’attaccamento vero, ma l’amore, non saranno più per me... Sarai di Mary, di Mary... E poi, quando ti avrà reso padre, tu l’adorerai... Un uomo come te, è troppo orgoglioso di un figlio che lo somigli... e tu l’avrai...

— Hulda, ascoltami, io non trovo la necessità del tuo accorarti in questo modo. Sembra a te un male irreparabile, ciò che non è un male... ciò che poi tu stessa dovevi aspettarti. Non lo pensasti mai, che poteva nascere in me il desiderio di ammogliarmi? Forse che tu... Dimmi, siamo noi due qua soli, dimmi, pretendevi forse ch’io sposassi te?

— No! No! Io ti amo troppo per non considerare che come donna contaminata, non potevo aspirare a divenirti moglie... Altri, e senza mia volontà [312] commettendo un delitto, colse il fiore che ti darà Mary... Io voleva soltanto che tu pensassi che Hulda poteva e sapeva amarti, come qualunque altra donna che t’amasse, anzi, più d’ogni altra... Io voleva esserti il cuore devoto per tutta la vita, che si strugge nel mistero, felice de’ suoi spasimi. Tu non mi hai nemmeno capito. O pure, sei stato perfido, da non ascoltar in questo te stesso. Tu ora vedi la carne intatta e il denaro... Hai ragione, ora tradisci la mia anima.

— Hulda, mettiti nella mia condizione...

— Va via, sei stato falso.

— Quando è così, ah, perdio! lo sei stata prima tu.

— Vuoi alludere a Guy Stein? Io ho avuto timore delle sue minaccie...

— Chi teme, non ama.

— E credi di avermi tappata la bocca? Ma non c’è nulla di più ridicolo... Dovevi essere donna, dovevi essere nelle mie circostanze, dovevi fingere una gratitudine, sentendo nell’anima una maledizione, [313] e poi avresti capito se veramente chi teme, non ama.

— Ormai, Hulda, sono inutili tante discussioni. Tutto rimarrebbe sempre allo stato di prima. Io, ho impegnato la mia parola, e non la ritiro, davanti a qualunque minaccia. Accomodiamoci in pace, in amicizia sempre, nel pieno godimento della nostra libertà... Come ti ripeto, io sposerò Mary, non devo recedere per motivo alcuno. Io sono un gentiluomo!...

Non l’avesse mai detto. Hulda, rapida, gittò da lato la coltre e piombando di letto ritta davanti a Evaristo, tutta accesa gli gridò:

— Un gentiluomo tu?!

— Io, sì.

— Non è vero! Tu non sei che un mentitore e un ladro!...

— Hulda!

— Un ladro! Sì, l’ho detto, lo ripeto, lo sostengo, sono pronta a giurarlo davanti a tutto il mondo.

[314]

— Sul tuo... onore?

— No, sul tuo, che vale di più. E, dimmi, scelleratissimo che ho avuto il torto di amare, tu credi, che io dopo... io, in seguito, non abbia penetrata intera l’opera tua? Tu hai fatto, con diverso motivo agire me, agire Guy Stein, agire Ben, agire tutti... ci hai tutti ingannati. Non si trattava di rivendicare la mia libertà, di agevolare la giustizia contro un furfante, si trattava invece di rubare: tu hai rubato, e hai rubato all’uomo di cui sposi la figlia... tu sei più ladro, più vile dell’uomo che detestavi a parole e imitavi a fatti.

— Hulda, il mio contegno, ti provi quanto ti ho amato e quanto ti amo ancora e quanto ti amerò, sì, quanto ti amerò, perchè io non potrò dimenticarti mai più!

— Taci, ipocrita...

— Non dire così, non dire così, io non me lo merito. Le circostanze sono state a me superiori e le circostanze stesse mi hanno tradito.

[315]

— No, sei tu che hai tradito le circostanze... Io, sono quel che sono... e Iddio mi perdoni... del resto... egli lo ha permesso... ma tu sei peggio di me. Io ho dato me stessa... tu hai rubato... Ora comando io. Tu vuoi il mio silenzio, non è vero?...

— Cioè la tua bontà... un comune accordo...

— Basta, basta ipocrisie. Tu vuoi il mio silenzio su tutto...

— Sì.

— Ebbene, compralo.

— Hulda ti ho già detto...

— Ascolta, non tante parole, sono io adesso che comanda fra noi due. I patti sono questi: che tu seguiti con atto legale sempre a mantenermi — e che io sia pienamente libera — che tu non mi ti faccia mai più vedere...

— D’accordo.

— Vedi, ho proprio voluto contentarti. È inutile, per te sento sempre un resto di amore.

Evaristo pago di quella conclusione [316] dopo le tremende umiliazioni avute, non si accorse della profonda ironia e del massimo sprezzo con cui furono da Hulda pronunciate queste parole. Egli credette giunta finalmente dopo un grande sfogo, compatibile del resto e lusinghiero per lui, la conclusione tanto aspettata e in quel modo che aveva vagheggiato nel proprio pensiero.

— D’accordo dunque?

— D’accordo.

Evaristo uscì frettoloso, Hulda esausta dalla meravigliosa violenza fatta fino allora a sè stessa, si lasciò cadere su l’ottomana piangendo con altissime strida...

Bess accorse e veduta Hulda in camicia ed in pianto, cacciandosi le mani nei capelli, domandò concitata:

— Che è stato? Che è stato?

— Te ne accorgerai... dalla mia vendetta.

***

Il furto subito da Francis Webb [317] era stato oggetto dei discorsi e dei commenti di tutta New-York, per qualche giorno. Dove, dopo il silenzio, quasi generale, se ne continuava a parlare tuttavia era nel quartiere di Bill Oward e di Guy Stein.

I diversi professionisti emeriti del quartiere, ne rimanevano meravigliati e invidiosi, sentivano che c’era in quella immensa città qualcuno che li superava...

E li superava davvero, perchè, dato l’impegno della polizia, per l’entità del furto, non si riuscivano a scovare i colpevoli.

Come tutto era stato preparato con indiscutibile perizia, con accorgimento sovrano!

Ma se Guy Stein aveva dei dubbi, anzi delle certezze, si potrebbe dire intorno al fatto che Bill Oward avesse potuto tendergli un tranello, per farlo cadere nelle mani della polizia e liberarsene, tranello non si sa come andato a vuoto, ammasso di finzioni mal riuscite; Bill Oward, dal canto suo, non [318] aveva alcun sospetto intorno a Guy Stein.

Egli era convinto che nel gran furto a danno di Francis Webb, avessero concorso ben altri elementi.

Ciò che gli restava misterioso, ciò che era un misterioso enigma per lui e che aveva saputo per caso, parecchi giorni dopo, era la ricerca sui giornali di quella tal lettera indirizzata a lui e smarrita.

Secondo il suo giudizio per lui e per Guy Stein era venuto il momento di agire di conserva, di porre da banda ogni ira privata, ogni rancore personale e pugnare insieme contro il comune nemico, contro quell’essere meraviglioso ed ignoto che con tanta destrezza, con arte sì fina, aveva canzonato loro e la polizia.

Bisognava avere un colloquio, venire a schiarimenti sinceri, e d’ora innanzi, lavorare in comune.

Perchè lasciarsi vincere la mano da un terzo?

[319]

Lucy, la donna che noi conosciamo e che a Webb e ad Evaristo aveva tolto di dosso le chiavine, Lucy, fu abilmente scelta come intermediaria da Bill Oward.

Ella trattando con Guy Stein, doveva tra i due rivali stabilire il colloquio e quasi prima che si parlassero, farli già certi dell’esito.

Proprio così, come nella diplomazia.

Per la mezza notte convenuta infatti, Guy Stein sentì battere all’uscio.

— Chi è?

— Bill Oward.

— Avanti.

Bill Oward lentamente entrò.

***

La figura di Bill Oward, non meno sinistra dell’altra di Guy Stein, ne era affatto dissimile, nella statura e nei tratti.

Bill Oward, d’una magrezza asciutta e terrea aveva un testone piatto, con appena un dito di fronte, e un gran ciuffaccio sulle sopracciglia grosse e mobilissime che con gli occhi infossati e [320] incerti, le mascelle sporgenti, il mento acuto gli conferivano un’aria scimiesca, paurosa e ributtante. Le labbra carnose, lasciavano vedere denti acuti d’un bianco opaco di perla orientale.

— Mi sai dir nulla del furto? — chiese Bill Oward.

— E tu mi sai dir nulla?

— Io no.

— Io, neppure... Ma mettiamo carte in tavola...

E presero a parlare animatamente, diventando, si potrebbe quasi dire, espansivi.

Uno però tacque della lettera, mostrando di ignorare che in qualche modo si fosse usato il suo nome, l’altro tacque non solo della lettera, ma della parte, veramente da inconscio avuta nel furto che aveva sollevato tanto chiasso a New-York, più ancora per l’entità che pel mistero che lo circondava.

Dopo il lungo scambio di idee disse con atto reciso Bill Oward:

— Io sono venuto per far pace. Vogliamo farla?

[321]

— Sì, ma a patto che mio padre, sappia di tutto questo e vi acconsenta.

Prevenuto dal figlio, il cieco Stein, non si era coricato, nè si era coricata Ellen di lui figlia e sorella a Guy.

Quando questi chiamò il vecchio, dopo un poco apertosi un piccolo uscio, si vide entrare il cieco già canuto e curvo, condotto da una fanciulla la cui immagine, fece rapidamente battere le palpebre di Bill Oward.

Una bellezza singolare che egli non aveva veduta mai, e che solo per caso quella notte si trovava in famiglia. I due Guy che l’adoravano, la tenevano fuori di lì, in un quartiere pulito, presso una donna assolutamente fidata che non li avrebbe in modo alcuno traditi.

Il cieco Stein sedette ed ascoltò con attenzione le parole di Bill Oward, del quale ricordava benissimo il tipo.

Guy, che osservava attentamente Bill, notava come gli occhi di questi, non si staccassero mai dal volto della [322] sorella, e come fosse diventato di una dolcezza e d’una condiscendenza, che si sapeva bene non gli essere abituali.

Il vecchio intese le parti, prese la parola e stabilì le norme di massima per l’accordo pel lavoro in comune, per la ripartizione dei rischi prima e degli utili dopo.

All’ultimo, Guy Stein servì del liquore ripetutamente e con esso brindarono alla pace.

— Ebbene — disse Bill Oward alzando per la quarta volta il calice — acciocchè sparisca per sempre ogni rancore, acciocchè la più sincera amicizia regni d’ora innanzi fra noi, diventiamo parenti.

— Parenti? — domandò Guy, scattando.

— Parenti? — chiese a sua volta il cieco trasalendo.

— Sicuro, io domando la mano di Ellen.

Questa, il padre ed il fratello, diedero un grido solo. La proposta parve [323] ai tre, la cosa più assurda del mondo.

— Perchè? — domandò Bill acceso d’ira a quella prima risposta che era una così recisa ripulsa, — Perchè?

— Questo fatto lasciamolo — disse risoluto Guy Stein.

— Ma perchè? — insistette l’altro con più veemenza.

— Io non darò a te mia sorella, nè ora, nè mai. Essa non deve diventar moglie di un uomo, che fa la nostra vita. Parliamoci chiaro. Tu sei un ladro...

— E tu chi sei?

— Ma io, non ti chiedo una sorella!

— Ellen ascoltava spaventata, tremando. Avrebbe voluto essere lontana, ben lontana, vicino alla sua buona vecchietta.

Il cieco, che conosceva il carettere impetuoso, bestiale, di Guy Stein, volle usare per amor della figlia la massima prudenza:

— Non sono cose da parlarne adesso e in fretta. Ne tratteremo dimani o dopo, con calma. In calma figliuoli [324] miei... Date retta a me che son vecchio. È l’ora di andare a dormire.

— Nè domani, nè dopo. Ora, proprio ora voglio una decisione.

— Qua dentro nessuno deve dir voglio — gridò Guy.

— Alle corte, una risposta, l’ultima!

— L’ultima? No! Ed ora via di qui! Ritorniamo come prima nemici! Io non ti temo, io non sono venuto a cercarti.

— Ah, tu mi insulti?

Si udì lo scatto di una molla, si vide il baleno di una lama, e Guy Stein, cadde con un urlo fra le braccia della sorella.

— Che è stato?! — gridò il vecchio che pure con la finezza del cieco aveva indovinato...

— Vile! Vile! urlò Ellen.

Bill Oward che s’era avanzato verso l’uscio si volse e con un ghigno infernale disse a Ellen:

— Sposa, vatti a vestire di nero! — e sparve.

[325]

CAPITOLO XVII. In prossimità delle nozze — Il divisamento disperato — Un miracolo del caso

Dopo un convegno di famiglia era stato definitivamente stabilito il giorno per le nozze di Evaristo e Mary.

Questa attendeva l’avventurosa mattina col desiderio velato, ma non nascosto, da un placido accoramento, che di giorno in giorno la rendeva più pensosa insieme e più bella.

Evaristo, con una calma coraggiosa, anzi con una gran sicurezza, dacchè Hulda aveva finito, egli lo credeva, per chetarsi, ed egli aveva poi trovato anche il modo di restituire a Webb, divenutogli [326] suocero, il capitale che gli aveva rubato.

Quella restituzione sarebbe fatta appena gli sposi fossero legati indissolubilmente, e qualunque reazione avrebbe dovuto tacere nell’animo di Webb.

Le cose sarebbero poste in modo che egli, il vecchio, farebbe di necessità virtù per amore della figlia, cioè buon viso ad avversa fortuna, accettando i fatti compiuti, e in base all’affetto e all’interesse, chiudendo un occhio sull’onore.

***

Ma Hulda, caldissima amante, ferita così crudelmente dalla condotta di Evaristo, non s’era chetata che in apparenza, non s’era chetata che per meditare, architettare, rendere più terribile la sua vendetta.

Perciò aveva accettato di vivere ancora a spese di Evaristo. Bisognava non dargli sospetto in modo alcuno.

[327]

— Occhio per occhio, dente per dente. Tu getti nella desolazione per sempre il mio cuore? Ebbene, io ti rovinerò per sempre. Io che ti sono stata complice, ora ti tradirò. Io non ho più nulla da perdere, poichè ho perduto te, mentre invece, tu vedrai sul verde delle tue speranze calare un velo di lutto.

Sapranno tutti chi sei, e Mary avrà orrore di te! Ella non vorrà più essere toccata dalle mani di un ladro. Povera creatura, tu la stai ingannando io la vendicherò. Ah, bisogna pur mettervi a posto, bisogna pur darvi una lezione, uomini, che ci supponete incapaci di amare... come le altre!

Mi butterò ai piedi di Guy Stein, gli rivelerò tutto, tutto! Penserà lui a vendicare entrambi. Cioè... adagio... e se la prima vendetta la facesse su di me? Non potrebbe questo essere anche possibile? Ebbene, che importa? Se anche mi uccidesse, non ho io tutto perduto?

Irremovibile dal suo proposito, come venne la sera, e non più in abiti dimessi, [328] ma con una sfarzosa toeletta in seta nera e d’un velo pur nero coperto il volto, salì su d’una vettura di piazza, facendosi condurre in una via, molto presso a quella che era veramente la cercata.

Questo per eludere ogni congettura che potesse a suo carico fare il cocchiere.

Nel tragitto e per l’agitazione che aveva addosso, l’assalì con repentina violenza il ricordo di quella volta in cui per la stessa strada, la carrozza era distinta dal numero 13 e il cocchiere si chiamava Ben, ed era avvenuta la sorpresa di Evaristo e la confessione, di conseguenza, del di lei duplice amore!

Rivide a tratti foschi e dolorosi la storia di ciò che era avvenuto quella notte, e le mille angosce che da quella aveva provato poi sempre.

Aveva sofferto troppo, sì, troppo, ed ora bisognava pur farla finita una buona volta, con uomini come Evaristo, peggiori di Bill Oward e di Guy Stein, con questa sconosciuta misteriosa specie di assassini del cuore!

[329]

Più che preoccuparsi del modo con cui Stein accoglierebbe le di lei rivelazioni, così inaspettate e così importanti, si compiaceva di fissare il pensiero su la vendetta che ne trarrebbe, sulla maniera di compierla.

Certo il matrimonio andrebbe a monte; certo Mary, prima vedova che sposa, avrebbe dovuto irremissibilmente far rinuncia della sua corona nuziale.

Poichè ella aveva amato un uomo fatale come Evaristo, il destino le riserbava dei crisantemi.

Prima il disonore poi la morte. Questo doveva essere l’epilogo di quella vita di scettico, di egoista, di ambizioso.

Come aveva saputo per tanto tempo mentire, per tanto tempo simulare un affetto che dentro non gli palpitava!

Ah, chi avesse veduto Hulda in carrozza e presa da questi pensieri!

In certi momenti un riso feroce per un compiacimento infernale, ne deturpava [330] la bellezza, dalla linea ardita e resoluta.

La carrozza cominciò a entrare nelle vie più strette, più oscure, più popolose.

Hulda sentì uno stringimento e un diaccio intorno alla vita.

Quando noi stiamo per conseguire ciò che bramammo e con tanto spasimo e quasi in delirio, si direbbe che estenuate dalla prima tensione, le nostre forze ci abbandonino, qualche cosa, venga meno, si attutisca in noi.

Hulda fu invasa da un gran terrore e fu quasi sul punto di recedere dal proprio divisamento.

Ebbe spavento di tutto il male che produrrebbe la sua vendetta, delle lagrime... anzi del sangue che potrebbe costare.

Seguitò a lasciarsi portare dalla carrozza per la via indicata, in uno stato quasi di atonia, di incaglio, dirò così, d’ogni senso e d’ogni potenza di volontà.

Ma quando il cocchiere fermò, quasi fatta valorosa davanti al pericolo, tornò [331] quella di prima e s’inoltrò con passo risoluto e celere, verso la casa di Guy Stein, dov’era conosciuta e dove fu tosto introdotta.

Quando Hulda entrò, non era ancora la mezzanotte.

Ma quello che le recò una prima sorpresa fu che le aprì una fanciulla che mai prima d’allora aveva veduto.

Una bella fanciulla, cui non mancava nel portamento e nell’abito una certa modesta signorilità.

— Che sia un’altra vittima come sono stata io? — pensò subito Hulda — e intanto chiese — Guy Stein?

— Non c’è più speranza! — disse la fanciulla che era poi Ellen e portò il fazzoletto agli occhi singhiozzando.

— Non c’è più speranza? Ma come sarebbe a dire? Che cosa è stato, che cosa è avvenuto?

— Come, non sapete signora, che Bill Oward ha ferito a morte mio fratello Guy?

— Io, no; nulla ho saputo di questo, e quando è stato, e perchè?

[332]

— Fu pochi giorni or sono e perchè Bill Oward si era permesso di chiedere la mia mano.

— E Guy Stein?

— Rifiutò che sposassi un simile mostro, come avrei rifiutato io pure direttamente, se si fosse rivolto a me.... ma non parliamone, venite signora, venite a vedere il mio povero fratello. Io vi aspettavo quasi, egli ha chiesto di voi...

— Ha chiesto?

— Sì.

— E che ha detto pure?

— Nulla.

— Nulla proprio?...

— Ha chiesto soltanto.

— E non v’è più speranza davvero?

— La coltellata nel ventre, penetrò in cavità, e malgrado le cure produsse la peritonite.

Qui la fanciulla scoppiando nuovamente in lagrime, prese per mano la signora e la condusse nella camera del moribondo.

[333]

La camera era rischiarata a mala pena dalla luce rossastra di una lampada posta in un angolo, sur un piccolo tavolino.

All’entrare di Hulda, Guy Stein dilatò orribilmente gli occhi. Quello fu l’unico segno, forse l’unico saluto, forse l’unica imprecazione.

Alla vista di Hulda, che pensieri gli vibravano nel cervello? Chi può saperlo?

Hulda s’accostò al letto, e posò una mano sulla fronte madida di Guy Stein, ma sotto quel tocco freddo egli rimase immoto, come già nell’atonia della morte.

Il vecchio Stein cieco, stava all’altra parte del letto, muto, immobile, compreso della imminente sciagura, che i suoi occhi non vedevano, ma che il suo cuore doveva sentire ugualmente.

Davanti alla pietà del quadro inaspettato, tacque in Hulda ogni pensiero di vendetta, per risorgere dopo, non meno truce.

— Io mi fermerò qui con voi — disse [334] mite e buona a Ellen — io mi fermerò qui con voi, per assistere il povero Guy.

— Come volete signora. In questi momenti non si ricusa la pietà, anche se non giovi ormai più.

Dopo queste parole pronunciate molto sommessamente orecchio a orecchio, regnò intorno al moribondo un silenzio già di sepolcro, nel quale, a grado a grado, si cominciò a sentire il respiro sempre più affannoso e rantoloso di Stein.

Passò così, quasi un’ora, una di quelle ore che nella camera di un malato in estremo, sono eterne.

A un certo punto il cieco, brancolando su la coltre cercò e trovò la mano del figlio e la strinse.

Ellen con la testina bionda abbandonata sulla spalliera della sedia, piangeva, soffocando i sussulti.

Ella lo sapeva, la povera Ellen, che il cieco l’ascoltava intento, argomentando dai suoi singhiozzi, l’avvicinarsi [335] minuto per minuto della fine. Che bella creatura, che anima gentile! Comprimeva in sè stessa tutto lo strazio, per alleviar quello che sentirebbe il vecchio...

Che lunga, che lunghissima ora!

Lettrice pietosa, trasportati col pensiero in quella camera, guarda, osserva, medita tutta la solennità della morte...

Guy Stein, dalla trista vita, stava ora per comparire davanti alla Giustizia, e doveva sentirlo. Egli riuscì a deludere quella degli uomini, ora, nei rantoli dell’agonia, ha il terrore di quell’altra che l’attende e alla quale non si sfugge: la giustizia di Dio!

Il cieco seguitava a stringere quella mano che sembrava insensibile, che dico? già morta nella sua. Ellen continuava a piangere con un raccoglimento quasi sublime.

In punta di piedi, entrò un uomo alto e nero. Posò il largo cappello dalle ali cascanti a piè del letto, e si tolse una gran barba nera da padre cappuccino [336] che gittò accanto al cappello.

Si protese sul moribondo. Lo guardò fisso... fisso...

Poco prima il rantolo era cessato. Le due donne e il cieco credettero che fosse un momento di calma, la tregua... però quella che non risveglia più la speranza.

Sull’incognito stavano gli occhi di Ellen e di Hulda che s’erano alzate ponendosegli a lato.

— Dunque? — chiese Ellen perchè l’altro parlasse — Dunque?

L’incognito, che era il dottore e il fidanzato di Ellen; che per amor suo ne curava il fratello e sfidava la polizia travisandosi, perchè almeno non morisse sotto una condanna, colui che ne aveva meritate tante, l’incognito al dunque di Ellen, si voltò lento, quasi solennemente...

Levò le sue mani alla fronte di lei, l’attirò a sè, come per baciarla; invece le disse a pena nell’orecchio:

— È morto.

[337]

***

Mentre il vecchio piangeva senza lacrime, e mentre Ellen desolata, in disparte versava le sue sul petto del dottore, che sempre dottore, la serrava con una mano al polso (era tanto delicato quel fiore nato nel fango!) Hulda — la Concetta napoletana — tutta presa dal sentimento religioso, andò di là a frugare in un armadio, dove ricordava di aver veduto un crocifisso d’argento, molti mesi prima. Sperava che ci fosse ancora. Lo trovò.

Venne con esso nella camera del morto e lo pose sul tavolo che era nell’angolo, dopo averlo accostato al letto, poi vi accese ai lati due candele.

La vicenda, il poema delle cose! Quel crocifisso d’argento era l’avanzo di un furto sacrilego, operato sotto la direzione di Guy Stein. Ora egli lo aveva accanto morto, accennante l’ultima idealità, il cielo.

Hulda si inginocchiò per pregare.

[338]

CAPITOLO XVIII. D’un pensiero d’un accento — L’antiquario di Toledo — Cause ed effetti

Dopo tutto questo e di tutto questo a malgrado, non si creda che Hulda avesse rinunziato all’ideale che vagheggiava allora, la vendetta. Anzi, quella morte, se veramente non l’addolorava la indispettiva e inaspriva sempre più.

Il mezzo sul quale essa contava era per fatale incanto, per strana concomitanza di cose svanito; ora bisognava cercarne un altro. Le cose erano, anche indipendentemente da lui andate troppo a seconda di Evaristo perchè non la pungesse più vivo di prima il desiderio [339] di smascherarlo e di spingerlo sulla via della rovina e del disonore.

Adesso il compito diventava tutto suo. Le bisognava agire da sola.

Passò qualche giorno in siffatti torbidi pensieri, per trovar modo a renderli più facilmente attuabili, poi quando la voce delle cospicue nozze era ormai divulgata, un mattino si pose in via, resoluta di presentarsi a Mary e narrarle tutto.

Era stata un po’ in dubbio, se prima parlare a Mary che al padre, poi pensò bene di affrontare direttamente Mary. Francis Webb diventava adesso il vero colpo di riserva, l’ultima cartuccia.

L’ultima? Ah, no! Dopo di quella ci sarebbe, come suprema corte di cassazione la polizia. Sicuro andrebbe direttamente là al magistrato a fare le sue più ampie rivelazioni. Occhio per occhio, dente per dente.

***

Hulda camminava frettolosa. Al disopra [340] delle ultime e forti emozioni, si levava alta e gigante l’idea di porre in atto il suo pensiero.

All’offesa ricercata, ben si doveva quella rivincita.

Quando un poco affannata dal rapido camminare Hulda fu dinnanzi alla casa di Francis Webb, rallentò il passo come per riprendere fiato e riordinare le idee, chè in quella confusione, in quel turbinio della mente agitata dal cuore, temeva soltanto questo, di non esporre bene, di non dire tutto, almeno di non dire abbastanza.

Stava in cosifatto stato di animo, cosifatta tensione, quando udì gridare:

— Concetta! Concetta!

Un uomo si precipitò su di lei, la strinse con violenza tra le braccia, ripetendo ancora:

— Concetta! Concetta!

— Riccardo?! Riccardo! tu qui?

— Non mi vedi?

— Ma è mai possibile?! Ma sei forse venuto a cercarmi, a cercare colei [341] che diventata indegna di te ha però avuto il coraggio e l’amore di fuggirti?

— Concetta, io sono troppo felice per non soffrire. Dammi un momento di respiro, un momento di tregua. Lasciami la consolazione desiderata da anni di guardarti... Ti guarderò in silenzio. Se in questo momento aggiungessi una parola, mi scoppierebbe il cuore...

Hulda lo strinse sotto il braccio come per sorreggerlo e domandandosi intimamente:

— Dunque, esiste proprio un destino.

— Dove abiti? Sei libera? Sei sola? Che fai? — chiese dopo qualche momento Riccardo Carassole. — Conducimi a casa tua. Puoi condurmi?

— È quello che sto facendo. Abbiamo bisogno di restare soli, di dirci tante cose, di piangere insieme... Riccardo... Riccardo mio, ma dimmi, dimmi perchè ti trovi a New-York? Sei venuto a cercarmi? Chi ti ha detto ch’ero qui?

— Ma prima di tutto, dimmi tu, [342] perchè sei fuggita da Napoli? Perchè mi hai lasciato in quel modo e per tanti anni mi hai tenuto la morte nel cuore? Perchè?

— Lo saprai. Pensa che solo il mio abbandono, la rinuncia a diventare tua moglie, sono la prova dell’affetto che io ti portavo, dell’amore, veramente grande e rispettoso, che nutrivo per te.

Quando furono entrati in casa, Hulda disse non curando la presenza di Bess che non sapeva spiegarsi la cosa:

— Qui, sono nel mio piccolo regno... qui ci diremo con tutta la calma e con tutto l’affanno, i nostri dolori.

Sedettero, ma prima ancora di parlare, Riccardo si buttò fra le braccia di Hulda soffocandola di baci e di carezze.

— Io so già che cosa vuoi dirmi, io indovino tutti i tuoi pensieri, ma io domando una cosa soltanto.

— Parla.

— Puoi tu diventare mia e per sempre?

[343]

— Tua e per sempre? — fece Hulda seria e meravigliata. — Ma no, non è possibile. Quando avrai udita la mia storia, ti vergognerai di me, sentirai di non potermi amare. E avrai ragione, avrai ragione...

Allora darai sfogo tu pure al capriccio, all’amore che non può durare, per poi dirmi: «Non puoi diventare mia moglie, io ho bisogno di una fanciulla onesta».

— Ma no! No! Te l’ho detto prima. Io immagino già che cosa tu possa farmi conoscere, ma non è un motivo perchè Riccardo non t’ami più.

— No, no; io non mi devo illudere e non devo illudere te. La tua è una esaltazione che non può durare...

Io sì ho amato quando ne sono stata degna. Ora sono passata a traverso a tutte le vergogne... Non ti inganni questa signorilità, tutte le vergogne, sai... Se tu mi facessi tua moglie, ameresti più di me, e non è possibile. Farmi credere che il tuo amore superi il mio, [344] è togliermi l’ultima e l’unica illusione che mi resti...

Perchè vedi, quando mi trovo con l’anima abbandonata, piango senza che nessuno mi dica una buona, una cara parola, quando sono da per me nella mia solitudine, e questa immensa città mi diventa un deserto, allora io mi conforto vedi, pensando che tutti i miei spasimi, tutti i miei dolori, mi vengono per averti amato, per averti saputo amare, con tanto silenzio, con tanto sacrificio, con tanta vergogna...

— Io vorrei che tu tacessi, ma io penso ancora, quanto ti debba essere di sollievo, l’aprire dopo sì lungo tempo l’anima tua a me.

Allora parla. Concetta, parla, ma pensa che qualunque cosa tu sia per dirmi, tu hai tutta la mia pietà, il mio perdono, e sempre sempre l’amore.

Hulda rinnovellò a sè stessa lo strazio del proprio passato narrandolo a Riccardo, e che il lettore conosce per filo e per segno. Se non che giunta [345] agli ultimi avvenimenti e proprio al fatto di Guy Stein e di Evaristo più che raccontare fece dei rapidi accenni, tacendo non pochi particolari e tutti i nomi. Riccardo ascoltava, passando di sorpresa in sorpresa, felice di essere accanto a Concetta e insieme disgustato e commosso, per tutte le miserie che avevano attraversato il cammino della povera, della disgraziata fanciulla.

— Ed ora — domandò conchiudendo — ora sai dove andavo? Sai dove sarei andata, se non mi avesse trattenuto il tuo incontro?

— Dove?

— Indovina? — disse Hulda tutta accesa in volto e presa dal suo primo pensiero — Indovina?

— Via, parla, non tenermi in sospeso.

— Ecco; a fare una vendetta!

— Contro chi?

— Contro l’uomo che mi ha voluta sua finora, l’uomo al cui volere mi sono sempre e in tutti i modi sacrificata, e che [346] adesso mi lascia, perchè deve sposare una ereditiera al cui padre...

— Al cui padre? — fece con uno scatto di curiosità Riccardo.

— Non voglio dirtelo. Non debbo dirtelo. Vedrai solo fra giorni ciò che accadrà. Della mia vendetta conoscerai, tutto l’odio che gli porto...

— E perchè, Concetta tutto quell’odio?

— Perchè non posso più amarlo! — gridò Hulda abbracciando Riccardo. — Vedi come sono sincera, un’altra non lo avrebbe detto, perdonami questo sfogo.

— Ed il mio amore, quello che fu il primo, non ti compenserà di questo? Non ti ho io detto che dovrai essere mia e per sempre?...

— Ascolta Riccardo, tu hai ancora una bella, una cara anima di fanciullo. Un’affezione fra me e l’uomo che oggi odio... era possibile. Noi ci conoscevamo entrambi, ma con te, farei la tua rovina, spezzerei tutto il tuo avvenire... Sono stata di tanti, di troppi... In te io prendo [347] un angelo, in me, tu prendi, no! no! non farmelo dire... Io non mi illudo e non voglio illuderti... Lasciami Riccardo; io vado ora alla casa della fidanzata di quell’uomo e parlerò e dirò tutto e lo svergognerò e New-York domani, avrà un grande avvenimento di più... Lasciamoci...

— Io dico di no. Ti ho trovata e non ti lascierò più.

— Ma che? Tu conti di rimanere qui?

— Io conto... di dirti le mie vicende da allora che ci lasciammo.

— Chi sa poverino, quanto avrai sofferto anche tu...

— Molto, molto ho sofferto, Concetta, ma ne fui compensato, dacchè potei trovare le due persone che cercavo, e che avevo fede di trovare.

— Due persone?!

— Sì, una sei tu...

— E l’altra?

— Mio padre!

— Tuo padre?!

[348]

— Sì.

— E si trova qui?

— Per l’appunto.

— E l’hai già veduto?

— Sicuro, sono già tre giorni che stiamo insieme, dopo tanti anni di separazione, e non per sua colpa. Egli mi cercava, e gli scrissero ch’ero morto.

— E chi è tuo padre? me lo farai conoscere?

— Lo conosci già.

— Io?

— Tu, sì.

— Non è vero...

— È verissimo. Lo hai conosciuto prima di me, tu lo hai scoperto, tu lo hai rivelato...

— Ma Riccardo, suvvia, non ti capisco...

— Ti ricordi Concetta quel quadro?

— Quale?

— Quello che mi somigliava? Tu mi chiamasti per farmelo vedere... Fu il giorno di quel bacio che io credetti l’ultimo...

[349]

Hulda, come sopraffatta si rizzò fiera su la bella persona, portò le mani alla tempia in atto di suprema sorpresa, con i grandi occhi sbarrati, immobili, fissi in quelli del giovane.

Questi caldo d’affetto ed ammirato dalla magnificenza del gesto l’abbracciò, dicendo:

— Io ti devo mio padre, ti devo la mia fortuna, la conoscenza di me stesso, la mia risurrezione nel mondo... Io non sono Riccardo Carassale, come per tanti anni falsamente mi fecero credere, per una serie di turpi cagioni e di basse mire... Io sono invece il conte Fausto Melisardi; mio padre ricchissimo, è felice d’avermi trovato, egli non ha che una volontà: la mia...

— Ma dal notare la somiglianza di quel ritratto con te, al trovare tuo padre, corre un abisso. Che è avvenuto? Che hai fatto?...

Fausto, ora noi pure lo chiameremo così, narrò, della biondissima signorina americana compratrice dell’orologio antico, [350] un orologio Luigi XV dei più belli; narrò del pittore più specialmente e più diffusamente e disse come per mezzo di questo, quindi dei consolati, fosse riuscita la ricerca.

Fausto Melisardi, era meno alto, meno abile, e meno imperioso di Evaristo, ma una qualità mentita in Evaristo, in lui emergeva in modo eccezionale, perchè sincera, perchè in lui connaturata: la dolcezza della parola. E insieme con la bocca parlavano gli occhi e con gli occhi tutto il volto fosse mesto, fosse pure sorridente.

Dalle sue labbra sgorgava l’anima, e Hulda la beveva con le pupille nere accese, mobilissime, Hulda se ne inebriava inconsciamente.

Così l’amore di quel momento stillava in lei il filtro, rendendo consapevole e umano, quell’altro amore, così alto che aveva prima comandata la repulsa, e l’aveva fatta gustare, come un conforto, ormai abituale, per l’anima addolorata.

[351]

— Hulda, l’amore non è bello se non fa dei miracoli... Il mondo riderebbe di noi, cioè di me, se sapesse tutto, e riderà certo perchè si viene a sapere. Io mi rido del mondo, io non conosco che te, mio amore, mia passione.

— Mi sembra di udire quell’altro — non seppe trattenersi dall’osservare Hulda...

— No, questo no! Tu m’offendi nel dir così. Uguali le parole, ma diversi gli uomini...

— Perdonami...

— Infatti, egli ti abbandona; io... ti sposo.

— Fausto! Non farmi ridere via.... Io non mi permetterò mai di diventare tua moglie... Poi, adesso che ho ingaggiato battaglia, devo andare fino in fondo. Guerra! Guerra! Altro che matrimonio... per far ridere...

— No; tu perdonerai a quell’uomo. Non tocca a te in tutti i modi fare giustizia. Tu gli perdonerai... anzi il tuo silenzio sarà la sua minaccia continua... Perdonagli...

[352]

— No.

— Perdonagli.

— No.

— Funestando le nozze altrui, funesteremmo le nostre. Contessa Melisardi, per amor mio, perdonate! ve ne prego.

Tacquero entrambi, diversamente sospesi, poi Hulda ruppe il silenzio:

— Dunque, tu vuoi davvero che io diventi tua moglie?

— Sì.

— E mi presenterai a tuo padre?

— Certamente...

— Ed io, dopo tutto quello che sono stata, dovrò essere ricca, felice, udirmi chiamare contessa? Ma è un sogno, o una burla infernale? È la verità, o io sono fuori di me, non capisco sono pazza?

— È l’amore! Concetta; il mio...

Hulda, come fulminata, cadde ai piedi di Fausto, esclamando:

— Tu sei l’uomo più grande della terra! La tua generosità ha vinto il mio amore.

[353]

— No! Non così! Alzati, abbracciami Concetta; il tuo posto è qui sul mio cuore... Baciami...

Ella s’alzò; i due volti si unirono ma nella dolce effusione delle lagrime, una interna spina fece sanguinare Concetta. Ella pensò. Perchè non sono io vergine?...

***

Bess, che vedeva prolungarsi il colloquio, che coglieva qualche frase a volo, che udiva scoccare baci ogni tratto, seduta nella sua camera attigua e come in guardia diceva esasperata:

— Da capo! Da capo! Questa volta ci rovineremo per sempre.

[354]

CAPITOLO XIX. I sotterranei di Benvenuto Cellini — Beneficenza — vanità — réclame — Una visita del conte

Un uomo alto, di grosse membra quadrate, con lunga barba brizzolata, sempre vestito di nero, ma senza ricercatezza, con un cappellaccio parimenti nero, a cencio, buttato sull’orecchia sinistra, entrava ed usciva dal palazzo degli uffici della Nuova linea dell’Est.

Non avvicinava alcuno, nè era da alcuno avvicinato.

La fronte alta, un po’ calva al sommo, il grosso naso aquilino, la bocca grande e sdegnosa, lo sguardo acceso e fisso, aveano in quella sua alta e muscolosa persona, un doppio prestigio [355] che dava rispetto insieme e timore, mentre per la simpatia dell’insieme suscitava la curiosità.

Egli entrava sempre da una piccola porta laterale, sotto un arco oscuro a tergo del palazzo maestoso, annerito dal tempo.

Di quella porta aveva la chiave. Entrava solo e spariva per discendere nei sotterranei, grandi sotterranei a volta del palazzo.

Tutti avevano notato come l’unico che lo avvicinasse, fosse il signor Evaristo Grinfieri che si recava spesso agli Uffici come amico, molto famigliare del direttore, l’avvocato Gasperal.

Si sapeva pure un’altra cosa ed era questa, che nei sotterranei era stata impiantata la luce elettrica.

Quando Evaristo e l’alto uomo vestito di nero si lasciavano, il saluto di Evaristo era invariabilmente questo:

— Arrivederci, Benvenuto Cellini!

Alle quali parole l’altro levando al cielo i grandi occhi e squassando la [356] lunga chioma inanellata e grigia, rispondeva con un sorriso amaro:

— Qualche cosa di meno.

Qualcuno credette che realmente quell’uomo si chiamasse Benvenuto Cellini; la cosa era d’altronde possibilissima; qualcuno invece diceva che doveva essere un soprannome lusinghiero, dato per ammirazione da Evaristo.

Certo, convenivano tutti in questo:

— Quell’uomo deve essere un’artista.

Si direbbe che negli esseri geniali, madre natura si sia compiaciuta d’una impronta speciale che li stacca da tutti gli altri individui e li accenna già quasi prima che sieno conosciuti, alla ammirazione.

Sono davvero dei tipi speciali.

Così, mentre tanti uomini hanno cura meticolosa di sè e del vestito più ancora, essi tutto negligono, intesi ad una sola cura, una sola bellezza, l’ideale che palpita in loro.

Molti li accusano di posare, ma molti sbagliano, spesso confondendo l’artista con colui che lo vuol sembrare. [357] Nella loro fede, nel loro sentimento, nell’acutezza, nello spirito di penetrazione, i veri artisti, hanno care inconsapevolezze di fanciulli, e spesso mirabili ignoranze, più rilevatrici di tanta mal digerita sapienza.

Si potrà far loro accusa di essere troppo spesso innamorati di se stessi, ma eglino si amano appunto, per la divina facoltà che sentono in sè, e la cui rilevazione, il cui trionfo, costa tante battaglie, tante lagrime...

Era precisamente uno di questi cosiffatti tipi artisti, quello di cui abbiamo dato un rapido cenno, ed al quale Evaristo Grinfieri aveva concessi gli inesplorati sotterranei a volta del palazzo.

In qual ramo d’arte lavorava costui?

Lo vedremo in seguito, ma l’accorto lettore può quasi argomentarlo dal nome con cui lo chiamava Evaristo: — Benvenuto Cellini.

Si notò pure, da parecchi che si erano accesi di curiosità e volevano soddisfarla, ma invano, si notò pure dico, [358] che dopo un certo tempo, insieme col Benvenuto Cellini, entravano nel sotterraneo degli uomini più giovani di lui, silenziosi come lui, ma bizzarri al vestire, e con volti simpatici ed espressivi, quasi quanto l’uomo che chiamavano maestro.

Già, c’era chi da costoro aveva udito chiamarlo maestro.

***

Francis Webb, non era diventato ricco, nè era americano per nulla.

Se egli, Webb con tante privazioni, aveva accumulato un così enorme capitale, ora, per gli sponsali della figlia, voleva ricomprarsi tutto in una volta del passato, delle abnegazioni sostenute anche nella ricchezza.

Quell’unica Mary doveva figurare quanto una principessa. La luce di quegli sponsali doveva risplendere su tutta New-York.

[359]

Grandi dunque i preparativi da parte sua e grandi da parte di Evaristo al quale aveva detto facendolo suo collaboratore e consigliere:

— Sopratutto, non badare a spese. Onorando Mary, io voglio che si sappia chi è Francis Webb, fin dove Francis Webb può arrivare. Mi si quota alto, ben tu lo sai, ma non si raggiunge ancora il vero.

— Non dubiti.

— Io voglio sbalordire con il matrimonio di mia figlia, questi inglesi e questi americani.

— Riusciremo — Rispondeva nella sua calcolatrice freddezza ambiziosa Evaristo. — Riusciremo, e dentro di sè pensava amaramente: — Come mi tarda l’ora di rendere ciò che ho rubato; come mi tarda l’ora di apparire ladro per un istante... e poi non esserlo più... Se è vero che dopo restituito si ritorni galantuomo... Del resto... io fui più che altro un ambizioso speculatore... Io... ho una attenuante nella mia opera, nell’uso che ho fatto del denaro...

[360]

***

Ecco brevissimamente un cenno di ciò che si era stabilito dalla Casa Webb per festeggiare le nozze di Mary.

A tutte le fanciulle povere di New-York, qualunque la loro confessione religiosa, recantisi a marito quel giorno, sarebbe assegnata una dote di dollari duecentocinquanta.

Ad ogni cocchiere che con la sua vettura adorna di fiori seguisse il corteo nuziale, la somma di dollari trentacinque, più un premio di dollari cinquecento da sorteggiarsi.

Ad ogni persona che si presentasse in una galleria, acciò designata, fossero dati vino e liquori gratuitamente, con la sola clausola di brindare agli sposi.

A tutte le fanciulle povere che si chiamassero Mary, un paio d’orecchini d’oro.

A tutti i fotografi che presentassero delle istantanee, la commissione di copie tremila, e mille dollari in premio a [361] quella dove la testa di Mary fosse più riuscita.

A queste facevan seguito altre ed altre disposizioni, dettate dalla fantasia capricciosa di Evaristo, l’uomo, confessiamolo, meraviglioso, che tutto quello sfoggio, faceva anticipatamente servire di réclame, alla colossale impresa della Nuova Linea dell’Est.

Scoppierebbe dopo, quella réclame, come una pioggia d’oro su l’immensa rete di ferro, su le negre locomotive rombanti, su gli immani serpenti fatti di vagoni e divoranti le distanze delle lande silenziose...

Quella pioggia d’oro correrebbe sul fiume creazione, vita, anima, di movimento novello; sui villaggi che diventano paesi, sulle plaghe che fioriscono sulle comunicazioni che si schiudono, sui deserti che diventano città.

Aveva di questi voli la fantasia di Evaristo, e egli qualche volta, dopo l’austerità matematica dei calcoli, vi si [362] abbandonava come alla più dolce voluttà del suo spirito intraprendente.

Che dire delle disposizioni per la festa che chiameremo propriamente nuziale?

Gli invitati, le centinaia di invitati dovrebbero, benchè assuefatti alla magnificenza passare di meraviglia in meraviglia.

Un notissimo ingegnere aveva assunto l’impegno di fare, sotto i dettami di Evaristo, del palazzo Francis Webb, una reggia fantastica, una visione di bellezze di seduzioni e di grazie, quale non s’era fatto mai per un’altra sposa.

Una squadra di operai lavorava già da parecchi giorni. Eran falegnami, eran meccanici, eran tappezzieri e via...

— O Mary, io penso in questo momento scrivendo — quante cose, quante cose per te che ami sinceramente e che pure amata non lo sei quanto meriti!

Gentile ed inconscia, bella e soavissima, tu entri fidente nella vita nuova che ti si prepara. Ma ahimè! Non nella [363] ricchezza è la felicità tu già lo hai detto. Che Iddio ti preservi da un doloroso esperimento, quello di provare per te stessa che hai ripetuto una gran verità!

Per chi ama, il solo pane è necessario, e si conserva la vita per amore; tutto il resto è superfluo.

Io so bene che a una mentita si leveranno parecchie signorine di quelle che hanno giudizio e che ragionano, ma io sorrido pur sentendo di loro la immensa pietà.

Le infelici che ragionano e nell’amore vogliono gittar le basi dell’avvenire, non amano e non saranno amate mai. Per esse l’amore quello che paga la vera fede anche col sacrifizio dell’intera vita non esiste non può essere.

Il matrimonio poi è per loro una specie di surrogato del padre e della madre, una nuova forma di tutela e di irresponsabilità.

Ma ritorniamo nel solco, non lasciamoci vincere dalla manìa delle digressioni.

[364]

Le digressioni nel romanzo, cioè — in quella forma d’arte che è la storia di tutti — le digressioni sono un po’ come le tirate in palcoscenico. Ora non vanno più, non son più di moda; al meno lo dicono i critici. Anzi, è tanto vero che lo dicono loro, che quando c’è una tirata il pubblico applaude.

Avrà forse l’istinto di tornare all’antico.

***

— Il signor conte Melisardo — annunziò un servo ossequiente.

— Farlo passare subito — rispose Francis Webb.

Il conte Melisardo entrò con la scioltezza e disinvoltura di quegli uomini d’affari, a cui la vita pratica e laboriosa del commercio, non ha tolto l’eleganza della nascita gentile.

— Caro Melisardo...

— Caro Webb, io sono venuto a congratularmi per la vostra prossima festa di famiglia! Ottimamente scelto [365] lo sposo. È un uomo invidiabilissimo. E anch’io, anch’io sapete, ho avuto una consolazione in questi giorni... una consolazione certo anche più grande della vostra.

— E sarebbe?

— Ho trovato mio figlio.

Pensatelo, dopo tanto tempo, dopo che per una infame vendetta mi avevano accusato della sua morte... eccolo, eccolo fra le braccia di suo padre.

— Ma davvero?

— Non potete credere il piacere provato nel rivederlo... Io mi sento forte, felice, giovane... Io mi vedo, mi specchio in lui... È tutto me, te lo farò conoscere, tutto me... ed è tanto buono, tanto gentile, di un sentimento così squisito che non puoi credere... quando gli sono vicino mi pare che i miei pensieri passino a traverso del suo cervello mi pare che le nostre due anime, siano per un istante una sola... Dimmi, non è vero che è così? Non senti così, quando sei vicino a tua figlia?

[366]

— Sicuro, sicuro... ah, la mia Mary...

— A proposito, dov’è? Desidero salutarla.

— È occupata... cioè, è fuori e tarderà una buona ora... — Così dicendo Webb levò l’orologio di tasca. — A proposito, guarda il dono che mi ha fatto mia figlia al suo ritorno da Napoli...

— Un orologio antico straord...

— Come? Da Napoli? L’orologio antico!... Tua figlia? gridò come impazzito il conte. — Ma dov’è, dov’è tua figlia che io l’abbracci, che io me la stringa qui sul cuore...

— Conte Melisardo! fece Webb tutto sorpreso, vi assicuro che di questi vostri scatti io non capisco un’acca...

— Capirete, capirete, dov’è? dov’è?

È a quell’angelo di vostra figlia che debbo di aver ritrovato il mio Fausto.

Questo orologio è stato comprato nella bottega di mio figlio. È lui che lo ha venduto... Là c’era un grande ritratto, era il mio.

Fausto ignorava che quella fosse l’immagine di suo padre.

[367]

Mary fece notare alla signora che l’accompagnava, la somiglianza di quel quadro con me e poi... con l’antiquario che le vendeva l’orologio, che è questo che portate voi...

Fausto capì, domandò, ebbe una vaga intuizione: il resto lo fece un pittore... Noi ci siamo ritrovati...

Il conte Melisardo pronunziando commosso queste ultime parole portò alle labbra l’orologio di Webb come una reliquia.

— Ma queste sembrano cose da romanzi — non seppe tenersi dal dire meravigliato Webb.

— E i romanzi — rispose con profonda convinzione il conte — i romanzi, sono le cose della vita. Vedete voi pure che strano sviluppo di avvenimenti?

E dire che i due signori non sapevano ciò che sanno i lettori nostri che speriamo di non avere annoiati fin qui.

[368]

CAPITOLO XX. Evviva gli sposi! — La domanda di un colloquio! — Hulda ed Evaristo

Sono trascorsi due mesi da quando più sopra narrammo.

***

Un salone grandioso con le pareti di velluto rosso, a frange d’oro enormi, listate di grossi cordami d’oro, con singolarissimi fiocchi pesanti, d’oro parimenti.

Il soffitto invece, tutto un giuoco di fiori, tutta una bizzaria mirabile di rose, di margherite, di mughetti, di viole, di glicine di edere, in volate capricciose, [369] in ciocche ricchissime cadenti, in grappoli cascanti, in ventagli di lunghi raggi, in spalliere bizzarre facenti artistica invasione sul velluto rosso dalle liste, dai cordoni, dai fiocchi d’oro.

Cinque grandi lampadari elettrici, sfolgoravano dai prismi iridescenti già prima che fossero accesi.

Duecento, fra dame e cavalieri, aspettavano gli sposi ritornanti dalle cerimonie.

L’indugio non fu lungo. Dal fondo della sala si levò un gran mormorio confuso, picchiettato di piccoli gridi gentili, poi si fece un gran silenzio. Tutti erano percossi dalla solennità del momento.

A un tratto abbuiò, come se un lampo nero fosse passato su tutte quelle teste; poi un improvviso folgorio di luce, uno sprazzo strabiliante di elettricità fece succedere a quell’istante di notte, la luce del sole.

Il piedino della sposa, entrando [370] aveva dato il passaggio alla corrente, e la luce fu.

Mary splendeva meravigliosa nella candida semplicità.

Il velo rialzato e fluttuante in sua balìa, metteva intorno alla testa della biondissima — di statura alta un poco, e nello incedere graziosa tanto — un’aureola vaporosa e un profumo celestiale.

Si poteva essere belle quanto Mary, ma non più modeste, ma non più angioli in sembianza umana.

Non aveva luccicore, non aveva costellamento alcuno di diamanti, nè alle orecchie, nè al collo.

Su quelle i biondissimi verginali capelli cadenti, erano l’ornamento più bello, su questo il fior d’arancio era il più ambito fermaglio.

Solo il fianco, solo il fianco sinuoso lievemente, era cinto da un doppio giro di diamanti, cadenti in due liste su la soffice gonna bianchissima...

Ad ogni mover di passo, agitando i cento diamanti, le saliva dal piede [371] tutto un mutevole fiammeggiare di raggi che s’arrestavano alla cintura quasi non osando levarsi più in alto, dove una casta luce indescrivibile si partiva dagli occhi celesti della sposa specchianti un’anima celeste pure...

Evaristo, in abito nero, avanzava a lato della sposa, disinvolto, squisitamente superbo, ma pallidissimo.

Egli si sentiva d’intorno come una grande soddisfazione, come un omaggio principesco, ma di dentro il cuore gli ripeteva quella parola che aveva cominciato a dirgli dal primo giorno di amore con Mary.

In mezzo a quella festa, a quello sfarzo, accanto a una creatura angelica quale Mary, il cuore gli gridava: ladro!

***

Quando fra strette di mano e complimenti la coppia nuziale fu giunta a mezzo del salone una sorpresa colpì tutti, e colmò di meraviglia.

[372]

Le grandi pareti di velluto rosso a frange, a cordoni a fiocchi d’oro, si elevarono lentamente aggruppandosi, annichilendosi tra i fiori del soffitto, scomparendo, senza scomporli...

Tutt’intorno eran disposte le mense, in grandioso ferro di cavallo per duecento persone.

Trenta servi in livrea, irreprensibili, inappuntabili come statue...

Cominciò una musica dolcissima tutta di archi, e invano le dame e i cavalieri cercavano i suonatori. Quella melodia veniva un po’ dappertutto e d’ogni punto del vasto ambiente sembrava il sospirar melodioso.

Della dovizia della mensa, dello sfoggio di argenteria e di cristalli è proprio superfluo parlare...

Quando la musica cessò cominciarono le piccole conversazioni in quelle cento coppie, conversazioni che riunite e fuse in un solo concerto di voci, davano già per sè stesse una gaiezza ed una animazione insolita.

[373]

Comunque parlando, gli occhi di tutti difficilmente si staccavano dalla sposa.

Mary sentiva addosso tutti quegli sguardi, i quali, se avessero avuto la parola, avrebbero taciuto; sguardi di ammirazione, di passione, di invidia, d’odio sepolto in fondo al cuore, di desiderio, di rabbia e perfino di compassione.

A un certo punto del convito, poco prima dei brindisi, un servo presentò a Francis Webb una lettera, sopra una guantiera d’argento.

— Oggi veramente non si trattano affari — disse Webb aprendo la lettera. — Come! — fece poi sottovoce — una lettera di Evaristo, di mio genero? Ma se è qui a tavola!

La lettera diceva così:

«Signor Webb mio amatissimo suocero.

«Appena letta la presente lasciate la tavola per pochi minuti. Io vi seguirò. Debbo comunicarvi cosa che vi farà grandissimo piacere».

[374]

Webb si alzò e si allontanò.

Evaristo lo seguì.

Quando furono appartati e soli Evaristo disse:

— Signor Webb, abbia la bontà di entrare nell’ascensore.

Entrarono e discesero.

Nel cortile stava una vettura pronta.

— Favorisca salire in vettura.

— Ma perchè? Dove andiamo?

— A brevissimo tratto di qua. Meno di cinque minuti.

— Ma, che diamine di imbroglio è questo? Proprio oggi? Di che si tratta, parla.

— Pazienti pochi minuti.

La carrozza infatti poco appresso si fermò al palazzo della Nuova linea dell’Est.

Discesero nel grandioso vestibolo in fondo al quale era un’ampia scala di marmo.

— Mi segua — disse Evaristo con un tremito nella voce e affrettando il passo come spinto da una forza superiore.

[375]

Entrarono in un salotto elegantissimo.

— Segga — disse Evaristo, che restò in piedi avanti a Webb.

Evaristo ebbe un momento d’esitazione, poi parlò risoluto:

— Signor Webb, suocero mio, le dirò cosa che penerà a credere e che pur troppo è vera.

— Di che si tratta? Spiegati, perchè siamo attesi...

— Ebbene, la somma che vi fu involata, il milione preparato pei pagamenti d’Italia e Francia, l’ho rubato io!!

— Tu?!

— Io!!

Webb rimase immobile, con le mani in avanti e gli occhi sbarrati.

— Lei rammenta quando le chiesi i mezzi per la Nuova linea dell’Est?

— Sì, rammento...

— Rammenta che me li negò?

— Ebbene?

— Allora, io architettai il furto, che è riuscito. La nuova società è costituita; [376] io che non ho figurato finora, io sono quello che lo possiede e la dirige... Gaspero!... son io!

— Ma come hai fatto tutto, se tu sei stato vittima con me?

— Questo è stato il mio segreto per rendermi superiore ad ogni sospetto. Oggi, giorno del mio matrimonio, io rendo a Francis Webb quello che, per dargli una lezione, gli ho preso. Favorisca di qua, signor Francis Webb.

Entrarono in grande studio arredato col massimo sfarzo.

— Oggi io regalo a mio suocero il busto in oro di sua figlia. Eccolo. Guardi come le somiglia. Costa duecento mila dollari... è l’equivalente del furto più gli interessi. Osservi il peso.

Toccò una molla e il busto d’oro ebbe una oscillazione come se sotto di esso, agisse una bilancia.

— È di più! — disse Webb.

— No, sono gli interessi.

— Tutto ciò mi sorprende... io non so che dirti.

[377]

— V’è di più. Signor Webb, tutto quanto vede è suo. Ella è il maggiore azionista della Nuova linea dell’Est... Mi accordi il suo perdono e mi prometta di non far sapere mai nulla a Mary.

— Hai troppo ingegno, troppa abilità, perchè non ti perdoni.... Ho avuto torto quel giorno a negarti poche migliaia di dollari, ho avuto torto... Vuol dire che adesso noi siamo i padroni del nuovo movimento.

— Noi!

Webb abbracciò commosso Evaristo..

— Lei dunque, non mi ritiene per un... per un ladro?...

— Ah, no! Ah, no! Tu sei un genio — Così dicendo lo abbracciò teneramente. — Ora torniamo subito a Mary, essa ci aspetta... abbiamo tardato abbastanza.

***

Alla fine del banchetto nuziale, [378] quando si formarono pei vaghi conversari i diversi gruppi passando nelle sale attigue, e dopo che Isaia Wood ridendo, faceva ridere, con i denti da foca, avvenne un fatto semplice, ma curioso.

Il Conte Melisardo che era tra gli invitati andò a Webb che discorreva fra gli sposi, conducendo per presentare, non avendolo potuto fare prima, il figlio Fausto — l’antiquario — e la di lui fidanzata la signorina Concetta, già Hulda ed ora Concetta per sempre.

Quando nella presentazione venne la volta di Hulda e di Evaristo, questi inchinandola con elettissima galanteria le strinse la mano dicendo:

— Contessa, ben felice di fare la sua conoscenza. Il conte Fausto avrà in voi una moglie ideale.

***

Mentre per tutta New-York si parlava degli splendissimi sponsali di Evaristo e di Mary — un vecchio cieco che [379] insegnava a rubare — il Padre di Guy Stein — diceva ai giovani che lo ascoltavano intenti:

— Ricordatevi sempre, che esistono dei galantuomini, più ladri di noi perciò state in guardia. La buon’anima di mio figlio Guy, non lo ha mai voluto credere...


[381]

INDICE

Capitolo I. — La negativa inattesa. — Due tipi opposti. — Hulda la bella. Pag. 3
Capitolo II. — L’amante amata. — La cameriera giudiziosa. — Il cognato Wood. 19
Capitolo III. — Ancora una bottiglia. — Sotto il fanale rosso. — La carrozza misteriosa. 35
Capitolo IV. — L’assalto alla vettura. — La signora misteriosa. — I pensieri di Bess. 63
Capitolo V. — L’angelica Mary. — L’ubbriacone impenitente. — Il segreto della prima donna. 92
Capitolo VI. — L’antiquario di Toledo. — L’idillio indimenticabile. — L’alba maledetta. 115
Capitolo VII. — Hulda e Guy Stein. — Un mutamento troppo rapido. — Ciò che dovrà seguire. 135
[382]
Capitolo VIII. — La consolazione di Bess. — Un giornale di nuovo genere. — La fine di un cavallo. 151
Capitolo IX. — Un’anima in pena. — L’orologio di Mary. — Un mistero dopo l’altro. 177
Capitolo X. — I dolcissimi baci. — La lettera per Bill Oward. — L’attesa del momento. 194
Capitolo XI. — Ciò che dice Hulda. — Ciò che pensa Guy Stein. — Ciò che pensa Francis Webb. — Ciò che aspetta Evaristo. 216
Capitolo XII. — Un pensiero a Gar. — La donnina Lucy. — Dove sono le chiavi. 226
Capitolo XIII. — La prima sorpresa. — Davanti alla cassa-forte. — Ciò che fa la polizia. 243
Capitolo XIV. — Le idee di Mary. — Nuove pagine d’amore. — Contrasto in famiglia. 253
Capitolo XV. — Le conseguenze di quanto sopra. — Evaristo alle durissime prove. — Ciò che almanaccò Guy Stein. 278
[383]
Capitolo XVI. — Il colloquio doloroso. — Il supremo consiglio. — Bill Oward in scena. 305
Capitolo XVII. — In prossimità delle nozze. — Il divisamento disperato. — Un miracolo del caso. 325
Capitolo XVIII. — D’un pensiero d’un accento. — L’antiquario di Toledo. — Cause ed effetti. 338
Capitolo XIX. — I sotterranei di Benvenuto Cellini. — Beneficenza — vanità — réclame. — Una visita del conte. 354
Capitolo XX. — Evviva gli sposi! — La domanda di un colloquio! — Hulda ed Evaristo. 368

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.